In ricordo di Giorgiana Masi e
delle sue diciannove primavere...
Si è molto discusso negli ultimi anni di Prima e Seconda Repubblica.
Indipendentemente dall'uso che di questi termini si è fatto, talora
anche a sproposito, è evidente che una simile partizione rivela,
più che una volontà artificiosamente smaniosa di coniare neologismi,
almeno un sentimento della storia, chiamiamolo così, diretto a rilevare
un passaggio forte.
La Repubblica mancata, la Prima appunto, aveva forse bisogno di chiudere
definitivamente i suoi conti col passato per lasciar posto alle avventure
della Seconda, meno gloriosa, ma certamente più ricca di speranze.
Stiamo ragionando del paese dell'imprenditoria al governo, quella berlusconiana,
della rivolta leghista che rompe con il tradizionale consociativismo basato
sul voto di scambio, della nuova classe dirigente ad elevato tasso socialdemocratico,
iconografica e neoliberista, tutta impregnata di mercato, capitanata da
un ex quadro del PCI, Massimo D'Alema, ormai in grado di reggere da solo
le sorti di una democrazia priva di solide basi e segnata trasversalmente
dalle logiche del grande capitale finanziario, che ha saputo fare a meno
degli operai in fabbrica, reinvestendo nella distribuzione capillare e pervasiva
di comando ed impresa. Sovranità del denaro, verrebbe da dire, in
qualunque forma esso si dia, contro a sovranità della carta costituzionale.
Venendo dunque ad interrompersi in modo quasi definitivo il rapporto faticosamente
stabilito nel 1947 tra cittadini e Stato, frutto di più di un compromesso
fra ideologie e partiti radicalmente in opposizione - talmente in opposizione
che fu difficile riuscire a disarmare molti partigiani per qualche anno,
nel mentre i patrioti bianchi davano forma concreta a strutture paramilitari
clandestine[1] - e venendo ad incrinarsi
il patto sociale che ha comunque garantito, tra mille difficoltà
e tragedie, la possibilità di contrattare il proprio salario piuttosto
che discutere il ruolo delle minoranze nella società complessa e
dai mille volti forgiata dalla macchina democristiana, la liceità
dell'azienda diffusa tende a coprire ogni spazio politico residuale dopo
aver già ampiamente conquistato il terreno impervio dell'economia
nazionale.
Lo spazio storico inaugurato dalla Seconda Repubblica si pone immediatamente
al ridosso di irreversibili mutamenti dell'assetto politico nazionale degli
anni Novanta. Alcuni commentatori sono concordi nel ritenere che il terremoto
istituzionale prodotto da Tangentopoli verso la prima metà del decennio
che chiude il secolo abbia costituito davvero lo spartiacque tra due mondi.
E' ipotesi del presente saggio che, al contrario, l'origine complessa della
Seconda Repubblica possa essere situata in un periodo della storia d'Italia,
peraltro molto frequentato a vario titolo da numerosa pubblicistica, durante
il quale si sono giocati i destini del futuro assetto socio-politico di
casa nostra. Dal 1977 fino al 1993 - vedremo più avanti nel dettaglio
il perché di queste due date e degli anni tra esse intercorsi - numerosi
avvenimenti disvelano una logica di intervento precisa nel determinare evoluzioni
e drastiche trasformazioni degli apparati della politica, del governo, della
cultura e dell'economia che hanno lentamente accompagnato il declino della
Prima Repubblica ed il suo lento scivolare nella Seconda.
Origine dissimulata nel tempo e formalmente dimenticata, la fine degli anni
Settanta, per un verso tormentato decennio da rimuovere, e gli anni Ottanta,
palestra indiscussa del conservatorismo di marca rigorosamente socialista
(è ovvio che con socialista non c'è che da intendere la presa
del potere craxiana) hanno a lungo covato la Seconda Repubblica prima di
conferirle dignità di esistenza. Non resta che verificare se l'ipotesi
è plausibile.
Dall'Orda d'oro alle tangenti
Il processo di rimozione storica degli anni Settanta culmina con le programmatiche
rivisitazioni dell'ultimo decennio, piuttosto incline a riproporre un'immagine
idilliaca e consolatoria del '68 come evento salvifico delle coscienze in
rivolta. La cesura prodotta senza mezzi termini tra un'epoca d'oro delle
contestazioni dei buoni ed una più funesta dei cattivi
che si espresse in tutta la sua drammaticità appena qualche tempo
dopo e culminò negli scontri del 1977 svolge la pellicola della memoria
attraverso una serie di fotogrammi incerti e un po' mossi nei quali la mancanza
di messa a fuoco assume dignità d'arte. Arte del rimosso, appunto,
o semplicemente della falsificazione del ricordo. Discuteremo brevemente
del biennio `77-'78 con il duplice scopo di ricordare in maniera corretta,
da un lato, e di focalizzare la nostra attenzione sul periodo che abbiamo
indicato come origine della Seconda Repubblica, dall'altro.
Anche nei libri di storia dal taglio più critico possibile, il senso
e la realtà stessa dei fatti che sconvolsero il paese tra il Febbraio
e il Settembre del 1977 sfumano nell'impalpabile stemperarsi di un'epoca
che si considera definitivamente chiusa, dimenticando con facilità
non soltanto quella ma anche gli anni che seguirono e che hanno preluso
all'avvento della attuale socialdemocrazia di governo, diffusa oramai, come
è noto, a livello europeo.
"Il '77 non fu come il '68. Il '68 fu contestativo, il '77 fu radicalmente
alternativo. Per questo motivo la versione `ufficiale' definisce il '68
come buono e il '77 come cattivo; infatti il '68 è stato recuperato,
mentre il '77 è stato annientato. Per questo motivo il '77, a differenza
del '68, non potrà mai essere un anno di facile celebrazione. Eppure
la rimozione del movimento del '77 è stata operata anche dai suoi
stessi protagonisti. Migliaia di persone hanno interiorizzato gli effetti
catastrofici del terrorismo repressivo dello Stato annullando insieme alla
memoria di quel vissuto anche la loro identità antagonista. Al di
sopra di queste due rimozioni `volontarie', l'effetto azzeratore della memoria
sociale prodotto dal gigantesco mutamento delle tecnologie comunicative.
Ma, nonostante tutto questo, le domande poste dall'ultimo movimento di massa
antistituzionale in Italia restano attuali perché irrisolte. `Quale
sviluppo per quale futuro?' fu la domanda principale, semplice e terribile
nel sintetizzare `l'intuizione' del vivere quel momento come il crinale
di un passaggio di trasformazione epocale, reso esplicito dalla crisi e
dall'esaurirsi delle regole di relazione e organizzazione sociale basate
sul sistema industriale."[2]
Il movimento del '77 avvertì con estrema chiarezza, e lo rese visibile
sulla pelle di decine di militanti, nel profondo di soggettività
che l'eroina sconvolse e il carcere polverizzò con sistematicità
impietosa, il passaggio inevitabile alla società del post-industriale
e la trasformazione che il lavoro avrebbe subìto. La centralità
operaia, sulla quale il Pci costruì le sue avanguardie, aveva salvaguardato
e in certo modo celebrato fino allo sfinimento l'occupazione nelle fabbriche
dei beni di consumo; l']operaismo degli anni Sessanta e di parte
dei Settanta sorvegliava attento le dinamiche della produzione intorno alle
quali aveva dato forma al suo stesso potere di contrapposizione alla classe
padronale. La forza del Pci, del suo apparato culturale di riferimento e
della sua organizzazione politica di militanza doveva fare i conti con l'evoluzione
rapidissima e forse inaspettata della società civile e dell'economia
nazionale. La crisi petrolifera del 1974 ribaltò completamente il
concetto stesso di processo produttivo e di giornata lavorativa sociale
e la ristrutturazione inevitabile da parte del grande capitale, la famosa
riconversione industriale, prese le mosse proprio dall'attacco
che fu portato alla composizione tecnica e politica della classe operaia
nelle fabbriche. A distanza di oltre vent'anni viene da chiedersi se il
Pci fu realmente consapevole delle strategie dispiegate dal sistema capitalistico
a tutela della sopravvivenza di un apparato industriale scosso nelle fondamenta
o se ebbe l'unica preoccupazione di mantenere inalterati i rapporti politici
di forza così strenuamente difesi a livello parlamentare fin dalle
elezioni del '48. La mancata messa in discussione delle nuove forme di precariato
e semidisoccupazione che dettero vita a figure sociali emarginate ma comunque
strette nella morsa dei rapporti di produzione determinati dal capitale
non permise di afferrarne la reale consistenza, relegandone la presenza
e le potenzialità trasgressive nell'angolino buio dell'estremismo;
una pericolosa pratica di stigmatizzazione della diversità che opponeva
al tradizionale soggetto operaio quella del lavoratore non necessariamente
inserito nel regime di fabbrica. Esiste, a tale proposito, tutta una letteratura
politica di analisi critica che ha insistito molto sulla nascita, esattamente
in quegli anni durante i quali non fu più possibile esercitare il
proprio diritto alla protesta inceppando la catena di montaggio, del lavoro
intellettuale massificato. Regga o meno la teoria della contrazione degli
impieghi manuali, anche attraverso la lenta, ma inarrestabile introduzione
della meccanizzazione nei contesti produttivi del vecchio stabilimento,
grazie ad un massiccio utilizzo di moderne tecnologie, è pur un dato
di fatto che l'autunno del 1969 qualche preoccupazione l'aveva creata. La
risposta parziale, e immediata, alle occupazioni di fabbrica ed all'appropriazione
da parte dell'operaio del sapere specifico legato ai modi di produzione
fu lo spostamento significativo di parti rilevanti del processo produttivo
all'esterno dei luoghi di lavoro caratteristici dell'organizzazione precedente,
approntando una rete decentrata e diffusa, capillarmente dispersa nel sociale,
cui affidare il compito di compensare la rigidità strutturale dimostrata
dalla fabbrica in quanto dimensione fisica della rivolta operaia. La nascita
di piccole autonomie d'appalto, quasi nascoste alla vista, che si
facevano carico di segmenti della produzione un tempo interamente concentrata
nello stabilimento consentì certamente di risolvere, in prima battuta,
l'innegabile carenza di controllo sulla forza lavoro in lotta contro le
politiche totalizzanti dell'egemonia padronale, ma d'altra parte generava
nello stesso momento situazioni d'instabilità nel tessuto sociale
provocate da condizioni di vita al limite della sopravvivenza.
Non è facile dire se il rischio fu calcolato o se era inevitabile
che proiettando fuori dal contesto di fabbrica la dinamica dei rapporti
di produzione ed estendendola ovunque ci si sarebbe trovati di fronte, inevitabilmente,
ad una struttura sociale in parte modellata sulle nuove funzioni richieste
con tutto ciò che ne poteva conseguire. Di una cosa siamo certi,
perlomeno sul piano della ricognizione storica, e cioè che questo
amalgama di individui espulsi dalla fabbrica - la cassa integrazione fu
uno dei primi strumenti utilizzati per la liquidazione degli elementi più
riottosi - o in attesa di occupazione e dunque mai realmente entrati nel
ciclo della produzione e delle lotte, si incontrarono a metà strada
nei popolosi hinterland ai margini delle città mischiando assieme
la carica di scontento e frustrazione degli uni e il buon livello di scolarizzazione,
quindi di capacità di comprendere il reale stato delle cose attraverso
la riflessione critica, di parte degli altri.
Cambiava tutto così in fretta che probabilmente non fu possibile,
se non col senno di poi, delineare con certezza la geografia composita di
soggettività frantumate ancora prima di essere inserite nel composto
e rigido mondo del lavoro, soprattutto perché quel mondo era in fase
di ridefinizione.
"Invece di rivolgere l'attenzione a queste nuove figure produttive
prendendo atto del carico di novità che esse esprimevano sul terreno
delle esigenze di sviluppo e di organizzazione politica, Partito Comunista
e sindacato vi contrapposero la più rozza delle analisi che finiva
col bollarle come fenomeno di pericolosa irrazionalità di un nuovo
sottoproletariato di massa, a cui contrapporre la razionale saldezza democratica
di una classe operaia garantita e arroccata nelle grandi cattedrali industriali
a coltivare l'illusoria certezza di reggere l'assedio dell'attacco capitalistico.
