Genealogia della Seconda Repubblica

di Mario Coglitore

In ricordo di Giorgiana Masi e
delle sue diciannove primavere...

 

Si è molto discusso negli ultimi anni di Prima e Seconda Repubblica. Indipendentemente dall'uso che di questi termini si è fatto, talora anche a sproposito, è evidente che una simile partizione rivela, più che una volontà artificiosamente smaniosa di coniare neologismi, almeno un sentimento della storia, chiamiamolo così, diretto a rilevare un passaggio forte.
La Repubblica mancata, la Prima appunto, aveva forse bisogno di chiudere definitivamente i suoi conti col passato per lasciar posto alle avventure della Seconda, meno gloriosa, ma certamente più ricca di speranze. Stiamo ragionando del paese dell'imprenditoria al governo, quella berlusconiana, della rivolta leghista che rompe con il tradizionale consociativismo basato sul voto di scambio, della nuova classe dirigente ad elevato tasso socialdemocratico, iconografica e neoliberista, tutta impregnata di mercato, capitanata da un ex quadro del PCI, Massimo D'Alema, ormai in grado di reggere da solo le sorti di una democrazia priva di solide basi e segnata trasversalmente dalle logiche del grande capitale finanziario, che ha saputo fare a meno degli operai in fabbrica, reinvestendo nella distribuzione capillare e pervasiva di comando ed impresa. Sovranità del denaro, verrebbe da dire, in qualunque forma esso si dia, contro a sovranità della carta costituzionale. Venendo dunque ad interrompersi in modo quasi definitivo il rapporto faticosamente stabilito nel 1947 tra cittadini e Stato, frutto di più di un compromesso fra ideologie e partiti radicalmente in opposizione - talmente in opposizione che fu difficile riuscire a disarmare molti partigiani per qualche anno, nel mentre i patrioti bianchi davano forma concreta a strutture paramilitari clandestine[1] - e venendo ad incrinarsi il patto sociale che ha comunque garantito, tra mille difficoltà e tragedie, la possibilità di contrattare il proprio salario piuttosto che discutere il ruolo delle minoranze nella società complessa e dai mille volti forgiata dalla macchina democristiana, la liceità dell'azienda diffusa tende a coprire ogni spazio politico residuale dopo aver già ampiamente conquistato il terreno impervio dell'economia nazionale.
Lo spazio storico inaugurato dalla Seconda Repubblica si pone immediatamente al ridosso di irreversibili mutamenti dell'assetto politico nazionale degli anni Novanta. Alcuni commentatori sono concordi nel ritenere che il terremoto istituzionale prodotto da Tangentopoli verso la prima metà del decennio che chiude il secolo abbia costituito davvero lo spartiacque tra due mondi. E' ipotesi del presente saggio che, al contrario, l'origine complessa della Seconda Repubblica possa essere situata in un periodo della storia d'Italia, peraltro molto frequentato a vario titolo da numerosa pubblicistica, durante il quale si sono giocati i destini del futuro assetto socio-politico di casa nostra. Dal 1977 fino al 1993 - vedremo più avanti nel dettaglio il perché di queste due date e degli anni tra esse intercorsi - numerosi avvenimenti disvelano una logica di intervento precisa nel determinare evoluzioni e drastiche trasformazioni degli apparati della politica, del governo, della cultura e dell'economia che hanno lentamente accompagnato il declino della Prima Repubblica ed il suo lento scivolare nella Seconda.
Origine dissimulata nel tempo e formalmente dimenticata, la fine degli anni Settanta, per un verso tormentato decennio da rimuovere, e gli anni Ottanta, palestra indiscussa del conservatorismo di marca rigorosamente socialista (è ovvio che con socialista non c'è che da intendere la presa del potere craxiana) hanno a lungo covato la Seconda Repubblica prima di conferirle dignità di esistenza. Non resta che verificare se l'ipotesi è plausibile.

Dall'Orda d'oro alle tangenti
Il processo di rimozione storica degli anni Settanta culmina con le programmatiche rivisitazioni dell'ultimo decennio, piuttosto incline a riproporre un'immagine idilliaca e consolatoria del '68 come evento salvifico delle coscienze in rivolta. La cesura prodotta senza mezzi termini tra un'epoca d'oro delle contestazioni dei buoni ed una più funesta dei cattivi che si espresse in tutta la sua drammaticità appena qualche tempo dopo e culminò negli scontri del 1977 svolge la pellicola della memoria attraverso una serie di fotogrammi incerti e un po' mossi nei quali la mancanza di messa a fuoco assume dignità d'arte. Arte del rimosso, appunto, o semplicemente della falsificazione del ricordo. Discuteremo brevemente del biennio `77-'78 con il duplice scopo di ricordare in maniera corretta, da un lato, e di focalizzare la nostra attenzione sul periodo che abbiamo indicato come origine della Seconda Repubblica, dall'altro.
Anche nei libri di storia dal taglio più critico possibile, il senso e la realtà stessa dei fatti che sconvolsero il paese tra il Febbraio e il Settembre del 1977 sfumano nell'impalpabile stemperarsi di un'epoca che si considera definitivamente chiusa, dimenticando con facilità non soltanto quella ma anche gli anni che seguirono e che hanno preluso all'avvento della attuale socialdemocrazia di governo, diffusa oramai, come è noto, a livello europeo.
"Il '77 non fu come il '68. Il '68 fu contestativo, il '77 fu radicalmente alternativo. Per questo motivo la versione `ufficiale' definisce il '68 come buono e il '77 come cattivo; infatti il '68 è stato recuperato, mentre il '77 è stato annientato. Per questo motivo il '77, a differenza del '68, non potrà mai essere un anno di facile celebrazione. Eppure la rimozione del movimento del '77 è stata operata anche dai suoi stessi protagonisti. Migliaia di persone hanno interiorizzato gli effetti catastrofici del terrorismo repressivo dello Stato annullando insieme alla memoria di quel vissuto anche la loro identità antagonista. Al di sopra di queste due rimozioni `volontarie', l'effetto azzeratore della memoria sociale prodotto dal gigantesco mutamento delle tecnologie comunicative. Ma, nonostante tutto questo, le domande poste dall'ultimo movimento di massa antistituzionale in Italia restano attuali perché irrisolte. `Quale sviluppo per quale futuro?' fu la domanda principale, semplice e terribile nel sintetizzare `l'intuizione' del vivere quel momento come il crinale di un passaggio di trasformazione epocale, reso esplicito dalla crisi e dall'esaurirsi delle regole di relazione e organizzazione sociale basate sul sistema industriale."[2]
Il movimento del '77 avvertì con estrema chiarezza, e lo rese visibile sulla pelle di decine di militanti, nel profondo di soggettività che l'eroina sconvolse e il carcere polverizzò con sistematicità impietosa, il passaggio inevitabile alla società del post-industriale e la trasformazione che il lavoro avrebbe subìto. La centralità operaia, sulla quale il Pci costruì le sue avanguardie, aveva salvaguardato e in certo modo celebrato fino allo sfinimento l'occupazione nelle fabbriche dei beni di consumo; l']operaismo degli anni Sessanta e di parte dei Settanta sorvegliava attento le dinamiche della produzione intorno alle quali aveva dato forma al suo stesso potere di contrapposizione alla classe padronale. La forza del Pci, del suo apparato culturale di riferimento e della sua organizzazione politica di militanza doveva fare i conti con l'evoluzione rapidissima e forse inaspettata della società civile e dell'economia nazionale. La crisi petrolifera del 1974 ribaltò completamente il concetto stesso di processo produttivo e di giornata lavorativa sociale e la ristrutturazione inevitabile da parte del grande capitale, la famosa riconversione industriale, prese le mosse proprio dall'attacco che fu portato alla composizione tecnica e politica della classe operaia nelle fabbriche. A distanza di oltre vent'anni viene da chiedersi se il Pci fu realmente consapevole delle strategie dispiegate dal sistema capitalistico a tutela della sopravvivenza di un apparato industriale scosso nelle fondamenta o se ebbe l'unica preoccupazione di mantenere inalterati i rapporti politici di forza così strenuamente difesi a livello parlamentare fin dalle elezioni del '48. La mancata messa in discussione delle nuove forme di precariato e semidisoccupazione che dettero vita a figure sociali emarginate ma comunque strette nella morsa dei rapporti di produzione determinati dal capitale non permise di afferrarne la reale consistenza, relegandone la presenza e le potenzialità trasgressive nell'angolino buio dell'estremismo; una pericolosa pratica di stigmatizzazione della diversità che opponeva al tradizionale soggetto operaio quella del lavoratore non necessariamente inserito nel regime di fabbrica. Esiste, a tale proposito, tutta una letteratura politica di analisi critica che ha insistito molto sulla nascita, esattamente in quegli anni durante i quali non fu più possibile esercitare il proprio diritto alla protesta inceppando la catena di montaggio, del lavoro intellettuale massificato. Regga o meno la teoria della contrazione degli impieghi manuali, anche attraverso la lenta, ma inarrestabile introduzione della meccanizzazione nei contesti produttivi del vecchio stabilimento, grazie ad un massiccio utilizzo di moderne tecnologie, è pur un dato di fatto che l'autunno del 1969 qualche preoccupazione l'aveva creata. La risposta parziale, e immediata, alle occupazioni di fabbrica ed all'appropriazione da parte dell'operaio del sapere specifico legato ai modi di produzione fu lo spostamento significativo di parti rilevanti del processo produttivo all'esterno dei luoghi di lavoro caratteristici dell'organizzazione precedente, approntando una rete decentrata e diffusa, capillarmente dispersa nel sociale, cui affidare il compito di compensare la rigidità strutturale dimostrata dalla fabbrica in quanto dimensione fisica della rivolta operaia. La nascita di piccole autonomie d'appalto, quasi nascoste alla vista, che si facevano carico di segmenti della produzione un tempo interamente concentrata nello stabilimento consentì certamente di risolvere, in prima battuta, l'innegabile carenza di controllo sulla forza lavoro in lotta contro le politiche totalizzanti dell'egemonia padronale, ma d'altra parte generava nello stesso momento situazioni d'instabilità nel tessuto sociale provocate da condizioni di vita al limite della sopravvivenza.
Non è facile dire se il rischio fu calcolato o se era inevitabile che proiettando fuori dal contesto di fabbrica la dinamica dei rapporti di produzione ed estendendola ovunque ci si sarebbe trovati di fronte, inevitabilmente, ad una struttura sociale in parte modellata sulle nuove funzioni richieste con tutto ciò che ne poteva conseguire. Di una cosa siamo certi, perlomeno sul piano della ricognizione storica, e cioè che questo amalgama di individui espulsi dalla fabbrica - la cassa integrazione fu uno dei primi strumenti utilizzati per la liquidazione degli elementi più riottosi - o in attesa di occupazione e dunque mai realmente entrati nel ciclo della produzione e delle lotte, si incontrarono a metà strada nei popolosi hinterland ai margini delle città mischiando assieme la carica di scontento e frustrazione degli uni e il buon livello di scolarizzazione, quindi di capacità di comprendere il reale stato delle cose attraverso la riflessione critica, di parte degli altri.
Cambiava tutto così in fretta che probabilmente non fu possibile, se non col senno di poi, delineare con certezza la geografia composita di soggettività frantumate ancora prima di essere inserite nel composto e rigido mondo del lavoro, soprattutto perché quel mondo era in fase di ridefinizione.
