dopo l'11 settembre |
Dall'11 settembre 2001 il comportamento dell'amministrazione Bush configura
una strategia imperialista sia in termini militari che economici benché
le forme del dominio politico siano mutate rispetto all'epoca del colonialismo,
così come sono mutate alcune forme "economiche" del dominio
capitalistico rispetto a quelle analizzate dai marxisti all'inizio del Ventesimo
secolo. [...]
Ciò che viene definito l'"unilateralismo" degli Stati Uniti,
vale a dire il diritto che essi si attribuiscono di intervenire dovunque
ritengano minacciati i loro interessi nazionali, sarebbe stato qualificato
in altri tempi come "imperialismo". Quanto agli obiettivi "economici",
essi presentano sotto molti aspetti le caratteristiche dell'imperialismo
analizzato da Hilferding, Bucharin, Lenin o Rosa Luxemburg.
Bisogna anche notare che se il termine "imperialismo" è
stato abbandonato a favore di quello di "impero" da alcuni studiosi
di origine marxista, è stato invece ripreso almeno due volte dopo
l'11 settembre sulla stampa inglese dagli ambienti finanziari. Il "Financial
Times", per esempio, ha insistito sulla necessità di tornare
a un "imperialismo benevolo" per mettere fine al disordine mondiale.
Un gigantesco aumento delle spese militari
Dopo l'11 settembre 2001, l'amministrazione Bush e il Congresso sono impegnati
a incrementare in misura eccezionale il budget militare. Nel 2001 esso ammontava
a 307 miliardi di dollari, nel 2002 è salito a 339 miliardi e nel
suo discorso sullo stato dell'Unione del febbraio 2002 Bush ha proposto
di portarlo nel 2003 a 379 miliardi, pari (in dollari costanti) a quello
del 1967, momento di massimo coinvolgimento nella guerra del Vietnam. Bush
ha anche proposto di raddoppiare le spese per la "sicurezza nazionale"
portandole a 37,7 miliardi di dollari nel 2003.
Si tratta quindi di un aumento delle spese militari del 26% tra il 2001
e il 2003 con l'obiettivo di arrivare a 451 miliardi di dollari nel 2007;
tra il 2002 e il 2007 dovrebbe essere investita a scopi militari la somma
gigantesca di 2.144 miliardi di dollari.
L'aumento deciso dopo il 11 settembre era in realtà già programmato:
durante la campagna per le presidenziali del 2000 gli "esperti"
del sistema militare-industriale valutavano in 50-100 miliardi di dollari
l'importo supplementare da spendere negli anni successivi: e così
è stato. Infine va ricordato che la tendenza ad aumentare il bilancio
militare è iniziata nel 1999 sotto l'amministrazione Clinton che
nel 1998, alcuni mesi prima dell'intervento della Nato contro la Serbia,
annunciava un aumento di 110 miliardi di dollari delle spese di armamenti
tra il 1999 e il 2003. Pur senza sottovalutare le differenze tra i due grandi
partiti statunitensi, non bisogna neppure credere che vi siano così
grandi diversità fra i loro programmi.
La supremazia militare USA
Altri dati possono ulteriormente chiarire la supremazia degli Stati Uniti.
Nel 1999 il loro bilancio militare costituiva il 37% di quello mondiale
(il 64% considerando anche quello degli alleati della Nato). Si tratta di
un bilancio sei volte più grande di quello della Russia, che nel
2000 era al secondo posto [1].
La supremazia degli Stati Uniti è ancora più evidente nel
campo della produzione bellica e in quello della ricerca e sviluppo (R&d),
che serve a mettere a punto e migliorare le tecnologie militari: le spese
di questo settore, che interessano essenzialmente cinque paesi al mondo,
sono sostenute per oltre due terzi dai soli Stati Uniti. Colpisce, al di
là dei dati statistici, come gli Usa abbiano concentrato i loro sforzi
degli ultimi vent'anni nello sviluppo di nuovi sistemi d'arma.