Sul piano della politica istituzionale la strategia del `compromesso storico'
del Pci ebbe il suo momento cruciale nel risultato delle elezioni amministrative
del '75 quando conquistò numerosi e importanti enti locali e ancor
più l'anno successivo, alle elezioni politiche, quando sfiorò
il sorpasso della Dc. Il clamoroso successo elettorale, arrivò sull'onda
delle lotte dei movimenti di massa degli anni precedenti che il partito
ritenne di aver ricondotto a funzione di cinghie di trasmissione nel sociale
del suo progetto. A questo punto, ponendo la propria candidatura a `partito
di governo', rivolse tutta la sua tensione alle manovre di alleanza e di
trattativa con gli altri partiti."[3]
Una tensione che sarebbe costata cara, soprattutto al cosiddetto movimento,
di cui il Pci si fece immediatamente severo controllore rispetto alla sicurezza
sociale. La dissoluzione in atto del vecchio modello industriale comportava
per i comunisti del Partito una presa di posizione decisa e inequivocabile
se non si voleva perdere l'opportunità di reclamare la propria quota
di partecipazione alla governabilità del paese, nonostante essa,
come ben sappiamo, sia giunta molto tardi e dopo un percorso di sofferta
lacerazione interna. Il 1977 si aprì con questi presupposti e in
un clima di enorme partecipazione all'avventura politica e sociale che avrebbe
potuto preludere, nelle speranze di moltissimi, a cambiamenti epocali. Si
fronteggiarono da un lato il Movimento operaio storico e dall'altro la compagine,
tutt'altro che pacifica e soprattutto desiderante, per dirla con
Deleuze, che diede vita al movimento più spontaneo ed eterogeneo
che la storia d'Italia ricordi. Si trattava per questi giovani e giovanissimi
di ridiscutere i fondamenti del sapere imposto per tanti anni dal dominio
del significante borghese, dall'ispessimento delle pratiche totalitarie
democristiane e fasciste di cui esisteva perfetta memoria e conoscenza nella
vita di ogni giorno, dello stravolgimento del concetto di lavoro in funzione
non tanto della ricerca del posto fisso quanto della possibilità
di ottenere un diverso rapporto con la società e nella società
declinato da regole radicalmente nuove. Lavorare in modo diverso per la
riappropriazione di spazi di vita non brutalizzati dalla logica del profitto,
disinnescare le strategie del potere, rovesciare il mondo per liberarlo
dalle ipocrisie del quotidiano: fu un movimento della speranza e del rinnovamento,
quello, anche se la deriva violenta, in risposta alla violenza incontenibile
delle istituzioni, ne segnò per sempre i partecipanti travolgendoli
oltre ogni loro aspettativa.
"Così nel '77, divampò la generalizzazione quotidiana
di un conflitto politico che si ramificò in tutti i luoghi del sociale,
esemplificando lo scontro che percorse tutti gli anni Settanta, uno scontro
duro, forse il più duro, tra le classi e dentro la classe, che si
sia mai verificato dall'unità d'Italia. Quarantamila denunciati,
quindicimila arrestati, quattromila condannati a migliaia d'anni di galera,
e poi morti e feriti, a centinaia, da entrambe le parti. Queste cifre non
possono essere considerate sicuramente come il semplice risultato di una
scommessa azzardata del sapere delirante di un manipolo scellerato di cattivi
maestri innestato sulle tensioni nichiliste di strati sociali sottoculturati
ed emarginati. Questo scontro fu piuttosto un appuntamento obbligato dalla
precipitazione di contraddizioni sociali tra le classi che nella crisi generalizzata
spingevano a un conflitto diretto e frontale per la rideterminazione di
nuove regole di potere."[4]
Cominciarono gli studenti, come spesso è accaduto in Italia, a seguito
della circolare Malfatti del Dicembre 1976 che negava la possibilità
di sostenere più esami nella stessa materia ed eliminava di fatto
la liberalizzazione dei piani di studio. L'Ateneo di Palermo, il primo a
rendere esecutiva la circolare, viene subito occupato. Nelle settimane che
seguono scendono in piazza anche i precari della scuola: in breve la protesta
si diffonde a Torino, Pisa, Napoli, Roma. Il 1deg. di Febbraio del 1977,
gruppi armati di fascisti invadono la città universitaria romana
e si scontrano con gli studenti. A questo punto Malfatti ritira come misura
precauzionale la circolare; ma è già tardi. Il giorno successivo
allo scontro con i fascisti che se ne erano andati sparando dall'università
prontamente occupata dal movimento studentesco nella facoltà di Lettere,
gli studenti assaltano la sede missina di via Sommacampagna che viene data
alle fiamme. In uno scontro a fuoco con il corteo che dopo l'azione antifascista
stava raggiungendo piazza Indipendenza, squadre speciali della Polizia feriscono
gravemente due studenti, Paolo Tommasini e Leonardo Fortuna. A questo punto
la miccia fa esplodere la polveriera: l'Università Statale di Milano
viene occupata; 15.000 persone, studenti, disoccupati, diplomati e laureati
senza lavoro, docenti precari sfilano nelle strade di Napoli; a Bari si
occupa Lettere e Filosofia. Il 5 Febbraio le forze dell'ordine si stringono
attorno all'università di Roma per impedire un altro corteo, mentre
a Bologna, Genova, Cagliari, gli Atenei sono in mano agli studenti.
La reazione del Pci attraverso l'organo ufficiale di stampa ]L'Unità
è perentoria. Si accusano i provocatori autonomi di essere poche
decine di scellerati che tengono in scacco l'intero movimento. Il tentativo
di organizzare un corteo per sdoganare i non estremisti e rilanciare
l'idea di un movimento estraneo alle strategie politiche autonome fallisce
il 10 Febbraio: i Comitati Unitari di Fgci, Fgsi, giovani repubblicani,
Pdup, sindacati, Acli non riescono a contenere la protesta nemmeno delle
rappresentanze cosiddette democratiche. Il giorno precedente erano sfilate
30.000 persone per le vie di Roma a reclamare la scarcerazione di tutti
gli arrestati e a dare libero sfogo alla propria protesta.
Sono lunghe strisce colorate di ragazzi e ragazze che chiedono l'attenzione
e l'ascolto della cittadinanza intera; la passione politica invade pacificamente
le strade. Da Nord a Sud la penisola è attraversata da un fremito
di ribollente voglia di libertà e giustizia che trova negli studenti,
nei collettivi delle donne, nei gruppi già presenti sulla scena politica
una delle sue massime espressioni.
Il 19 Febbraio Luciano Lama organizza un comizio a Roma dentro l'Università.
La prova di forza è evidente: il Partito Comunista raduna il suo
servizio d'ordine e tenta di aggiustare le cose, mandando a casa alcune
decine di giovanotti rissosi. Se leggete i resoconti dei testimoni presenti
quel sabato d'inverno, non potrete non percepire la drammaticità
degli eventi che si susseguirono in rapida successione: due generazioni
a confronto, forse in qualche caso addirittura padri contro figli, si fronteggiarono
sotto il palco dal quale Lama urlava concitato.
"A un certo punto da sotto il carroccio degli indiani metropolitani
si è visto alzarsi una nuvola bianca, era stato uno del servizio
d'ordine del Pci che aveva azionato un estintore, ho visto la nuvola bianca
che si alzava sopra le teste intorno al palco che ha cominciato a ondeggiare,
un ondeggiare continuo, confuso, poi gente che scappava da tutte le parti.
Il servizio d'ordine del Pci è venuto avanti picchiando, volavano
delle cose, sono cominciati a volare sassi, pezzi di legno. Di slancio quelli
del Pci sono venuti avanti caricando fino alla fine della fontana. Ho visto
i primi compagni del movimento che venivano portati via per le gambe e per
le braccia, con le teste rotte, con le facce insanguinate. [...] C'è
stato il contrattacco, eravamo davvero incazzati, c'era la nostra gente
con la testa spaccata. Il camion su cui stava Lama è stato capovolto,
distrutto. In quel momento c'è stata la sensazione che qualcosa si
era rotto, poteva essere la testa delle persone che conoscevi, io avevo
la fidanzata che era della Fgci e in quel momento ho capito che si rompeva
anche qualcosa che riguardava i miei affetti."[5]
Entra nella testa, dalla testa, il senso di smarrimento che percorre l'intero
movimento. La battaglia si fa più aspra, università e perfino
scuole superiori di città e provincia cominciano ad essere occupate.
I cortei si moltiplicano e gli scontri con la Polizia, sempre più
aggressiva e minacciosa, non si contano più. Lo spontaneismo della
partecipazione alla lotta, perché così fu intesa da tutti,
riempie i quartieri di militanti pronti a rovesciare ovunque le regole della
compunta ma smarrita società dei benpensanti o semplicemente di quanti
non vogliono assolutamente pensare. La cacciata di Lama rafforza la coesione
interna del movimento e ne fa, comunque la volessero pensare gli apparati
istituzionali, l'interlocutore delle forze politiche che a sinistra, Pci
compreso, devono obbligatoriamente prendere atto del processo di contestazione
in corso. L'11 Marzo, a Bologna, Comunione e Liberazione organizza un'assemblea
presso l'Istituto di Anatomia della Facoltà di Medicina. Riconosciuti
come aderenti al movimento alcuni giovani vengono malmenati dai cattolici
e respinti fuori dall'Aula. E' l'ennesima occasione per far accorrere numerosi
gruppi di studenti che reagiscono alla provocazione ciellina; ci voleva
poco a contrapporre gli uni agli altri, in quei giorni. Al di là
delle analisi sociologiche che per lungo tempo si sono sprecate intorno
al fenomeno, nessuna mano improvvida animava segretamente gli estremisti
di sinistra, come si volle definirli. Il movimento era assurto a categoria
dello spirito, a funzione sociale della massima espressione di libertà
possibile. Il tessuto urbano stesso, la geografia della città diventavano
oggetto di presidio permanente, il territorio delle proprie rappresentazioni
collettive di pensiero e azione nel grande palcoscenico della realtà.
Per questo molte volte, troppe, si recitò a soggetto. I Carabinieri,
l'11 Marzo, svolgono la loro parte nella teatralizzazione della guerriglia
che continuamente si riproponeva come unico dialogo tra fazioni opposte.
In via Mascarella esplodono raffiche di mitra e colpi di pistola: Francesco
Lorusso, militante di Lotta Continua che sta correndo verso la facoltà
di Medicina viene raggiunto alla schiena da numerosi colpi di pistola. Cade
a terra ucciso sotto il portico poco distante.
In città scoppia il caos, quando Radio Alice, collegamento permanente
tra i membri del movimento, annuncia che un milite dell'Arma ha freddato
Lorusso prendendo la mira con il braccio appoggiato sul tetto di un'automobile.
La Federazione del Pci e la Fgci non perdono occasione per rimarcare l'ennesima
provocazione della "cosiddetta Autonomia" che ha voluto impedire
l'assemblea di CL cercando lo scontro. E' davvero impensabile ritenere che
il Partito non si rendesse conto dei comunicati che emanava a seguito di
fatti così gravi; ma le posizioni, per quanto si voglia a distanza
di anni ritagliarle dentro ad uno spazio delle circostanze che tende a sottolineare
il clima di confusione e di incertezza di quei momenti, erano chiare e la
volontà di normalizzazione evidente; il muro contro muro avrebbe
di lì a poco generato nuove sofferenze. A Roma 24 ore dopo, è
il 12 Marzo, ricominciano il carosello delle camionette della Celere, il
lancio delle molotov, le cariche, i lacrimogeni sparati ad altezza d'uomo.
La manifestazione indetta per quella giornata deve essere impedita ad ogni
costo e la città viene letteralmente blindata. Sono confluiti nella
capitale treni e pullman zeppi di aderenti al movimento.
"Sul Lungotevere c'era chi tentava di fare dei cordoni sui lati della
strada per cercare di impedire che certi gruppi sfasciassero tutte le macchine
parcheggiate. C'è stata poi una polemica molto dura su questi fatti.
C'erano forse centomila persone e tra questi c'erano anche quelli che sfasciavano
tutto. A Piazza del Popolo l'aria era irrespirabile, la Polizia non c'era,
era un fantasma che rimaneva a distanza sparando ininterrottamente lacrimogeni.
Dietro i muretti c'erano le fiamme che si alzavano. Un grosso gruppo ha
dato l'assalto alla sede del comando dei carabinieri, hanno tirato un sacco
di bocce e poi hanno cominciato a sparare colpi di fucile e di pistola contro
la porta e il muro. Più in là è stato dato fuoco a
un bar che era il punto di ritrovo dei fascisti." [6]
La mattina del 13 di Marzo Bologna viene invasa da un migliaio di Carabinieri
che occupano militarmente l'università deserta e cominciano a perquisire
in città i luoghi frequentati dai ragazzi del movimento. Più
tardi proseguono anche nelle case private; fioccano gli arresti, 41 persone,
e un centinaio risultano i fermati. "...i nostri Tupamaros si devono
convincere che non c'è assolutamente spazio per la loro follia"
dichiara il ministro degli Interni Cossiga. Le foto di Bologna dell'epoca
sono istantanee che sembrano scattate a Santiago del Cile dopo la presa
del palazzo della Moneda: i carri armati presidiano le zone a rischio e
i volti tesi dei militari in assetto da combattimento si stagliano nel contrasto
grigio-nero della filigrana. La spaccatura è diventata baratro e
la governabilità una questione di forza: vince chi è strategicamente
in grado di assumere il controllo, vale a dire lo Stato di Polizia. I Tupamaros
di Cossiga, una formula assolutamente provocatoria di surdeterminazione
del reale stato delle cose, giocata sull'onda di comunicazioni mass-mediali
che facessero presa sulla gente e la convincessero a ritenersi sulle soglie
di una sorta di guerra civile, avevano voluto, e prima di tutto desiderato,
trasformare la vita della società e dei singoli. Era in ballo la
questione del potere e la classe dirigente di allora lo aveva capito perfettamente.