"Invece di rivolgere l'attenzione a queste nuove figure produttive prendendo atto del carico di novità che esse esprimevano sul terreno delle esigenze di sviluppo e di organizzazione politica, Partito Comunista e sindacato vi contrapposero la più rozza delle analisi che finiva col bollarle come fenomeno di pericolosa irrazionalità di un nuovo sottoproletariato di massa, a cui contrapporre la razionale saldezza democratica di una classe operaia garantita e arroccata nelle grandi cattedrali industriali a coltivare l'illusoria certezza di reggere l'assedio dell'attacco capitalistico. Sul piano della politica istituzionale la strategia del `compromesso storico' del Pci ebbe il suo momento cruciale nel risultato delle elezioni amministrative del '75 quando conquistò numerosi e importanti enti locali e ancor più l'anno successivo, alle elezioni politiche, quando sfiorò il sorpasso della Dc. Il clamoroso successo elettorale, arrivò sull'onda delle lotte dei movimenti di massa degli anni precedenti che il partito ritenne di aver ricondotto a funzione di cinghie di trasmissione nel sociale del suo progetto. A questo punto, ponendo la propria candidatura a `partito di governo', rivolse tutta la sua tensione alle manovre di alleanza e di trattativa con gli altri partiti."[3]
Una tensione che sarebbe costata cara, soprattutto al cosiddetto movimento, di cui il Pci si fece immediatamente severo controllore rispetto alla sicurezza sociale. La dissoluzione in atto del vecchio modello industriale comportava per i comunisti del Partito una presa di posizione decisa e inequivocabile se non si voleva perdere l'opportunità di reclamare la propria quota di partecipazione alla governabilità del paese, nonostante essa, come ben sappiamo, sia giunta molto tardi e dopo un percorso di sofferta lacerazione interna. Il 1977 si aprì con questi presupposti e in un clima di enorme partecipazione all'avventura politica e sociale che avrebbe potuto preludere, nelle speranze di moltissimi, a cambiamenti epocali. Si fronteggiarono da un lato il Movimento operaio storico e dall'altro la compagine, tutt'altro che pacifica e soprattutto desiderante, per dirla con Deleuze, che diede vita al movimento più spontaneo ed eterogeneo che la storia d'Italia ricordi. Si trattava per questi giovani e giovanissimi di ridiscutere i fondamenti del sapere imposto per tanti anni dal dominio del significante borghese, dall'ispessimento delle pratiche totalitarie democristiane e fasciste di cui esisteva perfetta memoria e conoscenza nella vita di ogni giorno, dello stravolgimento del concetto di lavoro in funzione non tanto della ricerca del posto fisso quanto della possibilità di ottenere un diverso rapporto con la società e nella società declinato da regole radicalmente nuove. Lavorare in modo diverso per la riappropriazione di spazi di vita non brutalizzati dalla logica del profitto, disinnescare le strategie del potere, rovesciare il mondo per liberarlo dalle ipocrisie del quotidiano: fu un movimento della speranza e del rinnovamento, quello, anche se la deriva violenta, in risposta alla violenza incontenibile delle istituzioni, ne segnò per sempre i partecipanti travolgendoli oltre ogni loro aspettativa.
"Così nel '77, divampò la generalizzazione quotidiana di un conflitto politico che si ramificò in tutti i luoghi del sociale, esemplificando lo scontro che percorse tutti gli anni Settanta, uno scontro duro, forse il più duro, tra le classi e dentro la classe, che si sia mai verificato dall'unità d'Italia. Quarantamila denunciati, quindicimila arrestati, quattromila condannati a migliaia d'anni di galera, e poi morti e feriti, a centinaia, da entrambe le parti. Queste cifre non possono essere considerate sicuramente come il semplice risultato di una scommessa azzardata del sapere delirante di un manipolo scellerato di cattivi maestri innestato sulle tensioni nichiliste di strati sociali sottoculturati ed emarginati. Questo scontro fu piuttosto un appuntamento obbligato dalla precipitazione di contraddizioni sociali tra le classi che nella crisi generalizzata spingevano a un conflitto diretto e frontale per la rideterminazione di nuove regole di potere."[4]
Cominciarono gli studenti, come spesso è accaduto in Italia, a seguito della circolare Malfatti del Dicembre 1976 che negava la possibilità di sostenere più esami nella stessa materia ed eliminava di fatto la liberalizzazione dei piani di studio. L'Ateneo di Palermo, il primo a rendere esecutiva la circolare, viene subito occupato. Nelle settimane che seguono scendono in piazza anche i precari della scuola: in breve la protesta si diffonde a Torino, Pisa, Napoli, Roma. Il 1deg. di Febbraio del 1977, gruppi armati di fascisti invadono la città universitaria romana e si scontrano con gli studenti. A questo punto Malfatti ritira come misura precauzionale la circolare; ma è già tardi. Il giorno successivo allo scontro con i fascisti che se ne erano andati sparando dall'università prontamente occupata dal movimento studentesco nella facoltà di Lettere, gli studenti assaltano la sede missina di via Sommacampagna che viene data alle fiamme. In uno scontro a fuoco con il corteo che dopo l'azione antifascista stava raggiungendo piazza Indipendenza, squadre speciali della Polizia feriscono gravemente due studenti, Paolo Tommasini e Leonardo Fortuna. A questo punto la miccia fa esplodere la polveriera: l'Università Statale di Milano viene occupata; 15.000 persone, studenti, disoccupati, diplomati e laureati senza lavoro, docenti precari sfilano nelle strade di Napoli; a Bari si occupa Lettere e Filosofia. Il 5 Febbraio le forze dell'ordine si stringono attorno all'università di Roma per impedire un altro corteo, mentre a Bologna, Genova, Cagliari, gli Atenei sono in mano agli studenti.
La reazione del Pci attraverso l'organo ufficiale di stampa ]L'Unità è perentoria. Si accusano i provocatori autonomi di essere poche decine di scellerati che tengono in scacco l'intero movimento. Il tentativo di organizzare un corteo per sdoganare i non estremisti e rilanciare l'idea di un movimento estraneo alle strategie politiche autonome fallisce il 10 Febbraio: i Comitati Unitari di Fgci, Fgsi, giovani repubblicani, Pdup, sindacati, Acli non riescono a contenere la protesta nemmeno delle rappresentanze cosiddette democratiche. Il giorno precedente erano sfilate 30.000 persone per le vie di Roma a reclamare la scarcerazione di tutti gli arrestati e a dare libero sfogo alla propria protesta.
Sono lunghe strisce colorate di ragazzi e ragazze che chiedono l'attenzione e l'ascolto della cittadinanza intera; la passione politica invade pacificamente le strade. Da Nord a Sud la penisola è attraversata da un fremito di ribollente voglia di libertà e giustizia che trova negli studenti, nei collettivi delle donne, nei gruppi già presenti sulla scena politica una delle sue massime espressioni.
Il 19 Febbraio Luciano Lama organizza un comizio a Roma dentro l'Università. La prova di forza è evidente: il Partito Comunista raduna il suo servizio d'ordine e tenta di aggiustare le cose, mandando a casa alcune decine di giovanotti rissosi. Se leggete i resoconti dei testimoni presenti quel sabato d'inverno, non potrete non percepire la drammaticità degli eventi che si susseguirono in rapida successione: due generazioni a confronto, forse in qualche caso addirittura padri contro figli, si fronteggiarono sotto il palco dal quale Lama urlava concitato.
"A un certo punto da sotto il carroccio degli indiani metropolitani si è visto alzarsi una nuvola bianca, era stato uno del servizio d'ordine del Pci che aveva azionato un estintore, ho visto la nuvola bianca che si alzava sopra le teste intorno al palco che ha cominciato a ondeggiare, un ondeggiare continuo, confuso, poi gente che scappava da tutte le parti. Il servizio d'ordine del Pci è venuto avanti picchiando, volavano delle cose, sono cominciati a volare sassi, pezzi di legno. Di slancio quelli del Pci sono venuti avanti caricando fino alla fine della fontana. Ho visto i primi compagni del movimento che venivano portati via per le gambe e per le braccia, con le teste rotte, con le facce insanguinate. [...] C'è stato il contrattacco, eravamo davvero incazzati, c'era la nostra gente con la testa spaccata. Il camion su cui stava Lama è stato capovolto, distrutto. In quel momento c'è stata la sensazione che qualcosa si era rotto, poteva essere la testa delle persone che conoscevi, io avevo la fidanzata che era della Fgci e in quel momento ho capito che si rompeva anche qualcosa che riguardava i miei affetti."[5]
Entra nella testa, dalla testa, il senso di smarrimento che percorre l'intero movimento. La battaglia si fa più aspra, università e perfino scuole superiori di città e provincia cominciano ad essere occupate. I cortei si moltiplicano e gli scontri con la Polizia, sempre più aggressiva e minacciosa, non si contano più. Lo spontaneismo della partecipazione alla lotta, perché così fu intesa da tutti, riempie i quartieri di militanti pronti a rovesciare ovunque le regole della compunta ma smarrita società dei benpensanti o semplicemente di quanti non vogliono assolutamente pensare. La cacciata di Lama rafforza la coesione interna del movimento e ne fa, comunque la volessero pensare gli apparati istituzionali, l'interlocutore delle forze politiche che a sinistra, Pci compreso, devono obbligatoriamente prendere atto del processo di contestazione in corso. L'11 Marzo, a Bologna, Comunione e Liberazione organizza un'assemblea presso l'Istituto di Anatomia della Facoltà di Medicina. Riconosciuti come aderenti al movimento alcuni giovani vengono malmenati dai cattolici e respinti fuori dall'Aula. E' l'ennesima occasione per far accorrere numerosi gruppi di studenti che reagiscono alla provocazione ciellina; ci voleva poco a contrapporre gli uni agli altri, in quei giorni. Al di là delle analisi sociologiche che per lungo tempo si sono sprecate intorno al fenomeno, nessuna mano improvvida animava segretamente gli estremisti di sinistra, come si volle definirli. Il movimento era assurto a categoria dello spirito, a funzione sociale della massima espressione di libertà possibile. Il tessuto urbano stesso, la geografia della città diventavano oggetto di presidio permanente, il territorio delle proprie rappresentazioni collettive di pensiero e azione nel grande palcoscenico della realtà. Per questo molte volte, troppe, si recitò a soggetto. I Carabinieri, l'11 Marzo, svolgono la loro parte nella teatralizzazione della guerriglia che continuamente si riproponeva come unico dialogo tra fazioni opposte. In via Mascarella esplodono raffiche di mitra e colpi di pistola: Francesco Lorusso, militante di Lotta Continua che sta correndo verso la facoltà di Medicina viene raggiunto alla schiena da numerosi colpi di pistola. Cade a terra ucciso sotto il portico poco distante.
In città scoppia il caos, quando Radio Alice, collegamento permanente tra i membri del movimento, annuncia che un milite dell'Arma ha freddato Lorusso prendendo la mira con il braccio appoggiato sul tetto di un'automobile. La Federazione del Pci e la Fgci non perdono occasione per rimarcare l'ennesima provocazione della "cosiddetta Autonomia" che ha voluto impedire l'assemblea di CL cercando lo scontro. E' davvero impensabile ritenere che il Partito non si rendesse conto dei comunicati che emanava a seguito di fatti così gravi; ma le posizioni, per quanto si voglia a distanza di anni ritagliarle dentro ad uno spazio delle circostanze che tende a sottolineare il clima di confusione e di incertezza di quei momenti, erano chiare e la volontà di normalizzazione evidente; il muro contro muro avrebbe di lì a poco generato nuove sofferenze. A Roma 24 ore dopo, è il 12 Marzo, ricominciano il carosello delle camionette della Celere, il lancio delle molotov, le cariche, i lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo. La manifestazione indetta per quella giornata deve essere impedita ad ogni costo e la città viene letteralmente blindata. Sono confluiti nella capitale treni e pullman zeppi di aderenti al movimento.
"Sul Lungotevere c'era chi tentava di fare dei cordoni sui lati della strada per cercare di impedire che certi gruppi sfasciassero tutte le macchine parcheggiate. C'è stata poi una polemica molto dura su questi fatti. C'erano forse centomila persone e tra questi c'erano anche quelli che sfasciavano tutto. A Piazza del Popolo l'aria era irrespirabile, la Polizia non c'era, era un fantasma che rimaneva a distanza sparando ininterrottamente lacrimogeni. Dietro i muretti c'erano le fiamme che si alzavano. Un grosso gruppo ha dato l'assalto alla sede del comando dei carabinieri, hanno tirato un sacco di bocce e poi hanno cominciato a sparare colpi di fucile e di pistola contro la porta e il muro. Più in là è stato dato fuoco a un bar che era il punto di ritrovo dei fascisti." [6]
La mattina del 13 di Marzo Bologna viene invasa da un migliaio di Carabinieri che occupano militarmente l'università deserta e cominciano a perquisire in città i luoghi frequentati dai ragazzi del movimento. Più tardi proseguono anche nelle case private; fioccano gli arresti, 41 persone, e un centinaio risultano i fermati. "...i nostri Tupamaros si devono convincere che non c'è assolutamente spazio per la loro follia" dichiara il ministro degli Interni Cossiga. Le foto di Bologna dell'epoca sono istantanee che sembrano scattate a Santiago del Cile dopo la presa del palazzo della Moneda: i carri armati presidiano le zone a rischio e i volti tesi dei militari in assetto da combattimento si stagliano nel contrasto grigio-nero della filigrana. La spaccatura è diventata baratro e la governabilità una questione di forza: vince chi è strategicamente in grado di assumere il controllo, vale a dire lo Stato di Polizia. I Tupamaros di Cossiga, una formula assolutamente provocatoria di surdeterminazione del reale stato delle cose, giocata sull'onda di comunicazioni mass-mediali che facessero presa sulla gente e la convincessero a ritenersi sulle soglie di una sorta di guerra civile, avevano voluto, e prima di tutto desiderato, trasformare la vita della società e dei singoli. Era in ballo la questione del potere e la classe dirigente di allora lo aveva capito perfettamente. La maggioranza dei compositi settori del movimento aveva messo pubblicamente in discussione il rapporto dialettico con le istituzioni e reclamava una risposta nella convinzione, del tutto infondata, che esistesse almeno uno sbocco formale di potere, una soluzione politica che non venne mai e che era ovvio potesse arrivare dal Pci. Le frange irriducibili dei ribelli ebbero certo il sopravvento anche se si trattò di una inevitabile conseguenza della moltiplicazione dei massicci interventi repressivi attuati da Cossiga e dal governo Andreotti, lungo la traiettoria della riassunzione totale del controllo.
