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Verso le 35 o verso le 45 ore? |
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Parte prima.
Tendenze europee e americane nell'organizzazione del tempo di lavoro.
La società attuale è malata di disoccupazione, dicono molti.
Ed è lapalissiano. La stessa Organizzazione internazionale del lavoro
stima ormai in un miliardo, su scala mondiale, la massa sterminata dei disoccupati
e dei sottoccupati. Pochi, però, vedono che la società malata
di disoccupazione è contemporaneamente malata di super-lavoro. E
pochissimi mettono in evidenza che nella società di mercato capitalistica
le due malattie si alimentano a vicenda, accanendosi sulla medesima parte
del "corpo sociale": la classe lavoratrice (o le classi lavoratrici).
E' questo, invece, il mio tema: lo sfruttamento intensivo ed estensivo del
salariato, vecchio tema di straordinaria attualità.
In Occidente, da almeno venticinque anni, il tempo di lavoro medio dei salariati
si sta facendo sempre più pesante ed invadente, sempre più
intenso, veloce, variabile e lungo. Tanto nell'industria e in agricoltura,
quanto negli altri rami dell'organizzazione sociale; ed in un modo tutto
particolare proprio in quel mondo dei "servizi" raffigurato a
destra e a manca come l'Eldorado post-moderno del lavoro leggero, pulito,
relativamente breve, gratificante.
Una simile tesi può apparire sorprendente, specie nell'anno in cui
entra in vigore in Francia la legge sulle 35 ore. Passi per l'intensificazione
e la velocizzazione, si dirà; ma che addirittura il tempo di lavoro
torni ad allungarsi, è una totale stravaganza che può derivare
solo da pregiudizi ideologici estranei ai processi reali. Non è affatto
così. Io sono pervenuto a questa conclusione esclusivamente sulla
base di uno scrupoloso esame critico dei fatti, che ho esposto nel volume
Tempi moderni, orari antichi (1).
E chiedo al lettore non prevenuto di verificarlo seguendomi con pazienza.
Il cammino da compiere, lo premetto, è difficoltoso. Innanzitutto
perché le fonti ed i metodi di indagine ufficiali sono quasi sempre
inattendibili, lasciando fuori dal proprio campo di osservazione una incredibile
quantità di tempo di lavoro erogato, dietro compenso e non, dalla
comune umanità lavoratrice. Sicché è bene tenere presente
dall'inizio alla fine di questa lettura che "gli uomini e le donne
lavorano molto di più di quanto non facciano pensare le valutazioni
statistiche convenzionali" (2).
Questa avvertenza viene non a caso da chi, studiando il lavoro delle donne,
si trova davanti alla macroscopica distorsione che fa scomparire dalle statistiche
ufficiali, occultandolo, il lavoro quotidianamente svolto dalle donne entro
le mura domestiche. Né le falsificazioni contenute in tali statistiche,
e da esse socializzate, si fermano qui. Alla loro pigrizia, ai loro - questi
sì - ideologici criteri di comodo sfugge anche l'area in grande espansione
del lavoro sommerso non domestico (3),
del lavoro precario, e la quantità non irrilevante di tempo che,
in un'epoca di toyotismo generalizzato, i salariati concedono "volontariamente"
alle imprese per provare ad esse la propria fedeltà. Ho fatto perciò
un uso limitato e di necessità critico dei dati ufficiali, pur sapendo
di potere solo in parte sostituirli con altri capaci di riflettere in pieno
il reale stato delle cose.
Ma gli intralci ad un'analisi veritiera dei tempi di lavoro non si limitano
alla sfera della statistica. Un secondo genere di difficoltà deriva
dall'ottica con cui abitualmente si considera il tempo di lavoro. Essa è,
di norma, angustamente nazionale, empirica, appiattita sul presente, e permeata
dalla convinzione che in modo più o meno automatico il progresso
tecnico ha tagliato nel passato e taglierà in futuro l'orario di
lavoro. La mia ottica è differente. Ho preso a costante punto di
riferimento il contesto internazionale ed i fortissimi condizionamenti che
esso impone a tutti gli ambiti nazionali. Ho adoperato sistematicamente
il metodo storico-comparativo, il solo in grado di dare conto in modo unitario
di processi sociali che hanno radici, e conseguenze, profonde e lontane.