I responsabili del Pentagono, benché non intendano perdere la superiorità
nel campo delle armi nucleari (che si riservano di utilizzare anche in violazione
dei trattati internazionali, come ricorda un loro recente rapporto), hanno
elaborato un insieme considerevole di programmi intesi a trarre il massimo
vantaggio dalle tecnologie spaziali, dalla microelettronica, dalle tecnologie
informatiche e, con una vera e propria insistenza dopo l'11 settembre, dalle
potenzialità offerte dalle biotecnologie.
Due scopi delle guerre
Tutte le operazioni belliche dell'esercito Usa vanno quindi considerate
in questo contesto. La guerra in Afghanistan come le altre più importanti
condotte dagli Stati Uniti negli anni Novanta (Iraq, Serbia) sono servite
per testare e migliorare i sistemi d'arma studiati dalle imprese della Difesa
e hanno quindi rappresentato fondamentali occasioni d'innovazione tecnologica
per le industrie o i laboratori di ricerca statunitensi e d'innovazione
operativa per lo Stato Maggiore.
Non si deve trascurare questo ruolo delle guerre, data l'importanza degli
"effetti d'apprendistato" per mettere a punto nuove tecnologie
necessarie al fine di preparare le guerre successive. Ma esse hanno anche
un altro obiettivo, cioè quello di soddisfare i bisogni di un sistema
militare-industriale che si è ristrutturato in modo significativo
durante gli anni Novanta (e soprattutto tra il 1993 e il 1997).
Si sono avuti due processi strettamente complementari: da una parte il grado
di concentrazione industriale è arrivato a un livello prima mai raggiunto
grazie alla creazione di cinque grandi gruppi, che ricevono più del
40% degli ordini di equipaggiamento e di R&d del Pentagono; dall'altra
parte, come avviene negli altri settori industriali, hanno assunto un'influenza
decisiva nel controllo delle imprese belliche i fondi di investimento finanziario.
Le loro esigenze di vedere aumentare il "valore creato per l'azionista"
sono state soddisfatte grazie all'aumento dei bilanci militari dal 1999
e agli ulteriori incrementi decisi da G.W. Bush. Come affermava con malcelato
entusiasmo il "Financial Times" "potrebbe sembrare un po'
macabro cercare i beneficiari del conflitto in Kosovo; ma le Borse non sono
sentimentali" (12 aprile 1999).
Chi beneficia del riarmo
L'azione congiunta dei fondi di investimento finanziari, forme dominanti
del capitale finanziario contemporaneo, e dell'apparato militare-industriale
radicatosi ormai da cinquant'anni nell'economia, nella società e
nel sistema politico Usa, spiega dunque la nuova corsa al riarmo.
Il contesto del 2002 è però totalmente differente da quello
dei primi decenni del dopoguerra. Allora, secondo la maggior parte delle
analisi, comprese quelle d'orientamento marxista, la funzione del budget
militare, nel quadro delle cosiddette politiche macroeconomiche keynesiane,
era quello di "sostenere" l'economia statunitense e di fornirle
un "incentivo" con l'arrivo della recessione.
In realtà quelle analisi tendevano a cancellare o a sottovalutare
seriamente gli effetti parassitari, sempre più evidenti durante gli
anni Sessanta e Settanta. In ogni caso l'odierno aumento del budget militare
Usa non ha neanche questa pretesa "keynesiana". I suoi effetti
"benefici" ricadranno principalmente sui fornitori del Dipartimento
della Difesa e sui fondi di investimenti finanziari, che ne rappresentano
i principali azionisti. [...]
Dominare avversari e alleati
La decisione dell'amministrazione Bush di fare una guerra contro "l'asse
del male" dimostra che gli Stati Uniti si arrogano ormai il diritto
di intervento in qualunque parte del pianeta dove ritengano minacciati i
loro interessi. La lotta contro il terrorismo servirà come pretesto:
l'obiettivo è strettamente politico e consiste nell'usare la forza
e nel distruggere con la guerra gli avversari potenziali o reali.