"La lottarmata è stata dunque la prosecuzione - malintesa - di quella traiettoria. Non che tutti volessero la guerra civile, ma `tutti' ne hanno precostituito le premesse culturali e fattuali. E qualcuno - non pochi - ne ha tratto le conseguenze. E' su questo problema dello `sbocco' che si è liquefatta l'esperienza extraparlamentare. Ad un certo punto, c'erano o il Pci e il sindacato, o le Brigate Rosse. In mezzo, la crisi lucidamente vissuta di Potere Operaio, o l'irresponsabile demagogia verbale degli altri gruppi."[7]
Ai primi di Maggio si apre a Torino il processo contro le BR. L'organizzazione clandestina elimina a colpi di pistola l'avvocato Croce, presidente dell'Ordine. I rettori delle università, Ruberti in testa a Roma, chiedono sempre più spesso l'intervento ufficiale della Polizia per sedare le manifestazioni degli studenti all'interno degli Atenei. Il governo e le forze politiche sono determinati a che si risponda con le armi alle provocazioni. La società italiana subisce una terribile contrazione, attraversata com'è da fermenti rivoluzionari e ondate repressive che fanno delle strade luoghi invivibili. Il 12 Maggio il movimento vuole manifestare pacificamente per la celebrazione della vittoria nel referendum del 1974. Il Partito Radicale organizza il corteo. A Piazza Navona, sede del concentramento, la Polizia manganella senza tanti complimenti i deputati radicali e continua le cariche sui gruppi che stanno giungendo numerosi. Di nuovo uno scenario di battaglia; molti dei manifestanti fuggono verso Campo dei Fiori, erigono barricate e cominciano a divellere il selciato per raccogliere sanpietrini.
In tarda serata gli scontri non si sono placati e le squadre in borghese di agenti speciali che Cossiga infiltra tra gli stessi militanti fanno fuoco ancora una volta; Giorgiana Masi, diciannovenne simpatizzante del Partito Radicale, viene uccisa da una pallottola alla schiena su Ponte Garibaldi.[8]
L'estate del 1977 racconta di un'Italia scossa dai terribili avvenimenti di quei mesi; i partiti della maggioranza di governo raggiungono un accordo per rendere la già temibile legge Reale [9] ancora più illiberale attraverso l'emanazione di una serie di decreti sull'ordine pubblico. Nasce il carcere speciale che negli anni successivi diventerà l'istituzione penitenziaria nella quale confluiranno detenuti politici e comuni giudicati tra i più pericolosi. [10]
Lo Stato emergenziale si profila come nuova e minacciosa concrezione di potere che modifica le regole stesse del diritto, quasi che una svolta autoritaria dovesse diventare l'inevitabile risposta alla compattezza del movimento. Ma compattezza ce ne fu ben poca, perché era forse nell'essenza stessa delle organizzazioni politiche extraparlamentari che covava il disagio. Ciò che risultava brutalmente evidente era la lenta deriva delle garanzie costituzionali, l'assenza progressiva di tutela della democrazia, l'erosione inarrestabile delle ultime speranze di dialogo per non buttare a mare il sacrificio disperato di un'intera generazione. Tuttavia i progetti dell'establishment erano altri, come si constatò più tardi, e il blocco granitico che si oppose ad ogni cambiamento, giudicandolo con avversione e disprezzo, lasciò che le cose prendessero la via segnata dalla logica del pugno di ferro. L'ultimo atto del movimento del '77 fu il convegno nazionale sulla repressione indetto per il 22, 23 e 24 Settembre. Sulla scia della polemica avviata da un gruppo di intellettuali francesi che avevano redatto un appello contro la repressione in Italia, centomila giovani raggiungono Bologna per partecipare alla più grande festa del decennio. Sono tantissimi a bivaccare nelle piazze, nei parchi, negli edifici pubblici; vengono per incontrarsi con gli altri, per discutere, per cercare soluzioni, per dare un segno della tracimante voglia di vivere che li anima.
Esiste e resiste nelle organizzazioni extra-parlamentari anche il problema della linea strategica da adottare per creare un programma di intervento comune. E' qui che finisce ogni rapporto dialettico tra gruppi, probabilmente ancora prima di cominciare il convegno. Non appena iniziano i lavori nel Palazzetto dello sport, vengono espulse alcune componenti del movimento tacciate di appartenere all'area di destra: Avanguardia operaia, Lotta Continua, Mls. Si dimostra in questo modo la forza del nucleo emergente di direzione e si dà il via alla caduta verticale del dialogo.
"Quello che avevamo da dire era: ragazzi, ci aspettano degli anni disastrosi, però in questi anni si dispiegherà un processo futuro che noi possiamo tentare di interpretare, in cui i processi di autonomia potranno manifestarsi nei nuovi strati. In realtà quella che abbiamo trovato a Bologna era tutt'altra tensione. Il convegno di Settembre era nato a Parigi nei giorni in cui avevamo fatto l'appello contro la repressione firmato dagli intellettuali francesi. All'inizio nessuno pensava che quell'occasione ci avrebbe così preso la mano. E' stato invece un momento in cui tutti hanno sentito che bisognava andare lì perché sarebbe stata un'occasione in cui ci si sarebbe potuti vedere, parlare, contare. Ci si aspettava qualcosa di magico, si era creata un'aspettativa drammatica e una divaricazione netta, nettissima tra il Palazzetto dello sport che era il luogo deputato del ceto politico e dell'area della militanza dei vari raggruppamenti, e dall'altra parte un gran numero di forme di animazione e di spettacolo di massa. Tutti erano convenuti a Bologna con grandi attese che erano andate frustrate. Alla domanda di una soluzione post-organizzativa il quadro politico riproponeva come risposta il vecchio modello, e gli altri non avevano né l'energia né l'invenzione capaci di dare una nuova soluzione politica, perchè una soluzione politica non c'era."[11]
Ala dura e ala creativa del movimento avevano ceduto alla suggestione del potere, in qualche modo. L'Autonomia operaia, per come si sarebbe espressa più tardi, riteneva che lo scontro fosse non soltanto necessario ma praticabile; l'Autonomia diffusa intese resistere allo scivolamento nella logica del conflitto, ma sarebbe stata ugualmente criminalizzata e repressa a partire dalle vicende del processo 7 Aprile, intentato ai danni di decine di militanti, e dell'inchiesta del giudice Calogero. Una stagione di angosce inespresse e di rivolgimento sociale, di generose giornate di coraggio civile e di buio sconforto, di drammi personali e di lutti; di politica e di cultura, in un percorso ideale di ricongiungimento all'invettiva del '68 per un'immaginazione che potesse letteralmente creare un mondo nuovo, o perlomeno diverso. Questo fu il '77, un episodio tutt'altro che marginalmente costitutivo della realtà italiana successiva, per quanto, come abbiamo visto, rappresentò nel vissuto collettivo e per la cesura radicale, quasi chirurgica, con cui determinò l'irriducibile condizione di alterità dal sistema di potere costituito, in un impossibile dialogo che divenne guerra metropolitana e si perse più avanti nel sussurrare incerto e cupo degli anni Ottanta.

 

In questo clima di assoluta incertezza e di pessimismo si aprì il 1978, un anno destinato a rimanere altrettanto impresso nella memoria di molti. La crisi organica della società italiana era già cominciata da inizio decennio e non soltanto per gli effetti impressi dall'economia mondiale che andava riassestandosi a seguito degli stravolgimenti operati sul prezzo del petrolio. La strategia della tensione, inaugurata con le bombe del 1969 e l'eccidio di Piazza Fontana, aveva nel 1974 raggiunto uno dei suoi apici con la strage in Piazza della Loggia a Brescia, durante un comizio. Nel Dicembre del '71, Giovanni Leone era stato eletto presidente della Repubblica. Come gli italiani avrebbero appreso proprio nel Marzo del 1978 dall'inguaribile spirito battagliero di Camilla Cederna, quando il libro venne dato alle stampe, la corruzione di palazzo della politica italiana e il decadimento delle istituzioni avevano trovato nel consumato democristiano di Napoli un perfetto esecutore e un fido custode.
"Sotto la presidenza di Leone l'Italia è stata segnata da tappe sanguinose e dal proliferare delle trame nere; ecco l'assassinio dell'agente Marino a Milano da parte dei sanbabilini, l'attentato del finto anarchico Bertoli alla questura, le bombe di Brescia, la bomba all'Italicus, il complotto della `Rosa dei venti', il golpe bianco di Sogno e Cavallo, l'uccisione da parte di polizia o fascisti di Franceschi, Varalli, Zibecchi, Brasili a Milano, Miccichè a Torino, Boschi a Firenze, Campanile a Reggio Emilia, tutti di sinistra, oltre al missino Ramelli. E poi l'assassinio del comunista De Rosa durante un comizio del deputato missino Saccucci. Una striscia di sangue che si allunga con le morti violente del consigliere missino Pedenovi a Milano, del procuratore generale della repubblica Coco a Genova, del sostituto procuratore della repubblica Occorsio a Roma. Quanto alle vergogne della magistratura, per ora ci limiteremo a citare il passaggio di tutte le istruttorie scottanti sulle trame fasciste alla Procura della repubblica di Roma, tutte le decisioni della cassazione dal '72 in avanti, il proscioglimento in istruttoria di Pino Rauti nel processo di Catanzaro, la decisone della Corte costituzionale (cioè della più alta magistratura dello stato) di bocciare i quattro referendum popolari, il record di assoluzioni nei confronti dell'estremismo armato fascista." [12]
Sono gli anni della ripresa della destra appoggiata dagli americani, in funzione anticomunista; Giulio Andreotti ritorna a Palazzo Chigi nel 1976 per restarvi fino al '79. Si stava giocando nel frattempo, tra '75 e '78, un'altra importante battaglia sul fronte politico-costituzionale: Moro propone l'accordo delle cosiddette convergenze parallele per recuperare nello schieramento di governo anche il Partito comunista. Addirittura Carli ed Agnelli sostengono che la ripresa economica potrà e dovrà avvenire attraverso il coinvolgimento del Pci di Berlinguer. E' sostanzialmente questo deciso approccio al consociativismo che mette il Partito comunista in condizione di rifiutare qualunque tensione al cambiamento che non passasse per canali istituzionali; si sarebbe trattato di rinunciare, spudoratamente, alla mano tesa da Moro ed alla conquista della concreta opportunità di entrare a far parte del folto gruppo dei gestori diretti della governabilità nazionale. Abbiamo potuto constatare prima fino a che punto il dirompente movimento del '77 si sia inserito nella dinamica articolatissima di un sistema di potere incapace in quel momento di trovare, sul piano della visibilità materiale, dunque degli stessi apparati formali di controllo, una soluzione convincente al proprio immobilismo e ne abbia sconvolto le interconnessioni proponendo, come scrisse] Rosso (giornale interno al movimento), di "massificare l'illegalità politica di massa".