Infine, mi sono tenuto lontano da ogni forma di trionfalismo tecnologico
poiché la tecnica, che oggi - mistificando - si presenta come la
signora assoluta della vita sociale, non è slegata dai rapporti sociali
né sovraordinata ad essi; è semplicemente una potenzialità
che può essere usata, anche rispetto al tempo di lavoro, per fini
sociali opposti da forze sociali opposte.
L'indagine sugli orari di lavoro effettivi è complicata anche
perché esistono nel mondo, e specificamente in Occidente, la sezione
del mondo di cui più da vicino ci occuperemo, situazioni e tendenze
contraddittorie. Sicché si è inevitabilmente chiamati ad accertare
senza arbitrarietà qual è la regola in questa materia e quale
l'eccezione, quali spinte giocano a favore del consolidamento della regola,
quali contro, ed infine quale nesso c'è tra la regola e le eccezioni.
L'intera questione si può schematizzare nei seguenti termini: in
fatto di orari di lavoro chi rappresenta al meglio le tendenze di fondo
del capitalismo mondializzato, gli Stati Uniti (come ieri il Giappone) o
la Francia? A mio avviso la tendenza che sta progressivamente prevalendo
è quella "americana", all'appesantimento e all'allungamento
del tempo medio di lavoro. Per la gran parte degli studiosi europei, invece,
specie se di lingua francese, la risposta scontata è l'altra.
Ho davanti agli occhi un numero speciale di "Croissance", dedicato
alle "mille et une façons d'accomoder le temps", che bene
esprime un certo modo di pensare. Esso contiene tra l'altro un articolo
dal titolo molto esplicito: "Les Américains sont des workaholics
fatigués", che con rapidi ed efficaci tratti richiama alla mente
il poco allegro record statunitense in fatto di orari di lavoro. Al 1997
un salariato statunitense di sesso maschile, si dice, è tenuto a
passare settimanalmente sul luogo di lavoro circa 50 ore, e un 10% oltrepassa
abitualmente perfino le 60. Le donne se la cavano con 44 ore, salvo il congruo
supplemento di lavoro domestico, considerando il quale si arriva a 65-80
ore di lavoro settimanali, poco meno di 10 o poco più di 11 ore di
lavoro effettivo al giorno. Le vacanze? Non più di due settimane
l'anno. E se poi si vuole far bella figura con i superiori, con l'impresa,
bisogna dedicarle ore supplementari di lavoro col sorriso sulle labbra e,
se necessita, donarle anche gli agognati weekend. E' così che la
"notion de temps totalement libre, temps pour soi, que l'on peut consacrer
à la lecture, à la musique, à la famille, aux amis
ou même aux farnientes est un luxe auquel n'ont accès que peu
de Nord-Américains" (4).
Dunque, gli americani sono ammalati di lavoro-dipendenza. Lo sono fino al
punto di subire danni devastanti al proprio "équilibre mental"
e alle proprie relazioni personali. Ma da dove viene questo morbo? Quali
cause lo hanno generato? Ha un carattere transitorio oppure no? Che ruolo
ha giocato e gioca nel forte recupero di concorrenzialità dell'economia
statunitense? Quali effetti ha avuto e avrà nel resto dell'Occidente
e nel mondo intero? E le condizioni che hanno determinato un allungamento
degli orari negli Stati Uniti sono assenti in Europa, o stanno rapidamente
formandosi anche qui?