Il sistema di difesa antimissile e le misure significative adottatate dopo
l'11 settembre non sono rivolti contro la Corea del Nord e gli altri "Stati
canaglia", per usare la terminologia statunitense, ma contro la Cina,
che gli Stati Uniti non sono disposti a veder emergere nei prossimi decenni
come potenza capitalista anche solo regionale.
Al tempo stesso "l'accerchiamento" della Russia a ovest, avviato
con l'allargamento della Nato a Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, continua
attraverso l'adesione di nuovi paesi (Repubbliche baltiche, Ucraina?) mentre
prosegue dopo l'11 settembre anche a Est e a Sud, nel Caucaso, avendo come
ultima (per il momento) espressione il dislocamento di militari Usa in Georgia.
Le decisioni adottate dopo l'11 settembre portano a rendere sempre più
squilibrati anche i rapporti di forza con i paesi alleati agli Stati Uniti
nella Nato (Europa) o vincolati da altri trattati (Giappone). [...] Con
gli alleati l'amministrazione Bush tende dunque a un effetto dimostrativo:
si tratta di ricordare, ad esempio, ai governi europei il loro peso politico
reale (cioè insignificante) negli "affari mondiali".
Ovviamente, l'amministrazione Bush sfrutta questi rapporti di forza per
rafforzare le posizioni del capitale statunitense. E si accentua la dipendenza
dall'amministrazione statunitense delle stesse organizzazioni internazionali
come il Fmi, la Banca Mondiale e il Wto.
Limitare gli effetti del "caso" argentino
L'offensiva dell'amministrazione Bush avviene nello stesso momento del crollo
dell'Argentina.
Il legame tra l'accresciuto coinvolgimento militare statunitense e la crisi
argentina non è casuale: la mobilitazione del popolo argentino, l'esigenza
di cancellare il debito estero già pagato varie volte e da cui traggono
profitto i grandi gruppi finanziari dei paesi sviluppati e le "élites"
nazionali, rappresentano una minaccia molto grave per i dirigenti e per
il capitale finanziario statunitensi.
L'amministrazione Usa ha capito di dover agire molto rapidamente e con forza
affinché quanto sta accadendo in Argentina non si estenda a tutto
il continente sudamericano. Ha dunque inviato una lettera al governo Duhalde
ordinandogli di presentare un piano "credibile e sostenibile"
di rimborso del debito ("Financial Times", 29/01/02): nel linguaggio
diplomatico questo significa "dovete continuare a pagare il servizio
del debito a qualunque costo, quali che siano le conseguenze per il popolo
argentino". Una settimana dopo aver ricevuto questa lettera il ministro
argentino delle Finanze è andato a Washington per "assicurare
che il suo governo non avrebbe dirottato il paese dalla linea della liberalizzazione
dei mercati" ("Financial Time" 29/01/02).
I membri del gabinetto presidenziale, il segretario di Stato, il rappresentante
per il commercio, Zoellick.... e la Consigliera alla sicurezza nazionale,
C. Rice, che occupa un ruolo essenziale nel ridefinire gli obiettivi di
sicurezza nazionale dell'amministrazione repubblicana, hanno partecipato
a questa discussione con il Ministro delle finanze argentino.
Difendere la globalizzazione
C. Rice è anche stata una dei redattori di un importante rapporto
pubblicato alcuni mesi prima delle elezioni presidenziali nell'ambito di
una "Commissione sugli interessi di sicurezza nazionale degli Stati
Uniti". Gli autori di questo rapporto rammentavano che fra gli obiettivi
della sicurezza nazionale che coinvolgono gli "interessi vitali del
paese" e per i quali un intervento armato sarebbe stato necessario
si doveva includere la difesa della globalizzazione, cioè "il
mantenimento della stabilità e della vitalità dei sistemi
globali che sono le reti commerciali, finanziarie, dell'energia e dell'ambiente".