La maggioranza dei compositi settori del movimento aveva messo pubblicamente
in discussione il rapporto dialettico con le istituzioni e reclamava una
risposta nella convinzione, del tutto infondata, che esistesse almeno uno
sbocco formale di potere, una soluzione politica che non venne mai e che
era ovvio potesse arrivare dal Pci. Le frange irriducibili dei ribelli ebbero
certo il sopravvento anche se si trattò di una inevitabile conseguenza
della moltiplicazione dei massicci interventi repressivi attuati da Cossiga
e dal governo Andreotti, lungo la traiettoria della riassunzione totale
del controllo.
"La lottarmata è stata dunque la prosecuzione - malintesa
- di quella traiettoria. Non che tutti volessero la guerra civile, ma `tutti'
ne hanno precostituito le premesse culturali e fattuali. E qualcuno - non
pochi - ne ha tratto le conseguenze. E' su questo problema dello `sbocco'
che si è liquefatta l'esperienza extraparlamentare. Ad un certo punto,
c'erano o il Pci e il sindacato, o le Brigate Rosse. In mezzo, la crisi
lucidamente vissuta di Potere Operaio, o l'irresponsabile demagogia verbale
degli altri gruppi."[7]
Ai primi di Maggio si apre a Torino il processo contro le BR. L'organizzazione
clandestina elimina a colpi di pistola l'avvocato Croce, presidente dell'Ordine.
I rettori delle università, Ruberti in testa a Roma, chiedono sempre
più spesso l'intervento ufficiale della Polizia per sedare le manifestazioni
degli studenti all'interno degli Atenei. Il governo e le forze politiche
sono determinati a che si risponda con le armi alle provocazioni. La società
italiana subisce una terribile contrazione, attraversata com'è da
fermenti rivoluzionari e ondate repressive che fanno delle strade luoghi
invivibili. Il 12 Maggio il movimento vuole manifestare pacificamente per
la celebrazione della vittoria nel referendum del 1974. Il Partito Radicale
organizza il corteo. A Piazza Navona, sede del concentramento, la Polizia
manganella senza tanti complimenti i deputati radicali e continua le cariche
sui gruppi che stanno giungendo numerosi. Di nuovo uno scenario di battaglia;
molti dei manifestanti fuggono verso Campo dei Fiori, erigono barricate
e cominciano a divellere il selciato per raccogliere sanpietrini.
In tarda serata gli scontri non si sono placati e le squadre in borghese
di agenti speciali che Cossiga infiltra tra gli stessi militanti fanno fuoco
ancora una volta; Giorgiana Masi, diciannovenne simpatizzante del Partito
Radicale, viene uccisa da una pallottola alla schiena su Ponte Garibaldi.[8]
L'estate del 1977 racconta di un'Italia scossa dai terribili avvenimenti
di quei mesi; i partiti della maggioranza di governo raggiungono un accordo
per rendere la già temibile legge Reale [9]
ancora più illiberale attraverso l'emanazione di una serie di decreti
sull'ordine pubblico. Nasce il carcere speciale che negli anni successivi
diventerà l'istituzione penitenziaria nella quale confluiranno detenuti
politici e comuni giudicati tra i più pericolosi. [10]
Lo Stato emergenziale si profila come nuova e minacciosa concrezione
di potere che modifica le regole stesse del diritto, quasi che una svolta
autoritaria dovesse diventare l'inevitabile risposta alla compattezza del
movimento. Ma compattezza ce ne fu ben poca, perché era forse nell'essenza
stessa delle organizzazioni politiche extraparlamentari che covava il disagio.
Ciò che risultava brutalmente evidente era la lenta deriva delle
garanzie costituzionali, l'assenza progressiva di tutela della democrazia,
l'erosione inarrestabile delle ultime speranze di dialogo per non buttare
a mare il sacrificio disperato di un'intera generazione. Tuttavia i progetti
dell'establishment erano altri, come si constatò più
tardi, e il blocco granitico che si oppose ad ogni cambiamento, giudicandolo
con avversione e disprezzo, lasciò che le cose prendessero la via
segnata dalla logica del pugno di ferro. L'ultimo atto del movimento del
'77 fu il convegno nazionale sulla repressione indetto per il 22, 23 e 24
Settembre. Sulla scia della polemica avviata da un gruppo di intellettuali
francesi che avevano redatto un appello contro la repressione in Italia,
centomila giovani raggiungono Bologna per partecipare alla più grande
festa del decennio. Sono tantissimi a bivaccare nelle piazze, nei parchi,
negli edifici pubblici; vengono per incontrarsi con gli altri, per discutere,
per cercare soluzioni, per dare un segno della tracimante voglia di vivere
che li anima.
Esiste e resiste nelle organizzazioni extra-parlamentari anche il problema
della linea strategica da adottare per creare un programma di intervento
comune. E' qui che finisce ogni rapporto dialettico tra gruppi, probabilmente
ancora prima di cominciare il convegno. Non appena iniziano i lavori nel
Palazzetto dello sport, vengono espulse alcune componenti del movimento
tacciate di appartenere all'area di destra: Avanguardia operaia,
Lotta Continua, Mls. Si dimostra in questo modo la forza del nucleo emergente
di direzione e si dà il via alla caduta verticale del dialogo.
"Quello che avevamo da dire era: ragazzi, ci aspettano degli anni disastrosi,
però in questi anni si dispiegherà un processo futuro che
noi possiamo tentare di interpretare, in cui i processi di autonomia potranno
manifestarsi nei nuovi strati. In realtà quella che abbiamo trovato
a Bologna era tutt'altra tensione. Il convegno di Settembre era nato a Parigi
nei giorni in cui avevamo fatto l'appello contro la repressione firmato
dagli intellettuali francesi. All'inizio nessuno pensava che quell'occasione
ci avrebbe così preso la mano. E' stato invece un momento in cui
tutti hanno sentito che bisognava andare lì perché sarebbe
stata un'occasione in cui ci si sarebbe potuti vedere, parlare, contare.
Ci si aspettava qualcosa di magico, si era creata un'aspettativa drammatica
e una divaricazione netta, nettissima tra il Palazzetto dello sport che
era il luogo deputato del ceto politico e dell'area della militanza dei
vari raggruppamenti, e dall'altra parte un gran numero di forme di animazione
e di spettacolo di massa. Tutti erano convenuti a Bologna con grandi attese
che erano andate frustrate. Alla domanda di una soluzione post-organizzativa
il quadro politico riproponeva come risposta il vecchio modello, e gli altri
non avevano né l'energia né l'invenzione capaci di dare una
nuova soluzione politica, perchè una soluzione politica non c'era."[11]
Ala dura e ala creativa del movimento avevano ceduto alla suggestione del
potere, in qualche modo. L'Autonomia operaia, per come si sarebbe espressa
più tardi, riteneva che lo scontro fosse non soltanto necessario
ma praticabile; l'Autonomia diffusa intese resistere allo scivolamento nella
logica del conflitto, ma sarebbe stata ugualmente criminalizzata e repressa
a partire dalle vicende del processo 7 Aprile, intentato ai danni di decine
di militanti, e dell'inchiesta del giudice Calogero. Una stagione di angosce
inespresse e di rivolgimento sociale, di generose giornate di coraggio civile
e di buio sconforto, di drammi personali e di lutti; di politica e di cultura,
in un percorso ideale di ricongiungimento all'invettiva del '68 per un'immaginazione
che potesse letteralmente creare un mondo nuovo, o perlomeno diverso. Questo
fu il '77, un episodio tutt'altro che marginalmente costitutivo della realtà
italiana successiva, per quanto, come abbiamo visto, rappresentò
nel vissuto collettivo e per la cesura radicale, quasi chirurgica, con cui
determinò l'irriducibile condizione di alterità dal sistema
di potere costituito, in un impossibile dialogo che divenne guerra metropolitana
e si perse più avanti nel sussurrare incerto e cupo degli anni Ottanta.
In questo clima di assoluta incertezza e di pessimismo si aprì
il 1978, un anno destinato a rimanere altrettanto impresso nella memoria
di molti. La crisi organica della società italiana era già
cominciata da inizio decennio e non soltanto per gli effetti impressi dall'economia
mondiale che andava riassestandosi a seguito degli stravolgimenti operati
sul prezzo del petrolio. La strategia della tensione, inaugurata con le
bombe del 1969 e l'eccidio di Piazza Fontana, aveva nel 1974 raggiunto uno
dei suoi apici con la strage in Piazza della Loggia a Brescia, durante un
comizio. Nel Dicembre del '71, Giovanni Leone era stato eletto presidente
della Repubblica. Come gli italiani avrebbero appreso proprio nel Marzo
del 1978 dall'inguaribile spirito battagliero di Camilla Cederna, quando
il libro venne dato alle stampe, la corruzione di palazzo della politica
italiana e il decadimento delle istituzioni avevano trovato nel consumato
democristiano di Napoli un perfetto esecutore e un fido custode.
"Sotto la presidenza di Leone l'Italia è stata segnata da tappe
sanguinose e dal proliferare delle trame nere; ecco l'assassinio dell'agente
Marino a Milano da parte dei sanbabilini, l'attentato del finto anarchico
Bertoli alla questura, le bombe di Brescia, la bomba all'Italicus, il complotto
della `Rosa dei venti', il golpe bianco di Sogno e Cavallo, l'uccisione
da parte di polizia o fascisti di Franceschi, Varalli, Zibecchi, Brasili
a Milano, Miccichè a Torino, Boschi a Firenze, Campanile a Reggio
Emilia, tutti di sinistra, oltre al missino Ramelli. E poi l'assassinio
del comunista De Rosa durante un comizio del deputato missino Saccucci.
Una striscia di sangue che si allunga con le morti violente del consigliere
missino Pedenovi a Milano, del procuratore generale della repubblica Coco
a Genova, del sostituto procuratore della repubblica Occorsio a Roma. Quanto
alle vergogne della magistratura, per ora ci limiteremo a citare il passaggio
di tutte le istruttorie scottanti sulle trame fasciste alla Procura della
repubblica di Roma, tutte le decisioni della cassazione dal '72 in avanti,
il proscioglimento in istruttoria di Pino Rauti nel processo di Catanzaro,
la decisone della Corte costituzionale (cioè della più alta
magistratura dello stato) di bocciare i quattro referendum popolari, il
record di assoluzioni nei confronti dell'estremismo armato fascista."
[12]
Sono gli anni della ripresa della destra appoggiata dagli americani, in
funzione anticomunista; Giulio Andreotti ritorna a Palazzo Chigi nel 1976
per restarvi fino al '79. Si stava giocando nel frattempo, tra '75 e '78,
un'altra importante battaglia sul fronte politico-costituzionale: Moro propone
l'accordo delle cosiddette convergenze parallele per recuperare nello schieramento
di governo anche il Partito comunista. Addirittura Carli ed Agnelli sostengono
che la ripresa economica potrà e dovrà avvenire attraverso
il coinvolgimento del Pci di Berlinguer. E' sostanzialmente questo deciso
approccio al consociativismo che mette il Partito comunista in condizione
di rifiutare qualunque tensione al cambiamento che non passasse per canali
istituzionali; si sarebbe trattato di rinunciare, spudoratamente, alla mano
tesa da Moro ed alla conquista della concreta opportunità di entrare
a far parte del folto gruppo dei gestori diretti della governabilità
nazionale. Abbiamo potuto constatare prima fino a che punto il dirompente
movimento del '77 si sia inserito nella dinamica articolatissima di un sistema
di potere incapace in quel momento di trovare, sul piano della visibilità
materiale, dunque degli stessi apparati formali di controllo, una soluzione
convincente al proprio immobilismo e ne abbia sconvolto le interconnessioni
proponendo, come scrisse] Rosso (giornale interno al movimento),
di "massificare l'illegalità politica di massa".
Il 16 Marzo del 1978 Aldo Moro viene rapito dalla Brigate Rosse, la scorta
annientata sotto gli occhi terrorizzati dei pochi testimoni che quella mattina
presto si erano affacciati alla finestre di via Fani, richiamati dagli spari.