Il 16 Marzo del 1978 Aldo Moro viene rapito dalla Brigate Rosse, la scorta annientata sotto gli occhi terrorizzati dei pochi testimoni che quella mattina presto si erano affacciati alla finestre di via Fani, richiamati dagli spari. Nei 55 giorni successivi si chiude parte della storia italiana cominciata trent'anni prima, in una sarabanda allucinante di perquisizioni inutili, trattative estenuanti, collassi istituzionali. La politica fu davvero nello scacco di se stessa in quel momento, mentre tutt'intorno divampavano lotte furibonde che soltanto più tardi avremmo appreso coinvolgere servizi segreti, ampi settori dello Stato, affaristi senza scrupoli, notabili in doppiopetto. Resta l'evidenza di una folla spropositata che scende in piazza per difendere i valori della repubblica contro le Brigate Rosse: la prima grande vittoria di quello che poco più in là si sarebbe manifestato come nuovissimo, scaltro regime di governo, sorse dal selciato sul quale giacevano riversi i corpi degli agenti di polizia. La contraddizione fu palese e non risolta; il Pci spinse immediatamente per la soluzione cospiratoria: i gruppi di fuoco dell'estremismo armato venivano utilizzati per impedire l'accesso del partito al governo e perciò la tesi che faceva delle BR la longa manus di forze reazionarie divenne l'unica proponibile.
Dietro le quinte di questo tragico `78 covava nel frattempo ben altro. Nelle convulse ore delle telefonate tra famiglia Moro e rapitori si affermano due linee opposte di trattativa: quella irremovibile del governo e dei democristiani, quella morbida e possibilista dei socialisti, portavoce dei quali è il giovane Benedetto Craxi, al secolo Bettino, in quel momento segretario nazionale del Psi. Comincia da lì la carriera, folgorante e piuttosto lunga, del futuro capo di governo. La posizione dei socialisti nel quadro strategico che si delineava durante la prigionia Moro e si concretizzò negli anni Ottanta fu ampiamente comprensibile fin da allora. Vacillava pericolosamente il rapporto Dc-Pci che Moro e Berlinguer avevano mantenuto aperto ad opzioni di accordo organico sia dal punto di vista di un'intesa sullo sviluppo economico sia dal punto di vista di ampie concordanze sulla politica estera e, particolare piuttosto decisivo, sulla presenza Nato in Italia con tutto ciò che questo poteva significare nei rapporti con l'est sovietico. Il sostegno del Psi all'idea che si dovesse comunque mediare con le Brigate Rosse consente ai socialisti di affermare una autonoma posizione politica, e in certo senso ideologica, in favore di un compromesso che non si trasformasse in subornazione al ricatto del partito armato. E' difficile dire, senza alcuna prova a sostegno, se Craxi avesse già potuto supporre l'esito della vicenda umana e politica di Moro, ma certo è che nel clima sociale dell'epoca era quasi impossibile immaginare la liberazione dello statista democristiano e la sostanziale accelerazione di quella che avrebbe potuto diventare una ripresa vincente ed allargata dei conflitti che avevano scosso il paese appena l'anno precedente.
L'intero insieme delle vicende di cui ci stiamo occupando va analizzato nel suo trascorrere contiguo. La linea di oggettivazione dei fatti raccontati fin qui si snoda lungo tutti gli anni Settanta, agganciando avvenimento ad avvenimento ed è da questo angolo prospettico che essi vanno esaminati, cogliendone cioè le frastagliate connessioni. Esistono, certo, soglie dalle quali originano fenomeni sociali e politici che ritroviamo poi compiuti nel nostro presente. Uno di questi è la classe dirigente socialdemocratica che mosse i primi passi sul finire degli anni Settanta. La crisi fra Stato e società civile divenne profonda in quel ritaglio di settimane in cui si decretò la messa a morte di Moro e di quanto egli rappresentava nell'apparato di potere democristiano. Le stesse lettere scritte dalla prigione del popolo, che è impossibile considerare il risultato di qualche mano brigatista particolarmente acuta o l'imposizione di una regia occulta e sofisticata, descrivono con dovizia di particolari lo stato della realtà nella visione tutt'altro che limitata di Moro. Meglio ancora lo stato della corruzione e della menzogna, dello svilimento di qualsiasi principio morale, del ricatto e del profitto, appartenuti per intero alla partitocrazia nazionale figlia di una Resistenza completamente disattesa e tradita. Ha lasciato scritto Sciascia in un articolo comparso su Il Corriere della sera del Maggio 1997: " Salvare la democrazia, difendere la libertà, non cedere, non arrendersi e così via, coi titoli che vediamo ad ogni evento tragico accendersi sui giornali, sono soltanto parole. C'è una classe di potere che non muta e che non muterà se non suicidandosi. Non voglio per nulla distoglierla da questo proposito o contribuire a riconfortarla: che sarebbe come scegliere per sempre, per me, quella che i medici hanno diagnosticato ai giurati di Torino come `sindrome depressiva'." Naturalmente aveva ragione Sciascia; il conflitto interno alla classe dirigente di allora incontrava col rapimento Moro l'epilogo di una politica, o di una serie di politiche, praticate in Italia per oltre un trentennio. Le amare considerazioni dello scrittore siciliano sarebbero state in qualche modo predittive. Fino al 1992 almeno, lo strapotere democristiano manterrà salde alcune posizioni ma nell'incontrollabile slittamento che avrebbe condotto il partito più rappresentativo d'Italia alla definitiva scomparsa. E' altrettanto vero che solo il suicidio poteva decretarne l'abbandono della scena politica; il colpo inferto alla dirigenza democristiana ed ai delicatissimi equilibri strategici del partito, con l'uccisione di Moro, fu tremendo. Avremmo appreso qualche anno più tardi che la vicenda non era per nulla chiara; avremmo appreso che quella sorta di comitato di salute pubblica voluto da Cossiga nei 55 giorni della prigionia era completamente nelle mani della Loggia P2 con tutto ciò che ne conseguì. Avremmo anche saputo, nonostante ai giorni nostri sia ormai materia di frequenti dimenticanze o di oblio totale, che i servizi di sicurezza, nel 1977 oggetto di una riforma costituzionale, furono colpevolmente assenti (in parte perché paralizzati) e se contributo diedero fu per intorbidire ancora di più le acque.
Alla scomparsa di Moro ed all'inasprimento del conflitto sociale, adesso che le Brigate Rosse - ma non solo quelle: Prima Linea e altri, a sinistra come a destra - avevano scosso le argillose fondamenta della Prima Repubblica, corrispose, per cominciare, il declino della famiglia Leone, attivissima in sette anni di scandali. Nel Giugno del 1978 infatti Leone si dimette e al suo posto viene eletto Sandro Pertini, il famoso partigiano presidente. Non è casuale che Pertini sia socialista di chiara e indiscussa fama e che la sua candidatura sia stata vista di buon occhio dall'insieme dei partiti di governo e d'opposizione. Si comincia a rimpastare la credibilità dell'apparato istituzionale italiano e proprio a partire da uno dei fondatori della repubblica, da uno degli esiliati dal fascismo, lui sì, dissero i giornali, vero combattente per libertà. Sempre nel mese di Giugno i radicali di Pannella promuovono i referendum contro la legge Reale e il finanziamento pubblico dei partiti. Gli italiani sono ancora troppo scossi per rendersi esattamente conto di cosa significasse un istituto giuridico come quello concepito da Reale e la maggioranza dei votanti si schierò nettamente a favore del mantenimento della legge, mentre per il finanziamento pubblico i sì vinsero di stretta misura. Gli esiti refendari sono estremamente significativi se indagati in quel contesto storico. Si sentiva urgente la necessità di garanzie a tutela della sicurezza nazionale e la disinformazione che regnava sovrana nei ceti medi contribuì all'accreditamento delle tesi allarmiste sull'ordine pubblico. L'Italia continuava in realtà a restare decisamente spaccata in due: soltanto nel 1980 la sconfitta degli operai alla Fiat, i licenziamenti e l'allontanamento dalla fabbrica degli elementi ritenuti sovversivi, sancirà la ricucitura dello strappo che gli anni Settanta avevano generato.
Si succedono rapidamente brevi legislature: Cossiga, Forlani, Spadolini (`81-'82), e viene inaugurata la formula del pentapartito. Continuano le battaglie civili ispirate dal Partito Radicale: nel 1981 il referendum per il divorzio trova accoglienza in larghi strati della società italiana e la schiacciante maggioranza che si esprime a favore delle proposte refendarie riesce a far arretrare di parecchi passi la volontà egemone del clero cattolico e dei movimenti integralisti che lo sorreggevano. Contemporaneamente lo scenario internazionale muta in senso neo-conservatore: nel 1978, un anno indubbiamente fatidico, il polacco Karol Wojtyla, rompendo la secolare tradizione dei papi italiani, sale al trono pontificio; nel 1979 Margaret Thatcher diventa Primo Ministro in Gran Bretagna; nel 1981 Ronald Reagan è presidente degli Stati Uniti; infine nel 1982 Kohl è cancelliere nella Germania federale.
"Sull'Italia incidono più direttamente lo spirito battagliero di frontiera del nuovo papa polacco che tende ad ignorare il cattolicesimo democratico erede del Concilio e di Giovanni XXIII e l'offensiva liberistica, il rilancio politico americano che va sotto il nome di `reaganismo'. Le riconversioni industriali, collegate ai processi di mondializzazione e finanziarizzazione delle società capitalistiche più sviluppate, convergono col ristagno meridionale, con l'emergere e il potenziamento di nuovi gruppi imprenditoriali e finanziari, con la riduzione del proletariato di fabbrica, con la crescita del terziario e dei ceti intermedi."[13]
Alcuni altri particolari vanno riconsegnati alla nostra spesso labile memoria storica. L']habemus papam che celebrò la nascita del pontificato di Wojtyla giungeva appena 33 giorni dopo quello pronunciato per Albino Luciani, deceduto per cause sconosciute nelle stanze vaticane la notte tra il 28 e 29 Settembre 1978. Il prete delle montagne venete che avrebbe dovuto governare uno degli stati più potenti del mondo non era sopravvissuto al faccia a faccia con i politicanti ed i banchieri di Dio. Per quanto poco incline alle posizioni apertamente progressiste, Luciani poteva essere considerato un moderato: una caratteristica poco accettabile in un pontefice di Santa Romana Chiesa. Quando decise di posare i suoi occhi indiscreti sulle vicende e l'attendibilità di Paul Marcinkus, responsabile dello IOR, Istituto Opere di Religione, in sostanza quella che meno eufemisticamente veniva chiamata Banca Vaticana, il neo-eletto papa aprì una controversia che gli sarebbe costata la vita, a sentire almeno quanto sostiene nella sua documentatissima, e mai smentita, inchiesta il giornalista David Yallop.[14] L'intreccio che lega Marcinkus, lo IOR, il banchiere Sindona, la Continental Illinois Bank di Chicago, con la quale vengono controllati gli investimenti vaticani negli Stati Uniti, è strettissimo. Dentro alla stessa Chiesa di Roma alcuni ambienti cominciano a muoversi nel tentativo di isolare Marcinkus o comunque di segnalare al pontefice la serie di innominabili traffici che vedono il prelato americano coinvolto con la finanza di mezzo mondo. Luciani è convinto che un'indagine approfondita su connessioni e collusioni potrà stabilire i provvedimenti da prendere, le contromisure da mettere in atto per arginare l'invadente e potentissimo cardinale. Luciani conosceva molto bene il direttore della Banca Vaticana; nel 1972 Marcinkus aveva venduto a Roberto Calvi - ricorderete certamente il ritrovamento di Calvi, appeso, o appesosi a seconda delle opinioni, sotto il ponte dei Blackfriars a Londra nella prima estate del 1982 - la partecipazione di controllo nella Banca Cattolica del Veneto senza minimamente metterne a conoscenza l'allora patriarca di Venezia. Gli spostamenti sull'asse internazionale di denaro, favori, compiacenze e destini di intere legislature non potevano essere resi incerti nemmeno da un Papa perché proprio in quel biennio `78-'79 si sarebbe proceduto ad accordi destinati a riscrivere il contesto del capitale finanziario europeo ed extra-europeo. L'Italia, una volta di più, dimostrava la sua particolare e delicata funzione di volano per iniziative che avrebbero segnato le fortune, o i tracolli, di numerosi gruppi di potere. La tensione che si innervava nella politica nazionale e di cui la drammatica restaurazione in Fiat del 1980 rappresentò uno dei principali strumenti di riassorbimento dell'urto determinato dal malcontento della classe operaia, databile in origine al 1969, restituisce i contorni di un paese nel quale il ceto dirigente doveva storicamente risposte senza ambiguità ai dominatori d'oltre Atlantico, incarnati dalla torbida figura di Sindona, palesemente sostenuto con ogni riguardo da Andreotti e dalla Dc, i cui programmi a lunga scadenza sembravano interrotti dalla crisi di governabilità culminata nel '77 con gli scontri in piazza e pochi mesi più tardi col rapimento Moro.