Quando si parla di "sistemi globali di energia" si pensa evidentemente
al petrolio. Gli Stati Uniti hanno una lunga tradizione di intervento militare
diretto e indiretto (sostegno ad eserciti nazionali) ogni volta che i loro
interessi petroliferi erano minacciati. L'odore del petrolio era forte nella
guerra contro l'Iraq, come in quella contro la Serbia, ed è forte
in quella contro l'Afghanistan. D'altronde, come scriveva il francese "Les
Echos" del 18 ottobre 2001, "i petrolieri aspettano con interesse
(sic!) la fine del conflitto afgano". Tre mesi dopo, il "New York
Times" del 9 gennaio 2002 titolava che "gli Stati Uniti installano
basi militari in Afganistan e nei paesi vicini nel quadro di un impegno
a lungo termine". Tutto sta a confermare l'analisi di Z. Brzezinski,
secondo cui l'Asia Centrale e il Caucaso costituiscono delle pedine fondamentali
sul "Grande scacchiere" statunitense del XX secolo.
Proteggere il capitale finanziario
I sistemi globali d'energia, primo tra tutti il petrolio, non sono gli unici
interessi vitali. La protezione dei sistemi finanziari globali - cioè
la sicurezza del capitale finanziario - è un altro obiettivo essenziale
per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti. È dunque indispensabile
ricordare che il rifiuto di un governo di continuare a pagare gli interessi
di un debito pubblico, che costituisce una vera rendita perpetua da garantire
al capitale finanziario, sarebbe considerato una minaccia vitale contro
i fondi di investimento Usa. Nel contesto dell'egemonia statunitense e dell'utilizzo
degli attentati dell'11 settembre, è probabile che non ci si limiterebbe
a rappresaglie di tipo economico. L'intervento diretto delle forze armate
Usa col pretesto dell'esistenza di gruppi terroristi, il sostegno alle forze
armate nazionali di questi paesi, o a dei gruppi paramilitari creati dagli
apparati statali: ecco alcune piste già esplorate dall'amministrazione
Bush nel caso si profilino rischi seri per il capitale finanziario statunitense.
L'impero ha sostituito l'imperialismo?
Gli attentati dell'11 settembre e il modo con cui l'amministrazione Bush
ha ridispiegato l'apparato militare riaffermando al tempo stesso gli obiettivi
di dominio del capitale Usa costituiscono una pesante smentita alle tesi
sulla fine della "sovranità degli Stati in favore di una macchina
di guerra - quella del capitalismo mondiale" come l'ha definita Toni
Negri in una intervista apparsa su "Le Monde" del 4 ottobre 2001
e che riecheggia le tesi del suo libro L'impero, scritto con Michael Hardt
[2].
"L'impero" sostituirebbe l'imperialismo, analizzato da Lenin e
Rosa Luxemburg. Una delle maggiore differenze tra i due periodi storici
sarebbe proprio lo spostamento della sovranità degli Stati-nazione
a vantaggio di un apparato di governo decentralizzato e scollegato dal territorio.
"L'imperialismo è finito. Nessuna nazione sarà un laeder
mondiale come lo furono le nazioni moderne" (p. 15 ed. it.). È
quindi inutile cercare un centro dominante neanche negli Stati Uniti: "Né
gli Stati Uniti, né alcuno stato-nazione costituiscono attualmente
il centro di un progetto imperialista" (p. 15, ed. it.).
Smentendo queste affermazioni, il comportamento dell'amministrazione Usa
dopo l'11 settembre ci ricorda che il capitale non può, per mantenere
il proprio dominio, fare a meno di un apparato politico le cui istituzioni
(giudiziarie, militari...) si sono costituite, rafforzate e perfezionate
nell'ambito degli stati dei paesi capitalisti dominanti.
Il "capitalismo mondiale" di Negri non esiste
Ecco perché il "capitalismo mondiale", nel senso in cui
lo intende Negri nell'intervista citata, non esiste. Esiste una tendenza
del capitale, in quanto rapporto sociale, a trascendere le frontiere nazionali
e qualsiasi altra barriera (ad esempio le forme di organizzazione socio-politica).