Nei 55 giorni successivi si chiude parte della storia italiana cominciata
trent'anni prima, in una sarabanda allucinante di perquisizioni inutili,
trattative estenuanti, collassi istituzionali. La politica fu davvero nello
scacco di se stessa in quel momento, mentre tutt'intorno divampavano lotte
furibonde che soltanto più tardi avremmo appreso coinvolgere servizi
segreti, ampi settori dello Stato, affaristi senza scrupoli, notabili in
doppiopetto. Resta l'evidenza di una folla spropositata che scende in piazza
per difendere i valori della repubblica contro le Brigate Rosse: la prima
grande vittoria di quello che poco più in là si sarebbe manifestato
come nuovissimo, scaltro regime di governo, sorse dal selciato sul quale
giacevano riversi i corpi degli agenti di polizia. La contraddizione fu
palese e non risolta; il Pci spinse immediatamente per la soluzione cospiratoria:
i gruppi di fuoco dell'estremismo armato venivano utilizzati per impedire
l'accesso del partito al governo e perciò la tesi che faceva delle
BR la longa manus di forze reazionarie divenne l'unica proponibile.
Dietro le quinte di questo tragico `78 covava nel frattempo ben altro. Nelle
convulse ore delle telefonate tra famiglia Moro e rapitori si affermano
due linee opposte di trattativa: quella irremovibile del governo e dei democristiani,
quella morbida e possibilista dei socialisti, portavoce dei quali è
il giovane Benedetto Craxi, al secolo Bettino, in quel momento segretario
nazionale del Psi. Comincia da lì la carriera, folgorante e piuttosto
lunga, del futuro capo di governo. La posizione dei socialisti nel quadro
strategico che si delineava durante la prigionia Moro e si concretizzò
negli anni Ottanta fu ampiamente comprensibile fin da allora. Vacillava
pericolosamente il rapporto Dc-Pci che Moro e Berlinguer avevano mantenuto
aperto ad opzioni di accordo organico sia dal punto di vista di un'intesa
sullo sviluppo economico sia dal punto di vista di ampie concordanze sulla
politica estera e, particolare piuttosto decisivo, sulla presenza Nato in
Italia con tutto ciò che questo poteva significare nei rapporti con
l'est sovietico. Il sostegno del Psi all'idea che si dovesse comunque mediare
con le Brigate Rosse consente ai socialisti di affermare una autonoma posizione
politica, e in certo senso ideologica, in favore di un compromesso che non
si trasformasse in subornazione al ricatto del partito armato. E' difficile
dire, senza alcuna prova a sostegno, se Craxi avesse già potuto supporre
l'esito della vicenda umana e politica di Moro, ma certo è che nel
clima sociale dell'epoca era quasi impossibile immaginare la liberazione
dello statista democristiano e la sostanziale accelerazione di quella che
avrebbe potuto diventare una ripresa vincente ed allargata dei conflitti
che avevano scosso il paese appena l'anno precedente.
L'intero insieme delle vicende di cui ci stiamo occupando va analizzato
nel suo trascorrere contiguo. La linea di oggettivazione dei fatti raccontati
fin qui si snoda lungo tutti gli anni Settanta, agganciando avvenimento
ad avvenimento ed è da questo angolo prospettico che essi vanno esaminati,
cogliendone cioè le frastagliate connessioni. Esistono, certo, soglie
dalle quali originano fenomeni sociali e politici che ritroviamo poi compiuti
nel nostro presente. Uno di questi è la classe dirigente socialdemocratica
che mosse i primi passi sul finire degli anni Settanta. La crisi fra Stato
e società civile divenne profonda in quel ritaglio di settimane in
cui si decretò la messa a morte di Moro e di quanto egli rappresentava
nell'apparato di potere democristiano. Le stesse lettere scritte dalla prigione
del popolo, che è impossibile considerare il risultato di qualche
mano brigatista particolarmente acuta o l'imposizione di una regia occulta
e sofisticata, descrivono con dovizia di particolari lo stato della realtà
nella visione tutt'altro che limitata di Moro. Meglio ancora lo stato della
corruzione e della menzogna, dello svilimento di qualsiasi principio morale,
del ricatto e del profitto, appartenuti per intero alla partitocrazia nazionale
figlia di una Resistenza completamente disattesa e tradita. Ha lasciato
scritto Sciascia in un articolo comparso su Il Corriere della sera del
Maggio 1997: " Salvare la democrazia, difendere la libertà,
non cedere, non arrendersi e così via, coi titoli che vediamo ad
ogni evento tragico accendersi sui giornali, sono soltanto parole. C'è
una classe di potere che non muta e che non muterà se non suicidandosi.
Non voglio per nulla distoglierla da questo proposito o contribuire a riconfortarla:
che sarebbe come scegliere per sempre, per me, quella che i medici hanno
diagnosticato ai giurati di Torino come `sindrome depressiva'." Naturalmente
aveva ragione Sciascia; il conflitto interno alla classe dirigente di allora
incontrava col rapimento Moro l'epilogo di una politica, o di una serie
di politiche, praticate in Italia per oltre un trentennio. Le amare considerazioni
dello scrittore siciliano sarebbero state in qualche modo predittive. Fino
al 1992 almeno, lo strapotere democristiano manterrà salde alcune
posizioni ma nell'incontrollabile slittamento che avrebbe condotto il partito
più rappresentativo d'Italia alla definitiva scomparsa. E' altrettanto
vero che solo il suicidio poteva decretarne l'abbandono della scena politica;
il colpo inferto alla dirigenza democristiana ed ai delicatissimi equilibri
strategici del partito, con l'uccisione di Moro, fu tremendo. Avremmo appreso
qualche anno più tardi che la vicenda non era per nulla chiara; avremmo
appreso che quella sorta di comitato di salute pubblica voluto da Cossiga
nei 55 giorni della prigionia era completamente nelle mani della Loggia
P2 con tutto ciò che ne conseguì. Avremmo anche saputo, nonostante
ai giorni nostri sia ormai materia di frequenti dimenticanze o di oblio
totale, che i servizi di sicurezza, nel 1977 oggetto di una riforma costituzionale,
furono colpevolmente assenti (in parte perché paralizzati) e se contributo
diedero fu per intorbidire ancora di più le acque.
Alla scomparsa di Moro ed all'inasprimento del conflitto sociale, adesso
che le Brigate Rosse - ma non solo quelle: Prima Linea e altri, a sinistra
come a destra - avevano scosso le argillose fondamenta della Prima Repubblica,
corrispose, per cominciare, il declino della famiglia Leone, attivissima
in sette anni di scandali. Nel Giugno del 1978 infatti Leone si dimette
e al suo posto viene eletto Sandro Pertini, il famoso partigiano presidente.
Non è casuale che Pertini sia socialista di chiara e indiscussa fama
e che la sua candidatura sia stata vista di buon occhio dall'insieme dei
partiti di governo e d'opposizione. Si comincia a rimpastare la credibilità
dell'apparato istituzionale italiano e proprio a partire da uno dei fondatori
della repubblica, da uno degli esiliati dal fascismo, lui sì, dissero
i giornali, vero combattente per libertà. Sempre nel mese di Giugno
i radicali di Pannella promuovono i referendum contro la legge Reale e il
finanziamento pubblico dei partiti. Gli italiani sono ancora troppo scossi
per rendersi esattamente conto di cosa significasse un istituto giuridico
come quello concepito da Reale e la maggioranza dei votanti si schierò
nettamente a favore del mantenimento della legge, mentre per il finanziamento
pubblico i sì vinsero di stretta misura. Gli esiti refendari sono
estremamente significativi se indagati in quel contesto storico. Si sentiva
urgente la necessità di garanzie a tutela della sicurezza nazionale
e la disinformazione che regnava sovrana nei ceti medi contribuì
all'accreditamento delle tesi allarmiste sull'ordine pubblico. L'Italia
continuava in realtà a restare decisamente spaccata in due: soltanto
nel 1980 la sconfitta degli operai alla Fiat, i licenziamenti e l'allontanamento
dalla fabbrica degli elementi ritenuti sovversivi, sancirà la ricucitura
dello strappo che gli anni Settanta avevano generato.
Si succedono rapidamente brevi legislature: Cossiga, Forlani, Spadolini
(`81-'82), e viene inaugurata la formula del pentapartito. Continuano le
battaglie civili ispirate dal Partito Radicale: nel 1981 il referendum per
il divorzio trova accoglienza in larghi strati della società italiana
e la schiacciante maggioranza che si esprime a favore delle proposte refendarie
riesce a far arretrare di parecchi passi la volontà egemone del clero
cattolico e dei movimenti integralisti che lo sorreggevano. Contemporaneamente
lo scenario internazionale muta in senso neo-conservatore: nel 1978, un
anno indubbiamente fatidico, il polacco Karol Wojtyla, rompendo la secolare
tradizione dei papi italiani, sale al trono pontificio; nel 1979 Margaret
Thatcher diventa Primo Ministro in Gran Bretagna; nel 1981 Ronald Reagan
è presidente degli Stati Uniti; infine nel 1982 Kohl è cancelliere
nella Germania federale.
"Sull'Italia incidono più direttamente lo spirito battagliero
di frontiera del nuovo papa polacco che tende ad ignorare il cattolicesimo
democratico erede del Concilio e di Giovanni XXIII e l'offensiva liberistica,
il rilancio politico americano che va sotto il nome di `reaganismo'. Le
riconversioni industriali, collegate ai processi di mondializzazione e finanziarizzazione
delle società capitalistiche più sviluppate, convergono col
ristagno meridionale, con l'emergere e il potenziamento di nuovi gruppi
imprenditoriali e finanziari, con la riduzione del proletariato di fabbrica,
con la crescita del terziario e dei ceti intermedi."[13]
Alcuni altri particolari vanno riconsegnati alla nostra spesso labile memoria
storica. L']habemus papam che celebrò la nascita del pontificato
di Wojtyla giungeva appena 33 giorni dopo quello pronunciato per Albino
Luciani, deceduto per cause sconosciute nelle stanze vaticane la notte tra
il 28 e 29 Settembre 1978. Il prete delle montagne venete che avrebbe dovuto
governare uno degli stati più potenti del mondo non era sopravvissuto
al faccia a faccia con i politicanti ed i banchieri di Dio. Per quanto poco
incline alle posizioni apertamente progressiste, Luciani poteva essere considerato
un moderato: una caratteristica poco accettabile in un pontefice di Santa
Romana Chiesa. Quando decise di posare i suoi occhi indiscreti sulle vicende
e l'attendibilità di Paul Marcinkus, responsabile dello IOR, Istituto
Opere di Religione, in sostanza quella che meno eufemisticamente veniva
chiamata Banca Vaticana, il neo-eletto papa aprì una controversia
che gli sarebbe costata la vita, a sentire almeno quanto sostiene nella
sua documentatissima, e mai smentita, inchiesta il giornalista David Yallop.[14] L'intreccio che lega Marcinkus, lo IOR,
il banchiere Sindona, la Continental Illinois Bank di Chicago, con la quale
vengono controllati gli investimenti vaticani negli Stati Uniti, è
strettissimo. Dentro alla stessa Chiesa di Roma alcuni ambienti cominciano
a muoversi nel tentativo di isolare Marcinkus o comunque di segnalare al
pontefice la serie di innominabili traffici che vedono il prelato americano
coinvolto con la finanza di mezzo mondo. Luciani è convinto che un'indagine
approfondita su connessioni e collusioni potrà stabilire i provvedimenti
da prendere, le contromisure da mettere in atto per arginare l'invadente
e potentissimo cardinale. Luciani conosceva molto bene il direttore della
Banca Vaticana; nel 1972 Marcinkus aveva venduto a Roberto Calvi - ricorderete
certamente il ritrovamento di Calvi, appeso, o appesosi a seconda delle
opinioni, sotto il ponte dei Blackfriars a Londra nella prima estate del
1982 - la partecipazione di controllo nella Banca Cattolica del Veneto senza
minimamente metterne a conoscenza l'allora patriarca di Venezia. Gli spostamenti
sull'asse internazionale di denaro, favori, compiacenze e destini di intere
legislature non potevano essere resi incerti nemmeno da un Papa perché
proprio in quel biennio `78-'79 si sarebbe proceduto ad accordi destinati
a riscrivere il contesto del capitale finanziario europeo ed extra-europeo.
L'Italia, una volta di più, dimostrava la sua particolare e delicata
funzione di volano per iniziative che avrebbero segnato le fortune, o i
tracolli, di numerosi gruppi di potere. La tensione che si innervava nella
politica nazionale e di cui la drammatica restaurazione in Fiat del
1980 rappresentò uno dei principali strumenti di riassorbimento dell'urto
determinato dal malcontento della classe operaia, databile in origine al
1969, restituisce i contorni di un paese nel quale il ceto dirigente doveva
storicamente risposte senza ambiguità ai dominatori d'oltre Atlantico,
incarnati dalla torbida figura di Sindona, palesemente sostenuto con ogni
riguardo da Andreotti e dalla Dc, i cui programmi a lunga scadenza sembravano
interrotti dalla crisi di governabilità culminata nel '77 con gli
scontri in piazza e pochi mesi più tardi col rapimento Moro.