Dare concretamente conto dell'intricato disporsi del sistema di potere di quel periodo è quasi un'impresa impossibile. Si tratta, in realtà, di un enorme puzzle composto di migliaia di tasselli.
Uno di questi fu certamente Silvio Berlusconi, che comincia nel 1978 la scalata la Corriere della Sera e la sua vertiginosa carriera di manager. Ciò per cui l'imprenditore di Arcore si impegnava strenuamente era la promozione e soprattutto lo sviluppo inarrestabile del sistema delle Aziende. Negli anni Ottanta, grazie alla più che dimostrata amicizia con Craxi, Berlusconi diventa in breve l'incarnazione del nuovo modello di uomo d'affari capace di cavalcare il capitalismo della grande finanza nella sostanziale riformulazione delle regole essenziali all'incipiente ed aggressivo mercato delle multinazionali.
In maniera efficace Santarelli enuclea alcuni tratti peculiari di quell'ultimo anno del decennio che preludeva ad enormi cambiamenti nella società italiana: "La sconfitta operaia alla Fiat aveva drammatizzato una fase di svolta, che si stava delineando su larga scala nei rapporti di forza fra le classi e nella pubblica opinione. I processi di ristrutturazione ne risultarono accelerati ed incoraggiati; del resto una legge del 1977 aveva già riorganizzato gli incentivi alle imprese per lo sviluppo e il rinnovamento tecnologico. Alle ristrutturazioni dell'apparato produttivo corrispose una diminuzione degli operai in fabbrica (nella piccola e media industria il fenomeno fu meno accentuato) e anche di qui derivarono il tramonto della cosiddetta `centralità operaia' e un offuscamento della visione di classe negli altri strati subalterni. Augusto Graziani ha posto in rilievo la coincidenza fra il contemporaneo diffondersi del lavoro irregolare, l'importazione di manodopera straniera (da o attraverso il bacino mediterraneo), l'indebolimento dell'organizzazione sindacale, e lo sviluppo dell' `ideologia del lavoro autonomo' come forma ideale di occupazione e quindi dell' `ideologia del privato' come modello di attività economica. [...] La `tangente' divenne allora un tramite operativo consueto fra potere politico, finanza rampante e capitalismo di stato."[15]
L'epoca d'oro della corruzione elevata a sistema è alle porte. Nel 1981 le Brigate Rosse sequestrano il generale americano Dozier. Ma è semplicemente un colpo di coda. I nuclei speciali antiterrorismo liberano quasi subito l'ufficiale degli Stati Uniti ad ennesima dimostrazione che lo Stato c'è e veglia sull'incolumità di cittadini ed ospiti stranieri. La repressione a cui si era dato inizio con le incarcerazioni del 7 Aprile si inasprisce: dimenticati dalla storia patria, perché cancellati a viva forza, i comunisti fuori dal Partito vengono riportati a più miti consigli con arresti, perquisizioni, processi, carcere preventivo o speciale, minacce, intimidazioni.
Nel frattempo si combatte una battaglia decisiva per la conquista del governo. Nelle elezioni del 1983 il Psi raggiunge l'11,4% dei consensi: la nascente forza dei socialisti, la programmatica certezza negli obiettivi da conseguire e la capacità dimostrata nell'infilarsi tra gli intrighi di palazzo favoriscono la candidatura di Craxi alla Presidenza del Consiglio e la manovra riesce. A Giulio Andreotti viene affidato il delicato dicastero degli Esteri; Oscar Luigi Scalfaro è agli Interni; Spadolini alla Difesa; Forlani assume la carica di Vicepresidente del Consiglio: è iniziata l'era del CAF, il triumvirato Craxi-Andreotti-Forlani che finirà dritto nelle inchieste dei giudici milanesi su Tangentopoli.

 

Bettino Craxi era arrivato alla direzione delle segreteria del Psi nel 1976 alla testa di un gruppo di quarantenni covati dallo stesso movimento del 1968. Formatosi nell'Unione Goliardica italiana, fu luogotenente di Nenni nell'ala autonomista; sua essenziale preoccupazione politica sarà quella di configurare il partito come potenziale terzo partito in alternativa a Pci e Dc. Esposto alle seduzioni del potere, secondo quanto lo stesso Nenni aveva ampiamente presentito, il Psi si trasformò in breve tempo nel partito degli assessori e dei ministri.
"Una volta rientrati al governo, i socialisti furono investiti dall'affare della P2 (ne facevano parte un ministro, alcuni dirigenti nazionali e diversi parlamentari) come del resto accadde per la Dc e per il Psdi. L'utilizzo dell'economia della corruzione, la pratica del sottogoverno passarono a uno stadio più avanzato. Ma Craxi non era certo uomo da preoccuparsene, ritenendo anzi essenziale usufruire di tutte le opportunità per radicare il partito nell'ambiente dato e per meglio rivaleggiare con gli avversari del momento."[16]
La tecnica d'abbordaggio della ]cosa pubblica risulta relativamente semplice per le saldi doti di scaltrezza e cinismo del leader socialista, oramai alla guida di uno schieramento di cui controlla ogni ganglio. Il periodo di recessione e di enormi tensioni sociali, come si è visto, che va dal 1978 al 1983 e il successivo rialzo borsistico-finanziario del 1985-'86 consentono a Craxi di puntare sui cavalli giusti con un atteggiamento di completa accondiscendenza ed avallo rispetto alle speculazioni economiche dei gruppi che si coagulano attorno al capitale imprenditoriale di uomini dello stile di Berlusconi e di rilanciare continuamente, sul versante della governabilità, il modello socialista come unica via per uscire dall'instabilità del quadro istituzionale. Legando insieme, infatti, gli interessi delle lobbies finanziarie e del peggior statalismo democristiano, la dirigenza piessina consolida la propria ascesa al potere e allo stesso tempo consente al grande capitale di affermare sempre più l'ideologia del controllo sull'economia e sulla società: nasce l'impero televisivo berlusconiano e la sua pervasiva opera di infiltrazione nel tessuto connettivo della società. Il Pci, dal canto suo, era definitivamente confinato all'opposizione e poteva tutt'al più impantanarsi, cosa che in effetti avvenne, nella stagnazione della crisi interna. Dice bene Santarelli: "Ma cosa rappresenta il corso craxiano al vertice del potere? Non un programma `socialista', di cui mancavano i presupposti e le intenzioni. E nemmeno, sul terreno della democrazia rappresentativa, quella `Grande riforma' (delle istituzioni) di cui lo stesso Craxi si era fatto banditore per consiglio dei più acuti dei suoi collaboratori - alla conferenza programmatica di Rimini del 1982 - e che non appena giunto al governo aveva accantonato. Piuttosto che praticare un nuovo riformismo secondo il motto `governare il cambiamento' fu la pratica del governo ad alimentare la macchina e la politica del partito. Il senso ed i limiti dell'alleanza con la Dc non ne risultarono sconvolti, e anzi la gestione di Craxi per taluni aspetti potè perfino alleviare il peso delle responsabilità dello scudo crociato."[17]
La questione delle riforme istituzionali di cui ancor oggi si discute, a distanza non dimentichiamolo di vent'anni circa, affonda le proprie radici in questa parte troppo presto dimenticata della storia nazionale, uno dei nodi originari del nostro presente avviato alla chiusura del millennio. Ma non basta. Perché in quegli anni è racchiuso il senso della cultura dell'Italia che ci è contemporanea, della sua economia e del disporsi dei rapporti di forza che attualmente hanno condotto Berlusconi ed amici nientemeno che al governo, per un breve ed intenso periodo, e comunque sia in Parlamento. La deriva del Pci, infine, ha permesso il formale reimpasto del partito di opposizione per eccellenza sino a convertirlo in una socialdemocrazia di programma più attenta alla variazioni della Borsa che alle politiche di risanamento del paese.
Il malaffare democristiano trovò così l'ideale apparentamento con la demagogia craxiana tanto da riuscire a sposarne i contenuti per riprodursi tranquillamente nel regime politico socialista. La democrazia veniva sconfitta ancora una volta e restava la consueta speranza mal riposta di quanti ne attendevano la illusoria realizzazione. Ben altri erano gli intenti, come abbiamo potuto osservare. Negli anni Ottanta la fase d'incubazione della governabilità socialdemocratica di Maastricht si disponeva a covare passo, passo, le strategie dell'impianto politico futuro. Si ha l'impressione, a posteriori, che il decennio che si sarebbe chiuso un anno in anticipo con la caduta del muro di Berlino, l'atto finale della riterritorializzazione del potere in Europa, sia consistito nell'assegnare ad ogni pedina la propria posizione strategica nell'ingranaggio complessivo, una macchina davvero mostruosamente articolata, come articolato si sapeva essere il quadro politico-economico che prendeva forma.
Nel 1985 Francesco Cossiga è Presidente della Repubblica. I sette anni che attendono il bellicoso democristiano sono scanditi da due fasi sostanziali sulle quali si è detto molto; la prima, quella del silenzio, durante la quale si concluderà anche il governo Craxi e la seconda, dal 1990 in poi, che preluse alla vicenda Gladio e alle inchieste del pool milanese sulle tangenti. E' naturale, nella prospettiva d'indagine accolta sin qui, che la cosa stupisca poco. Se è vero che in qualche modo i disegni della politica, specialmente quando non si vedono, esistono comunque, è altrettanto vero che Cossiga fu un autentico punto di svolta al vertice dello Stato per ciò che non disse e per ciò che ritenne in seguito di scaricare addosso a nemici ed amici (o ex-amici) attraverso dichiarazioni pubbliche, interviste ai giornali, invettive alla televisione. Il custode dello Stato di diritto della Prima Repubblica si trasforma nel suo liquidatore. E di liquidazioni Cossiga se ne intendeva abbastanza, dal sequestro Moro in poi. Le elezioni anticipate del 1987, alle quali il Presidente si adegua per il cosiddetto accordo sulla staffetta Dc-Psi, sono il primo avvertimento della ennesima incrinatura nei rapporti fra partiti o, diciamo meglio, fra macro-strutture di potere. Il voto conferma l'instabilità del dialogo fra forze di maggioranza; Psi e Dc ne escono ancora rafforzate, cala a vista d'occhio il consenso al Pci e per la prima volta i Verdi fanno capolino alla Camera dei Deputati. In Aprile del 1988 si insedia il pentapartito guidato da De Mita. In Piemonte, Veneto e Lombardia le prime leghe autonomiste riscuotono un discreto successo; sta cominciando a cambiare lentamente il panorama politico generale, anche se pochi ne hanno esatta coscienza. L'esperimento De Mita prosegue fino al 1989: Andreotti sostituisce il collega di partito con un nuovo governo a cinque. Con la caduta del muro di Berlino per un attimo l'Europa si arresta e sembra quasi che nulla potrà mai più essere uguale a se stesso.
A ridosso della scomparsa del confine tra i due mondi segnati dalla Guerra Fredda, il Pci inizia con la segreteria Occhetto la fase di autoanalisi con la proposta di rifondazione del partito. E' il 1990.