Ma la sua estensione mondiale ha preso e continua a prendere una fisionomia
indissolubilmente legata ai rapporti di forza inter-statali.
Vista in una dinamica storica di lungo periodo, la nuova tappa del movimento
di internazionalizzazione del capitale iniziata dopo la Seconda guerra mondiale
non può essere dissociata dalla definitiva supremazia acquisita dall'imperialismo
Usa sui suoi rivali europei e giapponesi.
Negri e Hardt hanno ragione a sottolineare la tendenza del capitale a scavalcare
qualsiasi barriera territoriale, spaziale o sociale, che si oppone alla
sua espansione. Già nel 1848 Marx e Engels sottolineano nel Manifesto
del Partito Comunista che "con lo sfruttamento del mercato mondiale
la borghesia ha dato un carattere cosmopolita alla produzione e al consumo
di tutti i paesi ". Ma a più riprese Marx sottolineava il carattere
contraddittorio di questo "processo di universalizzazione" (termine
più esatto che non quello di "mondializzazione"). Così,
"il capitale vive qualsiasi limite come un ostacolo e idealmente lo
supera ma senza riuscire a superarlo in realtà... L'universalità
cui tende trova inesorabilmente nella sua propria natura di capitale dei
limiti che, giunti a un certo stadio di sviluppo, mostrano come l'ostacolo
più grande a tale tendenza sia il capitale stesso e spingono verso
la sua abolizione" [3].
Lo Stato come braccio armato...
La nuova tappa dello sviluppo capitalistico che inizia negli anni Ottanta,
ma che si dispiega pienamente dal 1989-1991 con la caduta del muro di Berlino
e la fine dell'Urss, mostra il nuovo acutizzarsi della contraddizione tra
la tendenza del capitale a creare un mercato mondiale - sarebbe meglio di
dire "a universalizzare il proprio dominio" - e gli ostacoli che
le si frappongono.
Negri e Hardt scrivono che "al momento della Prima guerra mondiale,
numerosi osservatori e soprattutto i teorici marxisti dell'imperialismo,
pensavano che la fine era segnata e che il capitale stava affondando...
Tuttavia, mentre scriviamo questo libro alla fine del 20deg. secolo, il
capitalismo va miracolosamente bene e la sua accumulazione è più
vigorosa che mai" (p. 331, ed. fr.). Questa affermazione è molto
contestabile a meno di non lasciarsi ingannare dai miraggi della "rivoluzione
informatica" e della "nuova economia". In realtà,
il caos economico e la tragedia sociale provocati dalla mondializzazione
capitalistica esigono, ancor più che in passato, un sistema militare
e di sicurezza che si incarichi di far rispettare l'ordine della proprietà
privata, cioè le norme di diritto che il capitale mira a "mondializzare"
per soddisfare le proprie esigenze [4].
[...]
... per la difesa degli interessi "nazionali"
Gli attentati dell'11 settembre 2001 non permettono in alcun modo di affermare
la fine delle "frontiere", poiché essi sono stati preparati
sul territorio degli Stati Uniti, forse anche con complicità attive
o tacite in seno alle stesse istituzioni statali statunitensi, da persone
perfettamente in regola dal punto di vista del diritto Usa e che hanno utilizzato
le reti finanziarie situate negli Stati Uniti.
Questi attentati non hanno in nessun modo indebolito il dominio dello stato
né all'interno né all'esterno del proprio territorio; hanno
invece facilitato una campagna mediatica orientata a rafforzare i sentimenti
pro-imperialistici e nazionalisti della popolazione e hanno permesso all'Amministrazione
e al Congresso di ampliare e di rafforzare la presenza delle forze militari
Usa in tutto il pianeta.
Mai dopo la Seconda guerra mondiale tale presenza era stata cosi rilevante;
e l'influenza militare mondiale della potenza "nazionale" degli
Stati Uniti è più forte di quanto lo sia stata da decenni.