Dare concretamente conto dell'intricato disporsi del sistema di potere di
quel periodo è quasi un'impresa impossibile. Si tratta, in realtà,
di un enorme puzzle composto di migliaia di tasselli.
Uno di questi fu certamente Silvio Berlusconi, che comincia nel 1978 la
scalata la Corriere della Sera e la sua vertiginosa carriera di manager.
Ciò per cui l'imprenditore di Arcore si impegnava strenuamente era
la promozione e soprattutto lo sviluppo inarrestabile del sistema delle
Aziende. Negli anni Ottanta, grazie alla più che dimostrata amicizia
con Craxi, Berlusconi diventa in breve l'incarnazione del nuovo modello
di uomo d'affari capace di cavalcare il capitalismo della grande finanza
nella sostanziale riformulazione delle regole essenziali all'incipiente
ed aggressivo mercato delle multinazionali.
In maniera efficace Santarelli enuclea alcuni tratti peculiari di quell'ultimo
anno del decennio che preludeva ad enormi cambiamenti nella società
italiana: "La sconfitta operaia alla Fiat aveva drammatizzato una fase
di svolta, che si stava delineando su larga scala nei rapporti di forza
fra le classi e nella pubblica opinione. I processi di ristrutturazione
ne risultarono accelerati ed incoraggiati; del resto una legge del 1977
aveva già riorganizzato gli incentivi alle imprese per lo sviluppo
e il rinnovamento tecnologico. Alle ristrutturazioni dell'apparato produttivo
corrispose una diminuzione degli operai in fabbrica (nella piccola e media
industria il fenomeno fu meno accentuato) e anche di qui derivarono il tramonto
della cosiddetta `centralità operaia' e un offuscamento della visione
di classe negli altri strati subalterni. Augusto Graziani ha posto in rilievo
la coincidenza fra il contemporaneo diffondersi del lavoro irregolare, l'importazione
di manodopera straniera (da o attraverso il bacino mediterraneo), l'indebolimento
dell'organizzazione sindacale, e lo sviluppo dell' `ideologia del lavoro
autonomo' come forma ideale di occupazione e quindi dell' `ideologia del
privato' come modello di attività economica. [...] La `tangente'
divenne allora un tramite operativo consueto fra potere politico, finanza
rampante e capitalismo di stato."[15]
L'epoca d'oro della corruzione elevata a sistema è alle porte. Nel
1981 le Brigate Rosse sequestrano il generale americano Dozier. Ma è
semplicemente un colpo di coda. I nuclei speciali antiterrorismo liberano
quasi subito l'ufficiale degli Stati Uniti ad ennesima dimostrazione che
lo Stato c'è e veglia sull'incolumità di cittadini ed ospiti
stranieri. La repressione a cui si era dato inizio con le incarcerazioni
del 7 Aprile si inasprisce: dimenticati dalla storia patria, perché
cancellati a viva forza, i comunisti fuori dal Partito vengono riportati
a più miti consigli con arresti, perquisizioni, processi, carcere
preventivo o speciale, minacce, intimidazioni.
Nel frattempo si combatte una battaglia decisiva per la conquista del governo.
Nelle elezioni del 1983 il Psi raggiunge l'11,4% dei consensi: la nascente
forza dei socialisti, la programmatica certezza negli obiettivi da conseguire
e la capacità dimostrata nell'infilarsi tra gli intrighi di palazzo
favoriscono la candidatura di Craxi alla Presidenza del Consiglio e la manovra
riesce. A Giulio Andreotti viene affidato il delicato dicastero degli Esteri;
Oscar Luigi Scalfaro è agli Interni; Spadolini alla Difesa; Forlani
assume la carica di Vicepresidente del Consiglio: è iniziata l'era
del CAF, il triumvirato Craxi-Andreotti-Forlani che finirà dritto
nelle inchieste dei giudici milanesi su Tangentopoli.
Bettino Craxi era arrivato alla direzione delle segreteria del Psi nel
1976 alla testa di un gruppo di quarantenni covati dallo stesso movimento
del 1968. Formatosi nell'Unione Goliardica italiana, fu luogotenente di
Nenni nell'ala autonomista; sua essenziale preoccupazione politica sarà
quella di configurare il partito come potenziale terzo partito in alternativa
a Pci e Dc. Esposto alle seduzioni del potere, secondo quanto lo stesso
Nenni aveva ampiamente presentito, il Psi si trasformò in breve tempo
nel partito degli assessori e dei ministri.
"Una volta rientrati al governo, i socialisti furono investiti dall'affare
della P2 (ne facevano parte un ministro, alcuni dirigenti nazionali e diversi
parlamentari) come del resto accadde per la Dc e per il Psdi. L'utilizzo
dell'economia della corruzione, la pratica del sottogoverno passarono a
uno stadio più avanzato. Ma Craxi non era certo uomo da preoccuparsene,
ritenendo anzi essenziale usufruire di tutte le opportunità per radicare
il partito nell'ambiente dato e per meglio rivaleggiare con gli avversari
del momento."[16]
La tecnica d'abbordaggio della ]cosa pubblica risulta relativamente
semplice per le saldi doti di scaltrezza e cinismo del leader socialista,
oramai alla guida di uno schieramento di cui controlla ogni ganglio. Il
periodo di recessione e di enormi tensioni sociali, come si è visto,
che va dal 1978 al 1983 e il successivo rialzo borsistico-finanziario del
1985-'86 consentono a Craxi di puntare sui cavalli giusti con un atteggiamento
di completa accondiscendenza ed avallo rispetto alle speculazioni economiche
dei gruppi che si coagulano attorno al capitale imprenditoriale di uomini
dello stile di Berlusconi e di rilanciare continuamente, sul versante della
governabilità, il modello socialista come unica via per uscire dall'instabilità
del quadro istituzionale. Legando insieme, infatti, gli interessi delle
lobbies finanziarie e del peggior statalismo democristiano, la dirigenza
piessina consolida la propria ascesa al potere e allo stesso tempo consente
al grande capitale di affermare sempre più l'ideologia del controllo
sull'economia e sulla società: nasce l'impero televisivo berlusconiano
e la sua pervasiva opera di infiltrazione nel tessuto connettivo della società.
Il Pci, dal canto suo, era definitivamente confinato all'opposizione e poteva
tutt'al più impantanarsi, cosa che in effetti avvenne, nella stagnazione
della crisi interna. Dice bene Santarelli: "Ma cosa rappresenta il
corso craxiano al vertice del potere? Non un programma `socialista', di
cui mancavano i presupposti e le intenzioni. E nemmeno, sul terreno della
democrazia rappresentativa, quella `Grande riforma' (delle istituzioni)
di cui lo stesso Craxi si era fatto banditore per consiglio dei più
acuti dei suoi collaboratori - alla conferenza programmatica di Rimini del
1982 - e che non appena giunto al governo aveva accantonato. Piuttosto che
praticare un nuovo riformismo secondo il motto `governare il cambiamento'
fu la pratica del governo ad alimentare la macchina e la politica del partito.
Il senso ed i limiti dell'alleanza con la Dc non ne risultarono sconvolti,
e anzi la gestione di Craxi per taluni aspetti potè perfino alleviare
il peso delle responsabilità dello scudo crociato."[17]
La questione delle riforme istituzionali di cui ancor oggi si discute, a
distanza non dimentichiamolo di vent'anni circa, affonda le proprie radici
in questa parte troppo presto dimenticata della storia nazionale, uno dei
nodi originari del nostro presente avviato alla chiusura del millennio.
Ma non basta. Perché in quegli anni è racchiuso il senso della
cultura dell'Italia che ci è contemporanea, della sua economia e
del disporsi dei rapporti di forza che attualmente hanno condotto Berlusconi
ed amici nientemeno che al governo, per un breve ed intenso periodo, e comunque
sia in Parlamento. La deriva del Pci, infine, ha permesso il formale reimpasto
del partito di opposizione per eccellenza sino a convertirlo in una socialdemocrazia
di programma più attenta alla variazioni della Borsa che alle politiche
di risanamento del paese.
Il malaffare democristiano trovò così l'ideale apparentamento
con la demagogia craxiana tanto da riuscire a sposarne i contenuti per riprodursi
tranquillamente nel regime politico socialista. La democrazia veniva sconfitta
ancora una volta e restava la consueta speranza mal riposta di quanti ne
attendevano la illusoria realizzazione. Ben altri erano gli intenti, come
abbiamo potuto osservare. Negli anni Ottanta la fase d'incubazione della
governabilità socialdemocratica di Maastricht si disponeva a covare
passo, passo, le strategie dell'impianto politico futuro. Si ha l'impressione,
a posteriori, che il decennio che si sarebbe chiuso un anno in anticipo
con la caduta del muro di Berlino, l'atto finale della riterritorializzazione
del potere in Europa, sia consistito nell'assegnare ad ogni pedina la propria
posizione strategica nell'ingranaggio complessivo, una macchina davvero
mostruosamente articolata, come articolato si sapeva essere il quadro politico-economico
che prendeva forma.
Nel 1985 Francesco Cossiga è Presidente della Repubblica. I sette
anni che attendono il bellicoso democristiano sono scanditi da due fasi
sostanziali sulle quali si è detto molto; la prima, quella del silenzio,
durante la quale si concluderà anche il governo Craxi e la seconda,
dal 1990 in poi, che preluse alla vicenda Gladio e alle inchieste del pool
milanese sulle tangenti. E' naturale, nella prospettiva d'indagine accolta
sin qui, che la cosa stupisca poco. Se è vero che in qualche modo
i disegni della politica, specialmente quando non si vedono, esistono comunque,
è altrettanto vero che Cossiga fu un autentico punto di svolta al
vertice dello Stato per ciò che non disse e per ciò che ritenne
in seguito di scaricare addosso a nemici ed amici (o ex-amici) attraverso
dichiarazioni pubbliche, interviste ai giornali, invettive alla televisione.
Il custode dello Stato di diritto della Prima Repubblica si trasforma nel
suo liquidatore. E di liquidazioni Cossiga se ne intendeva abbastanza, dal
sequestro Moro in poi. Le elezioni anticipate del 1987, alle quali il Presidente
si adegua per il cosiddetto accordo sulla staffetta Dc-Psi, sono il primo
avvertimento della ennesima incrinatura nei rapporti fra partiti o, diciamo
meglio, fra macro-strutture di potere. Il voto conferma l'instabilità
del dialogo fra forze di maggioranza; Psi e Dc ne escono ancora rafforzate,
cala a vista d'occhio il consenso al Pci e per la prima volta i Verdi fanno
capolino alla Camera dei Deputati. In Aprile del 1988 si insedia il pentapartito
guidato da De Mita. In Piemonte, Veneto e Lombardia le prime leghe autonomiste
riscuotono un discreto successo; sta cominciando a cambiare lentamente il
panorama politico generale, anche se pochi ne hanno esatta coscienza. L'esperimento
De Mita prosegue fino al 1989: Andreotti sostituisce il collega di partito
con un nuovo governo a cinque. Con la caduta del muro di Berlino per un
attimo l'Europa si arresta e sembra quasi che nulla potrà mai più
essere uguale a se stesso.
A ridosso della scomparsa del confine tra i due mondi segnati dalla Guerra
Fredda, il Pci inizia con la segreteria Occhetto la fase di autoanalisi
con la proposta di rifondazione del partito. E' il 1990.
Le emergenze irrisolte degli anni Ottanta sono molte, l'intreccio tra Mafia
e politica, affarismo spietato, grandi speculazioni, malgoverno attanagliano
la già fragile architettura istituzionale italiana, corrosa dal di
dentro e svuotata di ogni reale capacità di controllo. Se facciamo
un passo indietro alcuni episodi riveleranno, ancora una volta, un'altra
linea genealogica. Nel 1979 era stato ucciso il giudice Terranova, segretario
dell'antimafia; nel 1980 era toccato a Piersanti Mattarella, presidente
della Regione Sicilia. Il 1982 è segnato dall'omicidio di Pio La
Torre, comunista che aveva presentato in Parlamento una proposta di legge
per colpire Cosa Nostra nei suoi interessi economici e nelle sue connessioni
bancarie. L'anno precedente col sequestro di Ciro Cirillo si erano disvelati
i legami tra Democrazia cristiana, Camorra, Servizi Segreti e lobbies
degli appalti. La Mafia aveva compiuto un grosso salto di qualità
riciclandosi ampiamente nel traffico di droga, eroina in special modo grazie
al collegamento internazionale con le famiglie italoamericane. "Ma
il sistema economico mafioso si era venuto rafforzando anche per la sua
organica attinenza allo `stato dei favori' e della intermediazione che aveva
guadagnato i poteri pubblici. [...] Alle soglie degli anni novanta, l'organizzazione
mafiosa era giunta a costituire, secondo la minoranza dell'Antimafia, un
vero e proprio `potere di governo', non essendo un'emergenza transitoria,
ma piuttosto un fenomeno radicato nelle strutture dell'economia e della
società civile di alcune regioni del paese."[18]
La spartizione tra Dc e Psi, Napoli allo scudo crociato e Milano al garofano,
sanciscono per così dire l'invadenza del sistema dei partiti nella
stessa società civile. La magistratura si autonomizza al punto da
trovare nel Presidente del Consiglio (Craxi) il suo più acerrimo
e pericoloso nemico. Lo squilibrio tra poteri dello Stato è completo
e il sistema della corruzione desertifica in senso verticale l'intera società
nazionale non più rappresentata da una politica istituzionale ormai
collusa col regime dell'illegalità incarnato da Mafia e Camorra.