Su tutto ciò è silenzio. Lo rilevo non per cogliere in castagna
una giornalista superficiale, ma per additare un modo superficiale di confrontarsi
con questo problema che il giornalismo non crea autonomamente, ma assorbe
dalla "scienza sociale". Ed in particolare da una sociologia che,
in evidente stato di allucinazione, è convinta che "siamo già
entrati in una società in cui il tempo libero è superiore
al tempo di lavoro" (5),
e lascia intendere che prima o poi gli Stati Uniti cambieranno sicuramente
"idea", illuminati dal faro di civiltà-Europa. "Les
35 heures aux Etats-Unis? Ce n'est pas pour demain mais l'idée pourrait
faire son chemin: les Américains veulent du temps libre", ci
si assicura. Che avere più tempo per sé sia il nuovo sogno
americano, non si fa fatica a crederlo. Il punto, però, è
un altro: perché nel paese che è la locomotiva e il
modello del nostro (disgraziato) presente, l'orario di lavoro per i salariati
e più ancora per le salariate, per l'intera classe lavoratrice si
sta appesantendo e allungando? Perché lì l'esperienza
del working longer for less (6)
coinvolge ormai, pur se controvoglia, la maggioranza del proletariato proprio
nel bel mezzo di una nuova rivoluzione tecnica? Per una risposta di fondo,
storico-teorica a questo quesito, debbo rinviare il lettore alla II parte
del libro; mi limito ora ad una risposta di tipo descrittivo che consenta
un raffronto non impressionistico tra la situazione statunitense e quella
europea.
Ebbene, alla base della lavoro-dipendenza statunitense c'è in primo
luogo la strisciante riduzione del potere d'acquisto dei salari che va avanti
da un ventennio. Ed è un fenomeno di tale portata da far parlare
di crisi generale dei salari e da far definire oggi la forza-lavoro statunitense,
che appena un quarto di secolo fa era di gran lunga la meglio pagata del
mondo, una forza-lavoro a basso costo (7).
Il deterioramento dei salari ha coinvolto l'80% degli occupati di sesso
maschile ed il 60% delle donne, e contrariamente all'opinione corrente non
è rimasto circoscritto ai meno istruiti. Se la rude pressione delle
imprese statunitensi a strappare ai propri dipendenti ore su ore di lavoro
straordinario (cioè: di vita ordinaria) non ha incontrato in loro
la più ostinata opposizione, è stato ed è proprio per
effetto della discesa dei salari medi di mercato, e dello stesso salario
minimo legale che solo nell'ultimo biennio ha conosciuto una lievissima
ripresa. Una discesa a cui ha contribuito non poco il livello tutt'altro
che esaltante, quanto a paga e stabilità del lavoro, dei tanto esaltati
milioni di "nuovi lavori" creati nell'ambito dei servizi, il cui
emblema è e rimane il precario ed ultra-flessibile Mc-job (8).
I bassi salari non sono l'unica causa degli alti orari, s'intende. Nello
stesso senso hanno agito anche altri fattori tra loro fortemente interagenti.
Il clima d'insicurezza sociale prodotto dall'interminata sequenza dei licenziamenti
di massa tra i lavoratori "garantiti" inaugurata nel 1981 dal
reaganismo, e proseguita sotto le amministrazioni Clinton con le ristrutturazioni
in serie delle corporations (9).
La continua erosione dei benefits aziendali e del grado e raggio
di copertura sanitaria e pensionistica assicurati dallo stato. La fortissima
ripresa dell'immigrazione dall'America latina e dall'Asia che mette a disposizione
del capitalismo statunitense una gran quantità di forza-lavoro disposta,
per stato di necessità, ad accettare condizioni di lavoro e di orario
più pesanti del "normale". Il crescente trasferimento nel
Terzo Mondo di produzioni mature o di singoli segmenti di produzione d'avanguardia,
e il ricatto che vi si accompagna di procedere a ulteriori trasferimenti.
Il declino da lungo tempo della sindacalizzazione dei lavoratori statunitensi,
crollata sia per il fallimento strategico della politica delle burocrazie
sindacali dell'AFL-CIO (fallimento dal punto di vista degli interessi permanenti
dei lavoratori), sia per le specifiche politiche schiaccia-sindacati messe
in atto da repubblicani e democratici (10).
Chiediamoci ora se queste condizioni che favoriscono l'appesantimento e
l'allungamento del tempo di lavoro negli Stati Uniti non riguardino progressivamente
anche l'Europa. L'Europa tutt'intera. A me appare evidente di sì.