Le emergenze irrisolte degli anni Ottanta sono molte, l'intreccio tra Mafia e politica, affarismo spietato, grandi speculazioni, malgoverno attanagliano la già fragile architettura istituzionale italiana, corrosa dal di dentro e svuotata di ogni reale capacità di controllo. Se facciamo un passo indietro alcuni episodi riveleranno, ancora una volta, un'altra linea genealogica. Nel 1979 era stato ucciso il giudice Terranova, segretario dell'antimafia; nel 1980 era toccato a Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia. Il 1982 è segnato dall'omicidio di Pio La Torre, comunista che aveva presentato in Parlamento una proposta di legge per colpire Cosa Nostra nei suoi interessi economici e nelle sue connessioni bancarie. L'anno precedente col sequestro di Ciro Cirillo si erano disvelati i legami tra Democrazia cristiana, Camorra, Servizi Segreti e lobbies degli appalti. La Mafia aveva compiuto un grosso salto di qualità riciclandosi ampiamente nel traffico di droga, eroina in special modo grazie al collegamento internazionale con le famiglie italoamericane. "Ma il sistema economico mafioso si era venuto rafforzando anche per la sua organica attinenza allo `stato dei favori' e della intermediazione che aveva guadagnato i poteri pubblici. [...] Alle soglie degli anni novanta, l'organizzazione mafiosa era giunta a costituire, secondo la minoranza dell'Antimafia, un vero e proprio `potere di governo', non essendo un'emergenza transitoria, ma piuttosto un fenomeno radicato nelle strutture dell'economia e della società civile di alcune regioni del paese."[18]
La spartizione tra Dc e Psi, Napoli allo scudo crociato e Milano al garofano, sanciscono per così dire l'invadenza del sistema dei partiti nella stessa società civile. La magistratura si autonomizza al punto da trovare nel Presidente del Consiglio (Craxi) il suo più acerrimo e pericoloso nemico. Lo squilibrio tra poteri dello Stato è completo e il sistema della corruzione desertifica in senso verticale l'intera società nazionale non più rappresentata da una politica istituzionale ormai collusa col regime dell'illegalità incarnato da Mafia e Camorra. In questa concrezione di potere semi-sommersa cresce rapidamente come un cancro inarrestabile il partito delle tangenti che uscirà parzialmente sconfitto, e soltanto nelle sue congiunture strettamente politiche, da Tangentopoli. Era scomparso di fatto qualsiasi ricordo del patrimonio civile delle battaglie condotte da operai, studenti, cittadini negli anni della cariche della Polizia condotte dai funzionari di Cossiga. Questo punto nodale delle vicende italiane va sottolineato come passaggio fondamentale alla cultura del disimpegno che ha eluso molte, inquietanti domande sul presente, travolti come siamo dall'assenza di un patrimonio di valori civili condivisi.
"Sul terreno sindacale e politico la capacità di resistenza e di presenza del movimento operaio era andata scemando dopo i gravi e sintomatici insuccessi dei primi anni ottanta. La perdita di peso elettorale del Pci rifletteva la tendenza a un graduale spostamento dei rapporti di forza fra le classi sociali. Venivano avanti mutamenti rilevanti nella composizione della forza lavoro, connessi alla trasformazioni della struttura sociale, ma anche alle rivoluzioni tecnologiche e finanziarie in atto nel capitalismo internazionale." [19]
Cambia il lavoro, cambia la disposizione delle forze in campo. E' stato calcolato che circa sette milioni di persone costituivano in quegli anni il sottobosco malcelato delle piccole e piccolissime imprese che assediavano i grandi conglomerati di capitale: manodopera che costituiva l'effetto diretto dello stravolgimento procurato a cavallo tra anni Settanta e Ottanta all'economia nazionale. Quale sindacato avrebbe potuto raggiungerli e quale democrazia tutelarne i diritti? Sullo sfruttamento di questa consistente massa di salariati senza coscienza di classe una aggressiva borghesia capitalistica organizza i propri lautissimi guadagni, scambiando quote di potere con denaro sonante. Ne sortisce un quadro generale poco edificante.
"La conservazione e la gestione del potere - nelle crescente carenza delle opposizioni - si innesta a questo punto su una democrazia in crisi, fortemente insidiata dalle collusioni e pressioni di lobbies diverse, sia `pubbliche' che `private'. Precipita così, o tende a precipitare un processo reale, non proclamato e non denunciato, di privatizzazione dello Stato." [20] Siamo all'oggi. Siamo al partito-azienda.

In breve, adesso, i passi finali della ricostruzione storica riproposta in queste pagine. Nel 1989 Giulio Andreotti vara l'ultimo triennio bianco in qualità di Presidente del Consiglio. Il 5 Aprile del 1992 le elezioni che sconvolgono la nomenclatura politica italiana: la Lega Nord di Bossi sfiora il 9% dei consensi (55 deputati); la Dc scende sotto il 30% e perde 32 deputati alla Camera; il neonato Pds, Partito democratico della sinistra, raggiunge appena il 16%; tiene ancora il Psi che cala al 13,2% con una perdita minima. Viene indicato Craxi come possibile Presidente del Consiglio ma il 17 Febbraio lo scandalo del Pio Albergo Tivulzio aveva ufficialmente inaugurato Tangentopoli e di lì a poco il] consesso socialista sarebbe finito nella lista degli indagati dal giudice Di Pietro. A ridosso delle elezioni del nuovo Presidente della Repubblica Scalfaro, l'incarico di governo viene affidato a Giuliano Amato - è il 28 Giugno 1992 - fidato collaboratore di Craxi. Il Bettino nazionale si dimette dalla carica di segretario del partito dopo 16 anni di ininterrotto potere nel Febbraio 1993. Nell'ottobre precedente era caduto Forlani e nell'Aprile del '93 è la volta della richiesta di autorizzazione a procedere per collusioni con la Mafia a carico del senatore Andreotti. Il resto è cronaca.
Lo schieramento inventato da Silvio Berlusconi, unico vincitore nel guazzabuglio di smentite, denuncie, ritrattazioni e pentimenti costituito da Tangentopoli, vince le elezioni nel 1994. Durerà il tempo necessario a permettere alla Lega Nord di minarne l'equilibrio instabile e farlo cadere. La rivoluzione borghese mancata degli italiani scesi in piazza con l'imprenditore-governante si stempera nel gioco funesto del capitale finanziario che sostituisce Prodi a Berlusconi. E come tutti i rivolgimenti politici dimezzati, quello di Berlusconi crea ancora arretratezza e facili illusioni. Politica e società continuano a non incontrarsi, assuefatta com'è la politica all'economia e la società all'instupidimento della televisione. Eppure tutto era ormai cambiato, in Parlamento, nelle città, nei luoghi consacrati alla Prima Repubblica. Il 18 Aprile del 1993 il referendum Segni per l'introduzione del sistema maggioritario nell'elezione al Senato aveva ottenuto l'83% di voti favorevoli. La Seconda Repubblica, se così la vogliamo chiamare, entra in scena.
Lo scarso spessore della democrazia italiana, la crisi dei cattolici democratici, l'onda lunga della corrutela voluta ed imposta dal craxismo, la smobilitazione a sinistra con una costante crescita della litigiosità interna danno corpo ad una sorta di simulazione di guerra civile più che di rivoluzione. Scompare lo Stato democristiano, sussunto nel vortice del socialismo riformista, ma senza alcuna riforma, che prelude alla socialdemocrazia.
"1946-1994. Nella `repubblica democratica fondata sul lavoro', la continuità dello stato non manca di contrapporsi alla continuità del movimento che quella Repubblica ha suscitato, in una lunga lotta intessuta di conquiste e di ripiegamenti. Le controffensive sono state efficaci, nel '53, nel '60, persino nei drammatici anni settanta. Il 1994, come il 1968, rappresenta tuttavia, in un altro senso, uno spartiacque nel ciclo della vicenda repubblicana. La cesura rimane, ma il flusso non cessa. A distanza di cinquant'anni dalla crisi del 1943-45, da cui la Repubblica è sorta, e da una resistenza aspra e incompiuta, vale ancora e scava nel profondo il motto che Calamandrei aveva raccolto dalle labbra di Alcide Cervi: 'Non c'è tempo da piangere. Bisogna continuare. Dopo un raccolto ne viene un altro'."[21]

Intermezzo: i Servizi Segreti
In qualsiasi manuale di storia contemporanea troverete riferimenti abbastanza precisi relativamente alla nascita delle grandi democrazie occidentali del dopoguerra.
La nuova Costituzione repubblicana dell'Italia antifascista sanciva il ritorno di garanzie di legalità diffusa nel territorio della nazione. Un sistema di regole precise avrebbe dovuto governare da quel momento in poi con trasparenza assoluta la politica istituzionale, favorire lo scambio delle opinioni, assicurare lo sviluppo economico e le pari opportunità per ciascuno. Sfortunatamente i fatti dimostrano il contrario.
Il Comitato di controllo parlamentare per i Servizi di informazione e sicurezza e per il segreto di Stato, presieduto oggi dal Senatore Brutti, venne costituito nel 1977, ope legis come si dice in linguaggio tecnico. La legge in questione è la numero 801 del 24 ottobre 1977, quella che istituiva e ordinava i servizi per le informazioni e la sicurezza e disciplinava la materia del segreto di Stato. Per uno di quei giochi straordinariamente efferati dell'ordinamento costituzionale italiano, uno dei tanti a dir la verità, il Comitato ha ripreso a funzionare soltanto nel 1994 e nel giro di pochi mesi, per l'esattezza settembre 1994-marzo 1995, ha acquisito 327 documenti ed una mole ingente di notizie generali sulla struttura reale dei Servizi segreti[22]. L'attenzione del Comitato si è concentrata sulle attività del SISMI (Servizio informazioni sicurezza militare) e del SISDE (Servizio informazioni sicurezza democratica), nonchè su quella del CESIS, organo di coordinamento tra i due Servizi istituito dalla stessa legge 801. In particolare sono stati affrontati i problemi connessi agli scopi ed alle varie forme di intelligence nella lotta contro la Mafia e i gruppi criminali organizzati. Tuttavia tra il 1977 e il 1994 molti tragici avvenimenti si sono accavallati l'uno sull'altro nella storia quasi scabrosa di questo Paese dilaniato da conflitti sociali e sanguinose operazioni stragiste, un racconto dalla inimmaginabile violenza dispiegato attorno e dentro alla vita di ignari protagonisti, come la maggioranza di noi è stata per molto tempo, di vicende ancora tutte da chiarire.
Soltanto il prezioso lavoro della Commissione Stragi, fino a che è stato possibile farla funzionare, e la tenacia di Libero Gualtieri, recentemente scomparso, hanno fatto da contrappunto alla logica tremenda di quanti hanno cercato di cancellare la memoria storica degli ultimi trent'anni almeno. Dunque per indagare sulle stragi e le attività dei Servizi, organi dello Stato in teoria, deve essere instruita una Commissione apposita, un'intervento di carattere straordinario che supplisce alla mancanza dell'interessamento ordinario, stabilito senza ombra di dubbio per legge, delle istituzioni preposte, il Comitato di controllo appunto.
Ma addentriamoci di più nello specifico della 801 che all'epoca aveva pretesa di essere la soluzione all'annoso problema dei Servizi di sicurezza, già ampiamente corrosi dalle attività illegali del SID, il Servizio informazioni difesa agenzia nazionale della Loggia segreta P2 capitanata dal Venerabile Gelli, e ancor prima dagli scandali golpisti del vecchio SIFAR, Servizio informazioni forze armate che il generale De Lorenzo aveva trasformato in pericoloso veicolo di istanze golpiste.
Nell'ottobre 1977 la riforma dei Servizi segreti è pronta. Si tratta di 19 articoli che apportano un cambiamento drastico alla struttura fino ad allora conosciuta degli apparati di intelligence nostrani. La legge 801 individua in realtà un solo ed unico responsabile del funzionamento dei Servizi: è il Presidente del Consiglio dei ministri che si avvale della consulenza di un Comitato interministeriale e del Comitato esecutivo per i servizi d'informazione e sicurezza, il CESIS, ideale punto di raccordo e coordinamento tra le due branche dei Servizi di cui si è detto, SISMI e SISDE. Il Presidente del Consiglio diventa a tutti gli effetti il massimo responsabile politico della sicurezza del paese. Egli possiede una peculiare potestà regolamentare che ha carattere di esclusività; tale potestà incide anche sui rapporti con i ministri della Difesa e dell'Interno dai quali SISMI e SISDE rispettivamente dipendono. La riforma sembrava, in un certo senso, essere riuscita a disciplinare con una certa esattezza le attività complessive degli uffici preposti alla sicurezza esterna ed interna dello Stato, sottraendo ai militari, sino ad allora sostanzialmente in grado di esercitare un potere assoluto dentro alla struttura informativa di spionaggio e controspionaggio, quello che per tradizione sembrava appartenere loro in via esclusiva. La legge stabiliva, inoltre, che la nuova struttura così riformata avrebbe dovuto cominciare a funzionare entro e non oltre i sei mesi dalla data di pubblicazione. Le operazioni di resistenza del vecchio apparato furono immediatamente dispiegate e fu subito chiaro che la guerra per la cariche si sarebbe aperta senza esclusioni di colpi. Non soltanto i funzionari del SID, ormai destinato a prematura scomparsa, fecero intendere che non avrebbero facilmente lasciato smantellare i centri Cs (controspionaggio) periferici, ma che certamente non sarebbero mai stati disposti a consegnare l'enorme documentazione conservata nell'archivio dell'ufficio D, centinaia di migliaia di schede informative che costituivano il vero e proprio centro vitale del SID. L'ufficio D rappresentava il caposaldo dell'attività informativa del Servizio, con settecento uomini a disposizione e un'articolazione in quattro sezioni; vale la pena di elencarle per sottolineare l'estrema importanza e pericolosità di un apparato del genere: Sicurezza interna, Controspionaggio, Polizia militare, Sicurezza economico-industriale. Nel frattempo cominciava la girandola delle candidature: fra tutte, suscitò stranamente meno opposizioni la candidatura di Giuseppe Santovito. Nessuno riuscì a ricordare che Santovito era stato, con il grado di colonnello, stretto collaboratore di De Lorenzo e che era stato, anche se marginalmente, coinvolto nel golpe bianco del patriota Edgardo Sogno. Il suo nome comparve nel 1981 nella lista degli appartenenti alla P2 sequestrata a Gelli presso la villa di Castiglion Fibocchi.