In questa concrezione di potere semi-sommersa cresce rapidamente come un
cancro inarrestabile il partito delle tangenti che uscirà parzialmente
sconfitto, e soltanto nelle sue congiunture strettamente politiche, da Tangentopoli.
Era scomparso di fatto qualsiasi ricordo del patrimonio civile delle battaglie
condotte da operai, studenti, cittadini negli anni della cariche della Polizia
condotte dai funzionari di Cossiga. Questo punto nodale delle vicende italiane
va sottolineato come passaggio fondamentale alla cultura del disimpegno
che ha eluso molte, inquietanti domande sul presente, travolti come siamo
dall'assenza di un patrimonio di valori civili condivisi.
"Sul terreno sindacale e politico la capacità di resistenza
e di presenza del movimento operaio era andata scemando dopo i gravi e sintomatici
insuccessi dei primi anni ottanta. La perdita di peso elettorale del Pci
rifletteva la tendenza a un graduale spostamento dei rapporti di forza fra
le classi sociali. Venivano avanti mutamenti rilevanti nella composizione
della forza lavoro, connessi alla trasformazioni della struttura sociale,
ma anche alle rivoluzioni tecnologiche e finanziarie in atto nel capitalismo
internazionale." [19]
Cambia il lavoro, cambia la disposizione delle forze in campo. E' stato
calcolato che circa sette milioni di persone costituivano in quegli anni
il sottobosco malcelato delle piccole e piccolissime imprese che assediavano
i grandi conglomerati di capitale: manodopera che costituiva l'effetto diretto
dello stravolgimento procurato a cavallo tra anni Settanta e Ottanta all'economia
nazionale. Quale sindacato avrebbe potuto raggiungerli e quale democrazia
tutelarne i diritti? Sullo sfruttamento di questa consistente massa di salariati
senza coscienza di classe una aggressiva borghesia capitalistica organizza
i propri lautissimi guadagni, scambiando quote di potere con denaro sonante.
Ne sortisce un quadro generale poco edificante.
"La conservazione e la gestione del potere - nelle crescente carenza
delle opposizioni - si innesta a questo punto su una democrazia in crisi,
fortemente insidiata dalle collusioni e pressioni di lobbies diverse, sia
`pubbliche' che `private'. Precipita così, o tende a precipitare
un processo reale, non proclamato e non denunciato, di privatizzazione dello
Stato." [20] Siamo all'oggi. Siamo
al partito-azienda.
In breve, adesso, i passi finali della ricostruzione storica riproposta
in queste pagine. Nel 1989 Giulio Andreotti vara l'ultimo triennio bianco
in qualità di Presidente del Consiglio. Il 5 Aprile del 1992 le elezioni
che sconvolgono la nomenclatura politica italiana: la Lega Nord di Bossi
sfiora il 9% dei consensi (55 deputati); la Dc scende sotto il 30% e perde
32 deputati alla Camera; il neonato Pds, Partito democratico della sinistra,
raggiunge appena il 16%; tiene ancora il Psi che cala al 13,2% con una perdita
minima. Viene indicato Craxi come possibile Presidente del Consiglio ma
il 17 Febbraio lo scandalo del Pio Albergo Tivulzio aveva ufficialmente
inaugurato Tangentopoli e di lì a poco il] consesso socialista
sarebbe finito nella lista degli indagati dal giudice Di Pietro. A ridosso
delle elezioni del nuovo Presidente della Repubblica Scalfaro, l'incarico
di governo viene affidato a Giuliano Amato - è il 28 Giugno 1992
- fidato collaboratore di Craxi. Il Bettino nazionale si dimette dalla carica
di segretario del partito dopo 16 anni di ininterrotto potere nel Febbraio
1993. Nell'ottobre precedente era caduto Forlani e nell'Aprile del '93 è
la volta della richiesta di autorizzazione a procedere per collusioni con
la Mafia a carico del senatore Andreotti. Il resto è cronaca.
Lo schieramento inventato da Silvio Berlusconi, unico vincitore nel
guazzabuglio di smentite, denuncie, ritrattazioni e pentimenti costituito
da Tangentopoli, vince le elezioni nel 1994. Durerà il tempo necessario
a permettere alla Lega Nord di minarne l'equilibrio instabile e farlo cadere.
La rivoluzione borghese mancata degli italiani scesi in piazza con l'imprenditore-governante
si stempera nel gioco funesto del capitale finanziario che sostituisce Prodi
a Berlusconi. E come tutti i rivolgimenti politici dimezzati, quello di
Berlusconi crea ancora arretratezza e facili illusioni. Politica e società
continuano a non incontrarsi, assuefatta com'è la politica all'economia
e la società all'instupidimento della televisione. Eppure tutto era
ormai cambiato, in Parlamento, nelle città, nei luoghi consacrati
alla Prima Repubblica. Il 18 Aprile del 1993 il referendum Segni per l'introduzione
del sistema maggioritario nell'elezione al Senato aveva ottenuto l'83% di
voti favorevoli. La Seconda Repubblica, se così la vogliamo chiamare,
entra in scena.
Lo scarso spessore della democrazia italiana, la crisi dei cattolici democratici,
l'onda lunga della corrutela voluta ed imposta dal craxismo, la smobilitazione
a sinistra con una costante crescita della litigiosità interna danno
corpo ad una sorta di simulazione di guerra civile più che di rivoluzione.
Scompare lo Stato democristiano, sussunto nel vortice del socialismo riformista,
ma senza alcuna riforma, che prelude alla socialdemocrazia.
"1946-1994. Nella `repubblica democratica fondata sul lavoro',
la continuità dello stato non manca di contrapporsi alla continuità
del movimento che quella Repubblica ha suscitato, in una lunga lotta intessuta
di conquiste e di ripiegamenti. Le controffensive sono state efficaci, nel
'53, nel '60, persino nei drammatici anni settanta. Il 1994, come il 1968,
rappresenta tuttavia, in un altro senso, uno spartiacque nel ciclo della
vicenda repubblicana. La cesura rimane, ma il flusso non cessa. A distanza
di cinquant'anni dalla crisi del 1943-45, da cui la Repubblica è
sorta, e da una resistenza aspra e incompiuta, vale ancora e scava nel profondo
il motto che Calamandrei aveva raccolto dalle labbra di Alcide Cervi: 'Non
c'è tempo da piangere. Bisogna continuare. Dopo un raccolto ne viene
un altro'."[21]
Intermezzo: i Servizi Segreti
In qualsiasi manuale di storia contemporanea troverete riferimenti abbastanza
precisi relativamente alla nascita delle grandi democrazie occidentali del
dopoguerra.
La nuova Costituzione repubblicana dell'Italia antifascista sanciva il ritorno
di garanzie di legalità diffusa nel territorio della nazione. Un
sistema di regole precise avrebbe dovuto governare da quel momento in poi
con trasparenza assoluta la politica istituzionale, favorire lo scambio
delle opinioni, assicurare lo sviluppo economico e le pari opportunità
per ciascuno. Sfortunatamente i fatti dimostrano il contrario.
Il Comitato di controllo parlamentare per i Servizi di informazione e sicurezza
e per il segreto di Stato, presieduto oggi dal Senatore Brutti, venne costituito
nel 1977, ope legis come si dice in linguaggio tecnico. La legge
in questione è la numero 801 del 24 ottobre 1977, quella che istituiva
e ordinava i servizi per le informazioni e la sicurezza e disciplinava la
materia del segreto di Stato. Per uno di quei giochi straordinariamente
efferati dell'ordinamento costituzionale italiano, uno dei tanti a dir la
verità, il Comitato ha ripreso a funzionare soltanto nel 1994 e nel
giro di pochi mesi, per l'esattezza settembre 1994-marzo 1995, ha acquisito
327 documenti ed una mole ingente di notizie generali sulla struttura reale
dei Servizi segreti[22]. L'attenzione
del Comitato si è concentrata sulle attività del SISMI (Servizio
informazioni sicurezza militare) e del SISDE (Servizio informazioni sicurezza
democratica), nonchè su quella del CESIS, organo di coordinamento
tra i due Servizi istituito dalla stessa legge 801. In particolare sono
stati affrontati i problemi connessi agli scopi ed alle varie forme di intelligence
nella lotta contro la Mafia e i gruppi criminali organizzati. Tuttavia tra
il 1977 e il 1994 molti tragici avvenimenti si sono accavallati l'uno sull'altro
nella storia quasi scabrosa di questo Paese dilaniato da conflitti sociali
e sanguinose operazioni stragiste, un racconto dalla inimmaginabile violenza
dispiegato attorno e dentro alla vita di ignari protagonisti, come la maggioranza
di noi è stata per molto tempo, di vicende ancora tutte da chiarire.
Soltanto il prezioso lavoro della Commissione Stragi, fino a che è
stato possibile farla funzionare, e la tenacia di Libero Gualtieri, recentemente
scomparso, hanno fatto da contrappunto alla logica tremenda di quanti hanno
cercato di cancellare la memoria storica degli ultimi trent'anni almeno.
Dunque per indagare sulle stragi e le attività dei Servizi, organi
dello Stato in teoria, deve essere instruita una Commissione apposita, un'intervento
di carattere straordinario che supplisce alla mancanza dell'interessamento
ordinario, stabilito senza ombra di dubbio per legge, delle istituzioni
preposte, il Comitato di controllo appunto.
Ma addentriamoci di più nello specifico della 801 che all'epoca aveva
pretesa di essere la soluzione all'annoso problema dei Servizi di sicurezza,
già ampiamente corrosi dalle attività illegali del SID, il
Servizio informazioni difesa agenzia nazionale della Loggia segreta
P2 capitanata dal Venerabile Gelli, e ancor prima dagli scandali golpisti
del vecchio SIFAR, Servizio informazioni forze armate che il generale De
Lorenzo aveva trasformato in pericoloso veicolo di istanze golpiste.
Nell'ottobre 1977 la riforma dei Servizi segreti è pronta. Si tratta
di 19 articoli che apportano un cambiamento drastico alla struttura fino
ad allora conosciuta degli apparati di intelligence nostrani. La
legge 801 individua in realtà un solo ed unico responsabile del funzionamento
dei Servizi: è il Presidente del Consiglio dei ministri che si avvale
della consulenza di un Comitato interministeriale e del Comitato esecutivo
per i servizi d'informazione e sicurezza, il CESIS, ideale punto di raccordo
e coordinamento tra le due branche dei Servizi di cui si è detto,
SISMI e SISDE. Il Presidente del Consiglio diventa a tutti gli effetti il
massimo responsabile politico della sicurezza del paese. Egli possiede una
peculiare potestà regolamentare che ha carattere di esclusività;
tale potestà incide anche sui rapporti con i ministri della Difesa
e dell'Interno dai quali SISMI e SISDE rispettivamente dipendono. La riforma
sembrava, in un certo senso, essere riuscita a disciplinare con una certa
esattezza le attività complessive degli uffici preposti alla sicurezza
esterna ed interna dello Stato, sottraendo ai militari, sino ad allora sostanzialmente
in grado di esercitare un potere assoluto dentro alla struttura informativa
di spionaggio e controspionaggio, quello che per tradizione sembrava appartenere
loro in via esclusiva. La legge stabiliva, inoltre, che la nuova struttura
così riformata avrebbe dovuto cominciare a funzionare entro e non
oltre i sei mesi dalla data di pubblicazione. Le operazioni di resistenza
del vecchio apparato furono immediatamente dispiegate e fu subito chiaro
che la guerra per la cariche si sarebbe aperta senza esclusioni di colpi.