Questa influenza serve non solo per imporre le esigenze del capitale finanziario
ai popoli e alle classi del Terzo mondo, ma anche per imporre gli interessi
del capitale nazionale statunitense ai capitalismi rivali (esiste ovviamente
più di una mera coincidenza tra le commemorazioni dei 6 mesi dall'attentato
e le misure di protezione delle industrie siderurgiche adottate dagli Usa
e annunciate proprio l'11 marzo 2002).
La "nazione indispensabile" e i suoi alleati
M. Albright dichiarò alcuni mesi prima dell'intervento della Nato
in Serbia, che gli Stati Uniti avevano ormai assunto un ruolo di "nazione
indispensabile". Una dichiarazione arrogante ma che rispecchia una
realtà indiscutibile. [...] Gli Stati Uniti si trovano in una situazione
di predominio mondiale mai conosciuto nella storia degli ultimi due secoli.
Essa è il risultato di un processo iniziato con il crollo degli imperialismi
europei durante la Prima guerra mondiale e analizzato da Trotsky, che si
è rafforzato durante la Seconda guerra mondiale e nei decenni successivi.
È un fatto che in questo inizio secolo, l'egemonia degli Stati Uniti
porta a un diverso configurarsi, rispetto all'inizio del Ventesimo secolo,
dei rapporti di forza tra le grandi potenze capitaliste e le classi dominanti.
Secondo i teorici dell'imperialismo (Hilferding, Bukharin, Lenin) nella
fase in cui domina il capitale finanziario tale dominio si "fonde"
a un livello più o meno elevato con l'apparato del "suo"
stato nazionale. L'espressione di "stato rentier" utilizzata
da Lenin e ripresa in tutta la letteratura economica dell'epoca, esprime
perfettamente questa idea di spazi nazionali e di classi unificate intorno
al loro Stato, che non possono che dilaniarsi nelle guerre.
Questa espressione conserva tutto il suo valore: tuttavia non deve nascondere
né le nuove forme assunte dal capitale finanziario e dalle relazioni
delle sue organizzazioni con i rispettivi stati nazionali, né i nuovi
rapporti esistenti tra gli stati capitalisti dominanti. Ciò non significa
affatto identificare la situazione attuale con quella del "superimperialismo"
ipotizzato da Kautsky, né ritenere che si stia formando un "monoimperialismo",
per adattare la congettura di Kautsky alla situazione attuale. La posizione
egemone assunta dagli Stati Uniti non significa che essi sfruttino sistematicamente
i capitalismi europei e giapponesi appropriandosi, grazie allo sfruttamento,
del valore prodotto in questi paesi né che il capitalismo Usa abbia
"colonizzato" i suoi partner europei e giapponesi nel modo in
cui gli imperialismi di inizio Novecento si sono impadroniti dei vari territori
del pianeta.
Contraddizioni inter-statali ed egemonia USA
La mondializzazione capitalistica non ha risolto nessuna delle contraddizioni
che hanno precipitato le economie capitaliste nella crisi a partire degli
anni Settanta: essa costituiva un tentativo di risposta a tali contraddizioni,
ma in realtà le ha intensificate.
La concorrenza tra i gruppi industriali e commerciali dei capitalismi dominanti
per il mantenimento delle loro quote di mercato e per l'appropriazione del
valore prodotto dai lavoratori cresce in un contesto di debole accumulazione.
Le rivalità si intensificano anche tra le organizzazioni del capitale
finanziario per conservare, e se possibile accrescere, i prelievi sulle
risorse di bilancio dei paesi "emergenti" a titolo di pagamento
del debito. Tuttavia, benché la concorrenza inter-imperialistica
non sia diminuita, essa resta in ogni caso circoscritta data l'egemonia
statunitense.
Parlare di egemonia non significa d'altra parte ignorare o sottovalutare
i fattori di fragilità economica degli Stati Uniti, ben maggiori
di quanto i cantori della "nuova economia" vogliano far credere.