A fine dicembre 1977 la nomina di Santovito ai vertici del SISMI era cosa fatta. Per ciò che concerneva il SISDE si pensò di affidarlo alle mani altrettanto poco sicure di Giulio Grassini, iscritto P2 e generale dei Carabinieri di un grado inferiore a Santovito: si realizzava così la dipendenza di fatto dei civili dai militari, secondo la migliore tradizione italiana. Ma non è ancora tutto. Grassini fu nominato direttore del SISDE il 13 gennaio 1978 e nello stesso giorno assunse l'incarico a cui era stato preposto. Santovito invece ebbe materialmente la disponibilità dell'incarico soltanto il 31 gennaio successivo, nonostante la sua nomina fosse più che sicura ormai da qualche mese. Nei locali di via Lanza in Roma, il SISDE si insediò definitivamente soltanto il 27 giugno: di fatto, dal 13 gennaio al 27 giugno, periodo in cui ebbe luogo il rapimento Moro e si sviluppò una delle vicende più oscure della storia d'Italia, il Servizio informativo del Ministero dell'Interno fu inesistente.
A siglare la definitiva messa in ombra del dettato giuridico della legge 801, il Ministro degli Interni Francesco Cossiga, nonostante il governo fosse già dimissionario, emanò il decreto che istituì l'UCIGOS (Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali). L'Ucigos aveva compiti ampi e rilevanti: raccolta delle informazioni relative alla situazione politica, sociale ed economica del Paese; prevenzione e ristabilimento dell'ordine pubblico; investigazioni per la repressione e la prevenzione dei reati contro l'ordine pubblico, dei reati di terrorismo e contro la sicurezza dello Stato; compimento di atti di polizia di sicurezza, di polizia giudiziaria e supporto operativo alle strutture di SISMI e SISDE.
Venne sostenuto, da parte degli ambienti del Ministero degli Interni, che era indispensabile creare un organismo centrale che fungesse da collegamento tra SISDE e magistratura e questure, dato che il Servizio di informazioni civile non aveva compiti di polizia giudiziaria. Argomentazioni deboli, anche se in parte corrette. L'Ucigos finiva per dipendere direttamente dal capo della Polizia, in quanto struttura inserita nella Direzione Generale della Pubblica Sicurezza, organo del Ministero degli Interni, e quindi dal Ministro stesso. Lo scavalcamento dei principi della diretta responsabilità del Presidente del Consiglio e della vigilanza parlamentare fu definitivo; ancora una volta custodi e custoditi finivano per essere gli stessi.
L'apporto di Cossiga all'ingarbugliamento ulteriore della matassa del controllo politico e sociale fu certamente notevole. Tuttavia, nella legge di riforma del '77 i germi del disordine erano presenti già nella sua formulazione. Esaminiamo brevemente in tal senso la disciplina riservata al segreto di Stato.
Nelle disposizioni della 801 si fa esplicito riferimento a specifiche modalità di legge risalenti al 1941; per la precisione al Regio Decreto n.1161 che regola la materia del segreto militare, certo in un contesto politico e in relazione a finalità belliche fortemente datati. All'articolo 1 del decreto, per esempio, si parla di divieto di divulgazione di notizie concernenti le amministrazioni militari e gli enti statali preposti alla produzione bellica; di queste notizie si dava in dettaglio una decrizione nell'allegato al decreto. All'introduzione di un criterio oggettivo nella determinazione del segreto si intercalava subito dopo una regola di carattere soggettivo, stabilendo che era possibile per l'autorità a cui era demandato il compito di decidere una dilatazione del segreto mediante separati provvedimenti, secondo il dettato del secondo comma dello stesso art.1, che ampliavano il divieto di divulgazione anche a notizie non indicate nell'allegato. L'intera materia, non esistendo nessun riferimento abrogativo nella legge di riforma dei Servizi, è tuttora subordinata ad un insieme di norme giuridiche che provengono da tutt'altro contesto normativo, quello fascista per l'esattezza. La legge 801 ne attua implicitamente la continuità storica, e a questo punto anche politica, nella totale mancanza di un nuovo disciplinamento per il segreto di Stato che tenga conto del mutare dei tempi e soprattutto della quasi superflua considerazione che oggi si tratta di discutere l'argomento all'interno di un panorama politico a detta di molti democratico. In una parola è formalmente e sostanzialmente vigente nella costituzione italiana un provvedimento legislativo voluto e pensato dalla dittatura fascista. La passione civile di quanti hanno combattuto una resistenza che fu senz'altro guerra fratricida, in tutt'Europa schierati contro l'esercito nazi-fascista, sembra sepolta davvero nell'oblio dell'inutilità.
Naturalmente non è nemmeno possibile, a questo punto, sfuggire ad una considerazione a margine che viene quasi da sola. La disciplina del segreto di Stato, così come ce la presenta il rapporto del Comitato parlamentare, ha favorito e favorisce tutta quella serie di traffici illegali, tra cui spicca ovviamente il traffico d'armi leggere e pesanti, sopra ai quali nessun controllo è stato esercitato in questi anni se non attraverso organi dello Stato esplicitamente corrotti di cui ben poco siamo riusciti a sapere. Il nesso inscindibile tra Servizi segreti e commercio/diffusione di armi, denaro riciclato e droga sostanzia il lucroso affare che per decenni ha riempito le tasche di politici, eversori e faccendieri in corsa per la presa del potere, per il suo consolidamento e per la sua capillarizzazione nei luoghi più impensati di una società svuotata di ogni e qualsiasi valore democratico, posto che la democrazia in Occidente sia davvero mai esistita.
Le informazioni contenute nel rapporto stilato dal Comitato di controllo sono una vera e propria operazione di contro-intelligence. In parte conoscenze che già almeno una generazione in qualche modo possedeva, in parte conferme, drammatiche, a sospetti che certamente ci hanno fatto arrovellare per diverso tempo.
Il dato veramente sconcertante consiste nella quasi completa mancanza di capacità di operare un effettivo controllo da parte del Comitato sulle attività dei Servizi e comunque degli organi istituzionali che si occupano di sicurezza. Per fare un'altro esempio: esiste un Centro Elaborazione Dati (CED) del Ministero dell'Interno che raccoglie sistematicamente informazioni sui cittadini fino ad arrivare all'acquisizione degli archivi SIP, oggi TELECOM, delle utenze telefoniche riservate. Non esiste virtualmente dettaglio della nostra quotidianità che non possa diventare parte di una scheda informatizzata a disposizione di chi, dentro alle strutture di intelligence, desideri farne uso senza alcuna esplicitazione dei fini. Un sistema occulto, non esiste definizione alternativa, che costituisce, secondo un vecchio modello americano, uno Stato nello Stato. Molteplicità del controllo, moltiplicazione dei piani del dominio diventano gli effetti immediati di una simile strategia dispiegata in un territorio all'apparenza governato dalle leggi di un Parlamento liberamente votato.
Torniamo ai Servizi. Abbiamo potuto constatare come, a tutti gli effetti, la preminenza del controllo militare sia stata realizzata anche a seguito della riforma di fine anni Settanta. Un ulteriore elemento indispensabile a comprendere il reale funzionamento delle strutture di potere occulto in Italia è rintracciabile nel funzionamento dell'Ufficio Centrale per la Sicurezza (UCSI), che assolve a compiti di coordinamento e controllo per l'applicazione delle procedure di sicurezza che derivano da norme interne o da accordi internazionali NATO e comunitari. L'UCSI è organo servente dell'Autorità Nazionale di Sicurezza (ANS), in sostanza il funzionario incaricato dal Presidente del Consiglio per l'apposizione e la tutela del segreto, e dovrebbe guidare e controllare l'insieme degli apparati istituzionali addetti proprio alla gestione della spinosa disciplina del segreto di Stato.
In realtà fino al 1991 l'ANS[23] è stata affidata al direttore del SISMI: ne discende che l'UCSI è stato sostanzialmente nelle mani di quei corpi di informazione militare che avrebbe dovuto sorvegliare e di cui avrebbe dovuto garantire il buon funzionamento. Conosciuto in precedenza come USI (Ufficio sicurezza) e durante gli anni '60 come USPA (Ufficio sicurezza del Patto Atlantico), l'attuale UCSI sfugge ad una definizione precisa sul piano giuridico. Vale a dire che con molta incertezza si possono circoscrivere realmente i suoi compiti. Comunque vada, una sua competenza fondamentale è ben presto individuata; si tratta del rilascio dei NOS (Nulla osta segretezza), una sorta di benestare che condiziona l'accesso a fonti riservate, a una serie di incarichi davvero delicati ed a funzioni del tutto particolari fino addirittura a quelle ministeriali. La procedura specifica per il rilascio dei Nulla osta di segretezza, consiste in una sorta di abilitazione concessa a persone o imprese, particolare quest'ultimo davvero interessante, che hanno in tal modo la possibilità di venire in possesso di notizie riservate o di partecipare a gare d'appalto per lavori nei quali vi siano problemi di sicurezza o di tutela del segreto. I NOS hanno una validità di sette anni prima che si possa procedere al loro rinnovo e di fatto costituiscono delle chiavi privilegiate di accesso a documenti e situazioni che meriterebbero invece un vaglio attento e scrupoloso prima di essere divulgate. Un'esempio per tutti: Matilde Martucci, strettissima collaboratrice del prefetto Malpica in forza presso la segreteria del SISDE e implicata qualche anno fa nello scandalo dei fondi neri, possedeva il NOS di più alto livello nonostante fosse un modesto agente tecnico ed esistessero a suo carico precedenti relativi alla sua condotta morale e civile.
Viene da chiedersi, ovviamente, nelle mani di chi in questi cinquantanni di pretesa democrazia sia stata lasciata non tanto la cosa pubblica, perchè lo sappiamo già, quanto quegli affari riservati che soltanto con grande senso di responsabilità possono essere registrati, conosciuti, esaminati e quant'altro.
Del resto soltanto una limpidezza cristallina negli intenti e negli scopi può impedire a degli affari riservati di esserlo soltanto nominalmente o per quanto basta a far salva la sicurezza nazionale, volendo essere generosi. Comunque sia, concetti come sicurezza nazionale o segretezza ben difficilmente si accordano, come i fatti dimostrano, con qualsivoglia gestione democratica: essi risiedono piuttosto negli anfratti oscuri del sistema occulto, quello che per anni ha davvero governato l'Italia, penisola allungata pigramente nel mediterraneo con uno stivale quasi appoggiato al Medio Oriente e due sponde che guardano verso la vecchia Europa dell'Est da una parte e verso l'Africa dall'altra, continente abusato dalla voracità degli investimenti dei paesi industrializzati d'Occidente.
La girandola delle imprese piccole e grandi che ruotano o hanno ruotato attorno ai traffici illeciti dei Servizi disvelano la geografia in filigrana della rete dell'economia nazionale ed internazionale lasciata nelle mani di pochi eletti, rigorosamente selezionati sulla base di alte qualità civili come patriottismo o fedeltà cieca al Patto Atlantico.
L'insieme di queste informazioni, sapere specifico di una cultura del segreto caratteristica peculiare di ogni società industriale e perciò stesso corporativa, a più livelli tra loro anche molto differenziati, costituisce l'archivio gelosamente nascosto dai Servizi di informazione e sicurezza e dalle agenzie che a vario titolo hanno rimestato nel torbido di quanto potremmo definire illegalità istituzionale. Istituzionale perchè, secondo quanto emerge dal lavoro di indagine del Comitato di controllo, esiste una serie ben definita di norme giuridicamente legittime che nel tempo hanno permesso ad una specie di secondo Stato di disporre liberamente della nostra sovranità. Sovranità limitata, dunque, come ha osservato qualcuno, dentro ad uno schema del Diritto subordinato a poco condivisibili strategie di potere e di denaro.