Non soltanto i funzionari del SID, ormai destinato a prematura scomparsa,
fecero intendere che non avrebbero facilmente lasciato smantellare i centri
Cs (controspionaggio) periferici, ma che certamente non sarebbero mai stati
disposti a consegnare l'enorme documentazione conservata nell'archivio dell'ufficio
D, centinaia di migliaia di schede informative che costituivano il vero
e proprio centro vitale del SID. L'ufficio D rappresentava il caposaldo
dell'attività informativa del Servizio, con settecento uomini a disposizione
e un'articolazione in quattro sezioni; vale la pena di elencarle per sottolineare
l'estrema importanza e pericolosità di un apparato del genere: Sicurezza
interna, Controspionaggio, Polizia militare, Sicurezza economico-industriale.
Nel frattempo cominciava la girandola delle candidature: fra tutte, suscitò
stranamente meno opposizioni la candidatura di Giuseppe Santovito. Nessuno
riuscì a ricordare che Santovito era stato, con il grado di colonnello,
stretto collaboratore di De Lorenzo e che era stato, anche se marginalmente,
coinvolto nel golpe bianco del patriota Edgardo Sogno. Il
suo nome comparve nel 1981 nella lista degli appartenenti alla P2 sequestrata
a Gelli presso la villa di Castiglion Fibocchi.
A fine dicembre 1977 la nomina di Santovito ai vertici del SISMI era cosa
fatta. Per ciò che concerneva il SISDE si pensò di affidarlo
alle mani altrettanto poco sicure di Giulio Grassini, iscritto P2 e generale
dei Carabinieri di un grado inferiore a Santovito: si realizzava così
la dipendenza di fatto dei civili dai militari, secondo la migliore tradizione
italiana. Ma non è ancora tutto. Grassini fu nominato direttore del
SISDE il 13 gennaio 1978 e nello stesso giorno assunse l'incarico a cui
era stato preposto. Santovito invece ebbe materialmente la disponibilità
dell'incarico soltanto il 31 gennaio successivo, nonostante la sua nomina
fosse più che sicura ormai da qualche mese. Nei locali di via Lanza
in Roma, il SISDE si insediò definitivamente soltanto il 27 giugno:
di fatto, dal 13 gennaio al 27 giugno, periodo in cui ebbe luogo il rapimento
Moro e si sviluppò una delle vicende più oscure della storia
d'Italia, il Servizio informativo del Ministero dell'Interno fu inesistente.
A siglare la definitiva messa in ombra del dettato giuridico della legge
801, il Ministro degli Interni Francesco Cossiga, nonostante il governo
fosse già dimissionario, emanò il decreto che istituì
l'UCIGOS (Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni
speciali). L'Ucigos aveva compiti ampi e rilevanti: raccolta delle informazioni
relative alla situazione politica, sociale ed economica del Paese; prevenzione
e ristabilimento dell'ordine pubblico; investigazioni per la repressione
e la prevenzione dei reati contro l'ordine pubblico, dei reati di terrorismo
e contro la sicurezza dello Stato; compimento di atti di polizia di sicurezza,
di polizia giudiziaria e supporto operativo alle strutture di SISMI e SISDE.
Venne sostenuto, da parte degli ambienti del Ministero degli Interni, che
era indispensabile creare un organismo centrale che fungesse da collegamento
tra SISDE e magistratura e questure, dato che il Servizio di informazioni
civile non aveva compiti di polizia giudiziaria. Argomentazioni deboli,
anche se in parte corrette. L'Ucigos finiva per dipendere direttamente dal
capo della Polizia, in quanto struttura inserita nella Direzione Generale
della Pubblica Sicurezza, organo del Ministero degli Interni, e quindi dal
Ministro stesso. Lo scavalcamento dei principi della diretta responsabilità
del Presidente del Consiglio e della vigilanza parlamentare fu definitivo;
ancora una volta custodi e custoditi finivano per essere gli stessi.
L'apporto di Cossiga all'ingarbugliamento ulteriore della matassa del controllo
politico e sociale fu certamente notevole. Tuttavia, nella legge di riforma
del '77 i germi del disordine erano presenti già nella sua formulazione.
Esaminiamo brevemente in tal senso la disciplina riservata al segreto di
Stato.
Nelle disposizioni della 801 si fa esplicito riferimento a specifiche modalità
di legge risalenti al 1941; per la precisione al Regio Decreto n.1161 che
regola la materia del segreto militare, certo in un contesto politico e
in relazione a finalità belliche fortemente datati. All'articolo
1 del decreto, per esempio, si parla di divieto di divulgazione di notizie
concernenti le amministrazioni militari e gli enti statali preposti alla
produzione bellica; di queste notizie si dava in dettaglio una decrizione
nell'allegato al decreto. All'introduzione di un criterio oggettivo nella
determinazione del segreto si intercalava subito dopo una regola di carattere
soggettivo, stabilendo che era possibile per l'autorità a cui era
demandato il compito di decidere una dilatazione del segreto mediante separati
provvedimenti, secondo il dettato del secondo comma dello stesso art.1,
che ampliavano il divieto di divulgazione anche a notizie non indicate nell'allegato.
L'intera materia, non esistendo nessun riferimento abrogativo nella legge
di riforma dei Servizi, è tuttora subordinata ad un insieme di norme
giuridiche che provengono da tutt'altro contesto normativo, quello fascista
per l'esattezza. La legge 801 ne attua implicitamente la continuità
storica, e a questo punto anche politica, nella totale mancanza di un nuovo
disciplinamento per il segreto di Stato che tenga conto del mutare dei tempi
e soprattutto della quasi superflua considerazione che oggi si tratta di
discutere l'argomento all'interno di un panorama politico a detta di molti
democratico. In una parola è formalmente e sostanzialmente vigente
nella costituzione italiana un provvedimento legislativo voluto e pensato
dalla dittatura fascista. La passione civile di quanti hanno combattuto
una resistenza che fu senz'altro guerra fratricida, in tutt'Europa schierati
contro l'esercito nazi-fascista, sembra sepolta davvero nell'oblio dell'inutilità.
Naturalmente non è nemmeno possibile, a questo punto, sfuggire ad
una considerazione a margine che viene quasi da sola. La disciplina del
segreto di Stato, così come ce la presenta il rapporto del Comitato
parlamentare, ha favorito e favorisce tutta quella serie di traffici illegali,
tra cui spicca ovviamente il traffico d'armi leggere e pesanti, sopra ai
quali nessun controllo è stato esercitato in questi anni se non attraverso
organi dello Stato esplicitamente corrotti di cui ben poco siamo riusciti
a sapere. Il nesso inscindibile tra Servizi segreti e commercio/diffusione
di armi, denaro riciclato e droga sostanzia il lucroso affare che per decenni
ha riempito le tasche di politici, eversori e faccendieri in corsa per la
presa del potere, per il suo consolidamento e per la sua capillarizzazione
nei luoghi più impensati di una società svuotata di ogni e
qualsiasi valore democratico, posto che la democrazia in Occidente sia davvero
mai esistita.
Le informazioni contenute nel rapporto stilato dal Comitato di controllo
sono una vera e propria operazione di contro-intelligence. In parte
conoscenze che già almeno una generazione in qualche modo possedeva,
in parte conferme, drammatiche, a sospetti che certamente ci hanno fatto
arrovellare per diverso tempo.
Il dato veramente sconcertante consiste nella quasi completa mancanza di
capacità di operare un effettivo controllo da parte del Comitato
sulle attività dei Servizi e comunque degli organi istituzionali
che si occupano di sicurezza. Per fare un'altro esempio: esiste un Centro
Elaborazione Dati (CED) del Ministero dell'Interno che raccoglie sistematicamente
informazioni sui cittadini fino ad arrivare all'acquisizione degli archivi
SIP, oggi TELECOM, delle utenze telefoniche riservate. Non esiste virtualmente
dettaglio della nostra quotidianità che non possa diventare parte
di una scheda informatizzata a disposizione di chi, dentro alle strutture
di intelligence, desideri farne uso senza alcuna esplicitazione dei
fini. Un sistema occulto, non esiste definizione alternativa, che costituisce,
secondo un vecchio modello americano, uno Stato nello Stato. Molteplicità
del controllo, moltiplicazione dei piani del dominio diventano gli effetti
immediati di una simile strategia dispiegata in un territorio all'apparenza
governato dalle leggi di un Parlamento liberamente votato.
Torniamo ai Servizi. Abbiamo potuto constatare come, a tutti gli effetti,
la preminenza del controllo militare sia stata realizzata anche a seguito
della riforma di fine anni Settanta. Un ulteriore elemento indispensabile
a comprendere il reale funzionamento delle strutture di potere occulto in
Italia è rintracciabile nel funzionamento dell'Ufficio Centrale per
la Sicurezza (UCSI), che assolve a compiti di coordinamento e controllo
per l'applicazione delle procedure di sicurezza che derivano da norme interne
o da accordi internazionali NATO e comunitari. L'UCSI è organo servente
dell'Autorità Nazionale di Sicurezza (ANS), in sostanza il funzionario
incaricato dal Presidente del Consiglio per l'apposizione e la tutela del
segreto, e dovrebbe guidare e controllare l'insieme degli apparati istituzionali
addetti proprio alla gestione della spinosa disciplina del segreto di Stato.
In realtà fino al 1991 l'ANS[23]
è stata affidata al direttore del SISMI: ne discende che l'UCSI è
stato sostanzialmente nelle mani di quei corpi di informazione militare
che avrebbe dovuto sorvegliare e di cui avrebbe dovuto garantire il buon
funzionamento. Conosciuto in precedenza come USI (Ufficio sicurezza) e durante
gli anni '60 come USPA (Ufficio sicurezza del Patto Atlantico), l'attuale
UCSI sfugge ad una definizione precisa sul piano giuridico. Vale a dire
che con molta incertezza si possono circoscrivere realmente i suoi compiti.
Comunque vada, una sua competenza fondamentale è ben presto individuata;
si tratta del rilascio dei NOS (Nulla osta segretezza), una sorta di benestare
che condiziona l'accesso a fonti riservate, a una serie di incarichi davvero
delicati ed a funzioni del tutto particolari fino addirittura a quelle ministeriali.
La procedura specifica per il rilascio dei Nulla osta di segretezza, consiste
in una sorta di abilitazione concessa a persone o imprese, particolare quest'ultimo
davvero interessante, che hanno in tal modo la possibilità di venire
in possesso di notizie riservate o di partecipare a gare d'appalto per lavori
nei quali vi siano problemi di sicurezza o di tutela del segreto. I NOS
hanno una validità di sette anni prima che si possa procedere al
loro rinnovo e di fatto costituiscono delle chiavi privilegiate di accesso
a documenti e situazioni che meriterebbero invece un vaglio attento e scrupoloso
prima di essere divulgate. Un'esempio per tutti: Matilde Martucci, strettissima
collaboratrice del prefetto Malpica in forza presso la segreteria del SISDE
e implicata qualche anno fa nello scandalo dei fondi neri, possedeva il
NOS di più alto livello nonostante fosse un modesto agente tecnico
ed esistessero a suo carico precedenti relativi alla sua condotta morale
e civile.
Viene da chiedersi, ovviamente, nelle mani di chi in questi cinquantanni
di pretesa democrazia sia stata lasciata non tanto la cosa pubblica,
perchè lo sappiamo già, quanto quegli affari riservati che
soltanto con grande senso di responsabilità possono essere registrati,
conosciuti, esaminati e quant'altro.
Del resto soltanto una limpidezza cristallina negli intenti e negli scopi
può impedire a degli affari riservati di esserlo soltanto nominalmente
o per quanto basta a far salva la sicurezza nazionale, volendo essere generosi.
Comunque sia, concetti come sicurezza nazionale o segretezza ben difficilmente
si accordano, come i fatti dimostrano, con qualsivoglia gestione democratica:
essi risiedono piuttosto negli anfratti oscuri del sistema occulto, quello
che per anni ha davvero governato l'Italia, penisola allungata pigramente
nel mediterraneo con uno stivale quasi appoggiato al Medio Oriente e due
sponde che guardano verso la vecchia Europa dell'Est da una parte e verso
l'Africa dall'altra, continente abusato dalla voracità degli investimenti
dei paesi industrializzati d'Occidente.
La girandola delle imprese piccole e grandi che ruotano o hanno ruotato
attorno ai traffici illeciti dei Servizi disvelano la geografia in filigrana
della rete dell'economia nazionale ed internazionale lasciata nelle mani
di pochi eletti, rigorosamente selezionati sulla base di alte qualità
civili come patriottismo o fedeltà cieca al Patto Atlantico.
L'insieme di queste informazioni, sapere specifico di una cultura
del segreto caratteristica peculiare di ogni società industriale
e perciò stesso corporativa, a più livelli tra loro anche
molto differenziati, costituisce l'archivio gelosamente nascosto dai Servizi
di informazione e sicurezza e dalle agenzie che a vario titolo hanno rimestato
nel torbido di quanto potremmo definire illegalità istituzionale.