Gli Stati Uniti sono fortemente dipendenti dall'approvvigionamento di petrolio
e di altre risorse strategiche assicurate dalle loro multinazionali e ciò
comporta un crescente coinvolgimento militare a livello mondiale. La vitalità
dell'innovazione tecnologica e quella di campi importanti della ricerca
universitaria (ad esempio le scienze ingegneristiche) si basa su un "drenaggio
dei cervelli" che, come il finanziamento dei suoi deficit, rappresenta
il contributo del "resto del mondo" alla crescita Usa.
Il blocco transatalantico e la NATO
Questa situazione, risultante dal combinarsi di sempre più acute
rivalità inter-imperialistiche con l'egemonia statunitense, porta
alla creazione di ciò che altra volta ho definito "un blocco
di stati transatlantici". La struttura portante di questo blocco è
costituita dagli Stati Uniti, cui si aggregano gli stati europei, il Giappone
e altri paesi legati militarmente agli Usa (Nuova Zelanda e Australia in
particolare). Bisogna aggiungervi le organizzazioni internazionali a carattere
economico (Fmi, Banca mondiale, Wto, Ocse) o militare (Nato).
Contrariamente a quanto è stato detto dopo l'11 settembre, la Nato
non è diventata obsoleta: per la prima volta dalla sua creazione
ha invocato l'articolo 5 del trattato, in base al quale un attacco contro
un paese membro deve ritenersi un attacco contro tutti i membri. Il fatto
che gli Stati Uniti abbiano poi condotto la guerra in Afghanistan essenzialmente
da soli non sminuisce in nessun modo il significato politico della decisione
presa dalla Nato nel settembre 2001.
Tale decisione ha supportato l'offensiva condotta dalla Commissione europea
con la pubblicazione di un rapporto mirante a definire le azioni qualificate
come "terrorismo": la nuova legislazione include così fra
gli atti terroristici "l'occupazione illegale o il danneggiamento di
attrezzature pubbliche, di mezzi di trasporto pubblici, di infrastrutture,
di luoghi pubblici, della proprietà" e ancora "disturbare
o interrompere la fornitura di acqua, di elettricità, dell'aria o
di qualsiasi altro bene essenziale di prima necessità"; anche
"gli atti di violenza urbana" saranno considerati come terroristici
e puniti come tali.
La criminalizzazione della resistanza sociale
La criminalizzazione e l'impiego delle forze militari e di sicurezza contro
le azioni collettive di resistenza dei lavoratori e dei disoccupati rientrano
nella preparazione delle "guerre urbane", cioè di guerre
contro le popolazioni civili cui gli esperti militari Usa assegnano sempre
maggior importanza (soprattutto in America latina).
Per combatterle gli Stati Uniti hanno bisogno di alleati, a partire dall'Europa,
di cui devono assicurarsi la solidarietà nella difesa degli "stessi
valori occidentali" e la disponibilità a finire il lavoro sul
terreno (in nome degli "aiuti umanitari" se necessario). La costituzione
di una difesa europea è naturalmente concepita nel quadro dell'assoggettamento
alla Nato, il che spiega le forti pressioni Usa affinché anche i
paesi dell'Ue aumentino a loro volta le spese militari e per la sicurezza.
Gli Stati Uniti non hanno nulla da perdere da un crescente coinvolgmento
militare dell'Ue ma anzi tutto da guadagnare tanto sul piano economico (controllano
la maggiore parte delle industrie militari) quanto su quello politico (i
dirigenti dei paesi dell'Ue non sono pronti a nessuna "scappatella"
verso gli Stati Uniti). Il militarismo degli Stati Uniti potrebbe trascinare
l'Europa nella sua scia. Su questo continente, la lotta contro il terrorismo,
spesso organizzato nel recente passato dagli stessi apparati statali (come
in Italia), potrebbe costituire il pretesto per "criminalizzare"
la resistenza dei lavoratori, dei disoccupati ed di tutte le altre vittime
dei piani del capitale.