Solamente l'UCSI, per continuare a citare dei dati oggettivi, conserva 308.000 fascicoli relativi a persone e 2500 relativi ad imprese sparse in tutta la penisola. Virtualmente chi entra in possesso di un NOS, anche di medio livello, accede di certo ad una parte degli incartamenti riservati e, semplicemente, conosce, sa quindi ottimizza la sua capacità di intervento ove occorra. Se a questo aggiungiamo il volume d'archivio degli altri uffici, a cominciare dal CED del Ministero dell'Interno di cui si è detto, i 150.000 dossiers di De Lorenzo, che tanto scalpore destarono all'epoca del presunto golpe, diventano una sciocchezza. Tra le carte di questo concentrato di storia nazionale mai raccontata devono esserci per forza le verità scomode sulle stragi che hanno insanguinato le strade, i treni e le piazze di mezza Italia; e forse anche di più. Forse il tracciato inquieto di un'epoca che non sembra ancora tramontata, i legami insospettabili, gli intrecci impossibili e le complicità remote di più di una generazione di politici e militari.
C'è da chiedersi a questo punto, semprechè esistano davvero, quali sono le ragioni politiche delle deviazioni. Lo sfondo comune alle illegalità del SISMI prende certamente le mosse dal quadro internazionale della Guerra Fredda che per decenni ha condizionato le scelte generali della politica nazionale ed internazionale in tutta Europa. Agire per una eterna stabilizzazione dei rapporti di forza, anche e perchè no destabilizzando, in singoli punti chiave del complesso meccanismo che questa società rappresenta, in funzione della continuità di un ceto di governo e per protarre oltre ogni limite temporale la Guerra Fredda, può essere un altro elemento fondamentale nella disamina dell'operato dei Servizi. Anche se per ceto di governo a questo punto sarà più giusto intendere gruppo di potere, svincolato da una necessaria appartenenza politica (per esempio fascista in senso stretto). Lasciare senza soluzione di continuità la Guerra Fredda, allora, non tanto per la guerra in sè, quanto per il mantenimento del controllo e il correlativo dispiegarsi di un sistema di dominio in un contesto complessivo, forse mondiale, che lega strettamente capitale e politica, azione di classe sulla massa e autoriproducibilità del potere.
Quanto al ruolo del SISDE, ultimo ma non meno importante, è abbastanza chiaro che le deviazioni promosse al suo interno sono connesse ad un quadro politico e istituzionale estremamente debole nella sorveglianza e facilmente corruttibile. Un'agenzia di affari in proprio, in tal senso, facilita la fungibilità tra denaro e potere.
Probabilmente ha ragione Felice Casson quando sostiene che se ci fossero ancora dei dubbi circa l'utilità dell'esistenza dei Servizi segreti il rapporto del Comitato parlamentare di controllo ce li toglie definitivamente. Ma il sistema occulto è anche altro; esso mette radici nelle pieghe invisibili di una realtà che ci sfugge nel suo essere ombra. Un dispositivo singolarmente perfetto al quale non sarà sufficiente amputare un segmento per averne ragione.

Epilogo: il futuro di Tangentopoli
Il 1989 ha segnato uno spartiacque fondamentale nella politica di fine secolo. Era venuto il momento di liquidare un'intera classe dirigente che per comodità espositiva abbiamo voluto chiamare Prima Repubblica. Appena un anno dopo Giulio Andreotti lanciava un segnale fortissimo in Parlamento (e al Parlamento) rendendo di pubblico dominio l'esistenza della struttura clandestina Gladio [24]. Di lì a poco sarebbe cominciata l'epoca tormentata di Tangentopoli, la comparsa sulla scena di Antonio Di Pietro e l'incrinatura definitiva tra magistratura e sistema politico che come un'onda lunga lambisce ancora le spiagge ormai deserte dell'Italia governata, si dice, dalla Sinistra.
Acutamente fa osservare Ivan Cicconi[25], commentatore estraneo a qualsiasi ambiente culturale di estrazione rigorosamente specialistica nel generare confusione - né giornalista, né faccendiere della cultura, né politico di professione - che l'era di Tangentopoli ha soltanto sfiorato l'essenza profonda del sistema dello scambio scientifico di denaro e favori trasformato in tecnologia dell'abuso di potere, se non altro perché ciò che l'inchiesta Mani Pulite ha colpito è stato essenzialmente il meccanismo di finanziamento illecito ai partiti più che l'economia finanziaria che sta alla base degli investimenti produttivi degli ultimi vent'anni, dagli appalti edilizi alla geografia delle discariche per il riciclaggio di rifiuti tossici nei confronti delle quali si è prodigato Licio Gelli prima di eclissarsi nei Balcani.
In sostanza bisognava chiudere i conti con quanti avevano rappresentato la linea di continuità con il vecchio regime fascista nel dopoguerra, vale a dire i Democratico- Cristiani, e con i loro succedanei, il gruppo di agguerriti rampanti che all'ombra di Craxi ha governato nel decennio dell'omologazione cupa nel quale anche la Mafia intesseva rapporti strettissimi con il sistema politico di un'Italia appena uscita dall'emergenza del ribellismo organizzato.
Così per un breve periodo abbiamo pensato che Craxi e l'orgia dei suoi collaboratori più fidati fossero usciti definitivamente di scena, travolti dallo scandalo e dall'ignominia di essersi trovati catapultati nelle inchieste di decine di Preture con frequenza degna di un Guinness dei primati. Non è andata in questo modo.
Viene tuttavia il dubbio che qualcosa non abbia funzionato nell'epopea Di Pietro celebrata quasi con affanno dal ceto medio italiano che è parso finalmente appagato dalla presenza di un vero e proprio Savonarola del Codice Penale, disposto ad andare fino in fondo per restituire dignità alla civiltà del lavoro onesto, quando si constata che in realtà Tangentopoli rappresentava ha rappresentato un'incalzante crociata alla quale si è messo fine lasciando scivolare tutto nell'oblio di una serie di patteggiamenti o di blande condanne ben poco risolutive in confronto ai reati contestati. A distanza di qualche anno, possiamo affermare con ragionevole certezza che Mani Pulite appare decisamente mani lavate. La risposta risiede, ancora una volta, nel carattere assolutamente strategico dell'intervento voluto contro il sistema dei partiti della Prima Repubblica, utilizzando sapientemente certa magistratura. La spartizione di grosse fette dell'economia nazionale, lo spostamento d'asse degli investimenti ad altissimo valore aggiunto, l'Alta Velocità per esempio, la creazione di altre e diversificate linee di sviluppo lungo le quali far correre fiumi di denaro sporco e riciclato ridisegnano il fondale, parzialmente oscurato da Tangentopoli, del grande spettacolo del profitto.
Ma un teatro senza attori o una liturgia senza officianti, se preferite, non troverebbe certo consensi, in ambito europeo e peggio ancora sulla scena mondiale. Allora, si tratta di ricostituire una classe dirigente offuscata, o forse addirittura sterminata, da trasformazioni troppo repentine per poter essere colte e registrate mentre accadono. Un po' di tempo ci vuole per riprendere il filo di un discorso interrotto: e certamente meno di quanto ci saremmo aspettati. E' cronaca di questi ultimi mesi il ritorno alle glorie dell'informazione mass-mediale dei vecchi socialisti, stretti attorno ad un Gianni De Michelis certamente provato dalla storia personale e collettiva degli ultimi anni ma ancora in grado di dipanare, par di capire, l'intricata vicenda occorsa a lui stesso ed ai suoi senza dimenticare l'assente - aleggiante ombra trasportata dal vento del Sahara - leader carismatico che dall'esilio africano rinnova i toni di una nostalgia al limite del ridicolo.
Succedono cose strane davvero, nell'ultima manciata d'anni che preludono al terzo millennio. Non è tanto la presenza di Berlusconi, a quel convegno del 1998 in un prestigioso hotel romano, a lasciare perplessi; un socialista di convenienza come lui non sfigura tra i rappresentanti del degrado politico del decennio che ha visto la rivoluzione degli assetti strategici d'Europa. E' piuttosto il senatore Cossiga a solleticare la curiosità di gettare, se possibile, sempre uno sguardo anche dietro l'angolo. L'adesione all'Udr ed in sostanza alla compagine di destra, esplicitamente dichiarata a fine incontro, non è sicuramente lo scopo per il quale il gladiatore più famoso d'Italia è intervenuto dal palco per magnificare personalità e vicende politiche di Craxi, testimoniandone l'insostituibile ruolo sostenuto per fare della nazione uno dei paesi più ricchi del mondo. Quell'orazione pubblica di un sostenitore del pericolo comunista e di un profondo conoscitore di tecniche anti-sommossa per contenere qualsiasi forma di eversione o rivolta minacci l'ordine costituito, appare come un sottilissimo ed arguto messaggio diretto verso un dove che ancora sfugge nei contorni sfuocati delle stagioni occulte dell'Italia abbandonata troppo repentinamente da imperatori caduti in disgrazia nel volgere di nemmeno dieci anni. Espertissimo nell'approntare dialettiche trasversali, Cossiga invoca il ritorno di un non ben precisato Eden del Socialismo al quale nessuna Repubblica veramente civile può rinunciare. E' naturale che sia lui il primo a non crederci, avendo ampiamente conosciuto la compagine dei mercanti di mazzette e di appalti che ha imperversato con la sua complicità, tutto divorando e stritolando nell'immenso Monopoli degli affari in proprio.
Eppure, se spetta a lui in questo momento, ed è possibile che sia così, il compito ragguardevole di cucire gli strappi con operazioni di medio cabotaggio rivolte alla riorganizzazione di un apparato istituzionale che ha bisogno disperato di stabilità, da una parte e dall'altra, allora il senso della partecipazione di Cossiga alla rinascita della casa socialista assume una valenza diversa dai frettolosi commenti dedicati da quotidiani e televisione. Non è tanto il progetto di candidare Bettino Craxi al Parlamento europeo che deve preoccupare, quanto che cresca il bisogno di domandare agli antichi custodi di rientrare nei confini della visibilità politica. L'uomo di Hammamet, dal canto suo, ha già dichiarato di non essere in condizione di affrontare un rientro in campo che comporterebbe uno spreco di energie e risorse personali non più disponibili; ed ha anche soggiunto, appena il giorno successivo al rendez-vous romano, in quella che è apparsa come un'intervista del direttore del TG1 ma che è stata sostanzialmente una telefonata ad alcuni cari amici, che le dichiarazioni rese da Cossiga e Berlusconi avevano il vago sapore amaro del necrologio, al di là di tutte le buone intenzioni.
Nella stessa conversazione via cavo, Craxi ha espressamente denunciato il complotto di cui i socialisti sono stati vittime e la sua condizione di cittadino non ancora libero: la macchinazione ordita contro il partito più colluso della storia italiana dell'ultimo cinquantennio deve essere dunque monito per tutti coloro che credono di vivere in un paese libero. A modo suo, l'ex Presidente del Consiglio ha detto la verità: la liquidazione coatta dell'avventura socialista si innesta in una tattica di bonifica del sistema politico nazionale che apre alla socialdemocrazia spinta di D'Alema e dell'Ulivo, intrisa di common sense e neo-liberismo massimalista. La società dei Buoni finalmente ha avuto il sopravvento, dal Partito dei Sindaci in su.
Infine, il defilarsi improvviso del Venerabile Piduista va letto con un occhio all'insieme delle procedure attivate di recente per coprire le strategie successive a Tangentopoli, il nuovo grande corso della finanza da non raccontare. E' probabile che in questo composito scenario di equilibri da mantenere o da ristabilire le sorprese siano molte e tutte forse spiacevoli.
Come è noto, le democrazie capitaliste poggiano su basi che vanno abbondantemente oltre le convenzioni della politica istituzionale. C'è sempre bisogno di un Cossiga o di un Craxi per non dimenticare che il doppio Stato va costruito sbandierando l'evidenza del rigore costituzionale, dell'opposizione democratica, dei valori borghesi cuciti indistintamente addosso a Destra e Sinistra, del dialogo con le Istituzioni e via dicendo, di facezia in facezia, per ottimizzare la razionalità del controllo sulle coscienze.