Istituzionale perchè, secondo quanto emerge dal lavoro di indagine
del Comitato di controllo, esiste una serie ben definita di norme giuridicamente
legittime che nel tempo hanno permesso ad una specie di secondo Stato di
disporre liberamente della nostra sovranità. Sovranità limitata,
dunque, come ha osservato qualcuno, dentro ad uno schema del Diritto subordinato
a poco condivisibili strategie di potere e di denaro.
Solamente l'UCSI, per continuare a citare dei dati oggettivi, conserva 308.000
fascicoli relativi a persone e 2500 relativi ad imprese sparse in tutta
la penisola. Virtualmente chi entra in possesso di un NOS, anche di medio
livello, accede di certo ad una parte degli incartamenti riservati e, semplicemente,
conosce, sa quindi ottimizza la sua capacità di intervento ove occorra.
Se a questo aggiungiamo il volume d'archivio degli altri uffici, a cominciare
dal CED del Ministero dell'Interno di cui si è detto, i 150.000 dossiers
di De Lorenzo, che tanto scalpore destarono all'epoca del presunto golpe,
diventano una sciocchezza. Tra le carte di questo concentrato di storia
nazionale mai raccontata devono esserci per forza le verità scomode
sulle stragi che hanno insanguinato le strade, i treni e le piazze di mezza
Italia; e forse anche di più. Forse il tracciato inquieto di un'epoca
che non sembra ancora tramontata, i legami insospettabili, gli intrecci
impossibili e le complicità remote di più di una generazione
di politici e militari.
C'è da chiedersi a questo punto, semprechè esistano davvero,
quali sono le ragioni politiche delle deviazioni. Lo sfondo comune alle
illegalità del SISMI prende certamente le mosse dal quadro internazionale
della Guerra Fredda che per decenni ha condizionato le scelte generali della
politica nazionale ed internazionale in tutta Europa. Agire per una eterna
stabilizzazione dei rapporti di forza, anche e perchè no destabilizzando,
in singoli punti chiave del complesso meccanismo che questa società
rappresenta, in funzione della continuità di un ceto di governo e
per protarre oltre ogni limite temporale la Guerra Fredda, può essere
un altro elemento fondamentale nella disamina dell'operato dei Servizi.
Anche se per ceto di governo a questo punto sarà più giusto
intendere gruppo di potere, svincolato da una necessaria appartenenza politica
(per esempio fascista in senso stretto). Lasciare senza soluzione di continuità
la Guerra Fredda, allora, non tanto per la guerra in sè, quanto per
il mantenimento del controllo e il correlativo dispiegarsi di un sistema
di dominio in un contesto complessivo, forse mondiale, che lega strettamente
capitale e politica, azione di classe sulla massa e autoriproducibilità
del potere.
Quanto al ruolo del SISDE, ultimo ma non meno importante, è abbastanza
chiaro che le deviazioni promosse al suo interno sono connesse ad un quadro
politico e istituzionale estremamente debole nella sorveglianza e facilmente
corruttibile. Un'agenzia di affari in proprio, in tal senso, facilita la
fungibilità tra denaro e potere.
Probabilmente ha ragione Felice Casson quando sostiene che se ci fossero
ancora dei dubbi circa l'utilità dell'esistenza dei Servizi segreti
il rapporto del Comitato parlamentare di controllo ce li toglie definitivamente.
Ma il sistema occulto è anche altro; esso mette radici nelle pieghe
invisibili di una realtà che ci sfugge nel suo essere ombra. Un dispositivo
singolarmente perfetto al quale non sarà sufficiente amputare un
segmento per averne ragione.
Epilogo: il futuro di Tangentopoli
Il 1989 ha segnato uno spartiacque fondamentale nella politica di fine secolo.
Era venuto il momento di liquidare un'intera classe dirigente che per comodità
espositiva abbiamo voluto chiamare Prima Repubblica. Appena un anno dopo
Giulio Andreotti lanciava un segnale fortissimo in Parlamento (e al Parlamento)
rendendo di pubblico dominio l'esistenza della struttura clandestina Gladio
[24]. Di lì a poco sarebbe cominciata
l'epoca tormentata di Tangentopoli, la comparsa sulla scena di Antonio Di
Pietro e l'incrinatura definitiva tra magistratura e sistema politico che
come un'onda lunga lambisce ancora le spiagge ormai deserte dell'Italia
governata, si dice, dalla Sinistra.
Acutamente fa osservare Ivan Cicconi[25],
commentatore estraneo a qualsiasi ambiente culturale di estrazione rigorosamente
specialistica nel generare confusione - né giornalista, né
faccendiere della cultura, né politico di professione - che l'era
di Tangentopoli ha soltanto sfiorato l'essenza profonda del sistema dello
scambio scientifico di denaro e favori trasformato in tecnologia dell'abuso
di potere, se non altro perché ciò che l'inchiesta Mani Pulite
ha colpito è stato essenzialmente il meccanismo di finanziamento
illecito ai partiti più che l'economia finanziaria che sta alla base
degli investimenti produttivi degli ultimi vent'anni, dagli appalti edilizi
alla geografia delle discariche per il riciclaggio di rifiuti tossici nei
confronti delle quali si è prodigato Licio Gelli prima di eclissarsi
nei Balcani.
In sostanza bisognava chiudere i conti con quanti avevano rappresentato
la linea di continuità con il vecchio regime fascista nel dopoguerra,
vale a dire i Democratico- Cristiani, e con i loro succedanei, il gruppo
di agguerriti rampanti che all'ombra di Craxi ha governato nel decennio
dell'omologazione cupa nel quale anche la Mafia intesseva rapporti strettissimi
con il sistema politico di un'Italia appena uscita dall'emergenza del ribellismo
organizzato.
Così per un breve periodo abbiamo pensato che Craxi e l'orgia dei
suoi collaboratori più fidati fossero usciti definitivamente di scena,
travolti dallo scandalo e dall'ignominia di essersi trovati catapultati
nelle inchieste di decine di Preture con frequenza degna di un Guinness
dei primati. Non è andata in questo modo.
Viene tuttavia il dubbio che qualcosa non abbia funzionato nell'epopea Di
Pietro celebrata quasi con affanno dal ceto medio italiano che è
parso finalmente appagato dalla presenza di un vero e proprio Savonarola
del Codice Penale, disposto ad andare fino in fondo per restituire dignità
alla civiltà del lavoro onesto, quando si constata che in realtà
Tangentopoli rappresentava ha rappresentato un'incalzante crociata alla
quale si è messo fine lasciando scivolare tutto nell'oblio di una
serie di patteggiamenti o di blande condanne ben poco risolutive in confronto
ai reati contestati. A distanza di qualche anno, possiamo affermare con
ragionevole certezza che Mani Pulite appare decisamente mani lavate. La
risposta risiede, ancora una volta, nel carattere assolutamente strategico
dell'intervento voluto contro il sistema dei partiti della Prima Repubblica,
utilizzando sapientemente certa magistratura. La spartizione di grosse fette
dell'economia nazionale, lo spostamento d'asse degli investimenti ad altissimo
valore aggiunto, l'Alta Velocità per esempio, la creazione di altre
e diversificate linee di sviluppo lungo le quali far correre fiumi di denaro
sporco e riciclato ridisegnano il fondale, parzialmente oscurato da Tangentopoli,
del grande spettacolo del profitto.
Ma un teatro senza attori o una liturgia senza officianti, se preferite,
non troverebbe certo consensi, in ambito europeo e peggio ancora sulla scena
mondiale. Allora, si tratta di ricostituire una classe dirigente offuscata,
o forse addirittura sterminata, da trasformazioni troppo repentine per poter
essere colte e registrate mentre accadono. Un po' di tempo ci vuole per
riprendere il filo di un discorso interrotto: e certamente meno di quanto
ci saremmo aspettati. E' cronaca di questi ultimi mesi il ritorno alle glorie
dell'informazione mass-mediale dei vecchi socialisti, stretti attorno ad
un Gianni De Michelis certamente provato dalla storia personale e collettiva
degli ultimi anni ma ancora in grado di dipanare, par di capire, l'intricata
vicenda occorsa a lui stesso ed ai suoi senza dimenticare l'assente - aleggiante
ombra trasportata dal vento del Sahara - leader carismatico che dall'esilio
africano rinnova i toni di una nostalgia al limite del ridicolo.
Succedono cose strane davvero, nell'ultima manciata d'anni che preludono
al terzo millennio. Non è tanto la presenza di Berlusconi, a quel
convegno del 1998 in un prestigioso hotel romano, a lasciare perplessi;
un socialista di convenienza come lui non sfigura tra i rappresentanti del
degrado politico del decennio che ha visto la rivoluzione degli assetti
strategici d'Europa. E' piuttosto il senatore Cossiga a solleticare la curiosità
di gettare, se possibile, sempre uno sguardo anche dietro l'angolo. L'adesione
all'Udr ed in sostanza alla compagine di destra, esplicitamente dichiarata
a fine incontro, non è sicuramente lo scopo per il quale il gladiatore
più famoso d'Italia è intervenuto dal palco per magnificare
personalità e vicende politiche di Craxi, testimoniandone l'insostituibile
ruolo sostenuto per fare della nazione uno dei paesi più ricchi del
mondo. Quell'orazione pubblica di un sostenitore del pericolo comunista
e di un profondo conoscitore di tecniche anti-sommossa per contenere qualsiasi
forma di eversione o rivolta minacci l'ordine costituito, appare come un
sottilissimo ed arguto messaggio diretto verso un dove che ancora sfugge
nei contorni sfuocati delle stagioni occulte dell'Italia abbandonata troppo
repentinamente da imperatori caduti in disgrazia nel volgere di nemmeno
dieci anni. Espertissimo nell'approntare dialettiche trasversali, Cossiga
invoca il ritorno di un non ben precisato Eden del Socialismo al quale nessuna
Repubblica veramente civile può rinunciare. E' naturale che sia lui
il primo a non crederci, avendo ampiamente conosciuto la compagine dei mercanti
di mazzette e di appalti che ha imperversato con la sua complicità,
tutto divorando e stritolando nell'immenso Monopoli degli affari in proprio.
Eppure, se spetta a lui in questo momento, ed è possibile che sia
così, il compito ragguardevole di cucire gli strappi con operazioni
di medio cabotaggio rivolte alla riorganizzazione di un apparato istituzionale
che ha bisogno disperato di stabilità, da una parte e dall'altra,
allora il senso della partecipazione di Cossiga alla rinascita della casa
socialista assume una valenza diversa dai frettolosi commenti dedicati
da quotidiani e televisione. Non è tanto il progetto di candidare
Bettino Craxi al Parlamento europeo che deve preoccupare, quanto che cresca
il bisogno di domandare agli antichi custodi di rientrare nei confini della
visibilità politica. L'uomo di Hammamet, dal canto suo, ha già
dichiarato di non essere in condizione di affrontare un rientro in campo
che comporterebbe uno spreco di energie e risorse personali non più
disponibili; ed ha anche soggiunto, appena il giorno successivo al rendez-vous
romano, in quella che è apparsa come un'intervista del direttore
del TG1 ma che è stata sostanzialmente una telefonata ad alcuni cari
amici, che le dichiarazioni rese da Cossiga e Berlusconi avevano il vago
sapore amaro del necrologio, al di là di tutte le buone intenzioni.
Nella stessa conversazione via cavo, Craxi ha espressamente denunciato il
complotto di cui i socialisti sono stati vittime e la sua condizione di
cittadino non ancora libero: la macchinazione ordita contro il partito più
colluso della storia italiana dell'ultimo cinquantennio deve essere dunque
monito per tutti coloro che credono di vivere in un paese libero. A modo
suo, l'ex Presidente del Consiglio ha detto la verità: la liquidazione
coatta dell'avventura socialista si innesta in una tattica di bonifica del
sistema politico nazionale che apre alla socialdemocrazia spinta di D'Alema
e dell'Ulivo, intrisa di common sense e neo-liberismo massimalista.
La società dei Buoni finalmente ha avuto il sopravvento, dal Partito
dei Sindaci in su.
Infine, il defilarsi improvviso del Venerabile Piduista va letto con un
occhio all'insieme delle procedure attivate di recente per coprire le strategie
successive a Tangentopoli, il nuovo grande corso della finanza da non raccontare.
E' probabile che in questo composito scenario di equilibri da mantenere
o da ristabilire le sorprese siano molte e tutte forse spiacevoli.
Come è noto, le democrazie capitaliste poggiano su basi che vanno
abbondantemente oltre le convenzioni della politica istituzionale. C'è
sempre bisogno di un Cossiga o di un Craxi per non dimenticare che il doppio
Stato va costruito sbandierando l'evidenza del rigore costituzionale, dell'opposizione
democratica, dei valori borghesi cuciti indistintamente addosso a Destra
e Sinistra, del dialogo con le Istituzioni e via dicendo, di facezia in
facezia, per ottimizzare la razionalità del controllo sulle coscienze.