Quel che si può osservare è, al più, un certo décalage
che si spiega con il fatto che l'Europa molto ha recuperato in competitività
sugli Stati Uniti dal 1945 al 1975, dato che con il passar del tempo il
monopolio danneggia chi lo detiene, mentre almeno per un certo tratto la
rovìna da sconfitta bellica avvantaggia gli sconfitti. E che si spiega,
anche, con la maggiore combattività ed organizzazione (finora) del
proletariato europeo, capace di opporre al corso mondialmente dispiegato
del neo-liberismo una resistenza un po' meno disordinata e fragile di quella
del proletariato statunitense. Però, a meno di foderarsi gli occhi
col prosciutto, la "legge dei lupi" (11)
più che mai imperante nel capitalismo mondializzato sta via via imponendosi
anche nella "diversa" Europa, Francia compresa.
A moderare prima, e a far descrescere poi, il livello medio dei salari hanno
contribuito in progressione i violenti attacchi del thatcherismo, le politiche
dei "sacrifici necessari" (necessari a rigonfiare i profitti e
le rendite, finanziarie e non) imposte ed auto-imposte dai maggiori sindacati
europei, ed infine, con sempre crescente rigore, le politiche anti-inflazionistiche
delle banche centrali europee e ora della Banca centrale europea, il cui
bersaglio sociale è, come ha affermato J. Halevi, il salario operaio
(12). Laddove non hanno potuto arrivare
d'un colpo le Thatcher, gli Chirac, i Berlusconi, i Kohl, ci stanno arrivando
con più gradualità ma non minore danno (anzi!) per l'autonomia
e l'unità della classe lavoratrice, i Blair, i D'Alema, gli Schroeder,
i Jospin, sotto la regìa, appunto, dei grandi banchieri. L'Europa
crea meno posti di lavoro degli Stati Uniti, è vero; ma li segue
in tutto e per tutto nella precarizzazione dei rapporti di lavoro, sì
che da due terzi a tre quarti dei nuovi posti di lavoro sono senza le "vecchie"
tutele. Il che, lo sanno anche i neonati, indebolisce quanti di esse ancora
beneficiano dinanzi alle pressioni per nuove peggiori condizioni di salario
e di orario. Del resto, anche in Europa, anche in Francia (13),
crescono gli working poor, o no?
Non bastasse poi il processo generale mondiale di globalizzazione della
povertà ad offrire ai capitalisti europei appetitose opportunità
di decentramento produttivo un po' dovunque nel mondo, è arrivata
la manna dell''89. Con il tracollo dei regimi del cosiddetto "socialismo
reale" si è aperta, nel patìo dell'Europa, una immensa
area per la costruzione di un sistema europeo di migliaia e migliaia di
maquiladoras a salari e orari terzomondiali. Polonia, Slovenia, Croazia,
Romania, Cechia, Slovacchia, Albania, Bulgaria, Ucraina... E, a coronamento
di quel tracollo semi-spontaneo, metodicamente organizzata e condotta in
condominio da Stati Uniti ed Europa, la guerra in Jugoslavia ed alla Jugoslavia.
In dieci anni, per restare al nostro tema, sono stati spazzati via milioni
di posti di lavoro, le 8 ore ed i relativi moderatissimi ritmi di lavoro.
Non chiedete lumi, in proposito, alle statistiche ufficiali che non registrano
mai nulla o quasi nulla in tempo reale, specie per quello che riguarda il
tormento di lavoro imposto alla classe operaia. Ma che le 10-12, e più,
ore di lavoro giornaliero stiano dilagando in tutta l'area est-europea è
di dominio comune. E stolto, ad essere indulgenti, è chi s'illude
e illude che questa potente onda anti-operaia non investirà, non
abbia già investito, le condizioni di lavoro e di vita dei salariati
europei, a cominciare dai salari e dal tempo di lavoro. In modo indiretto
oppure anche in modo diretto, tramite un nuovo, forte sviluppo dei flussi
immigratori.
Ci sono dunque tutte le condizioni, salvo - in parte - una: la completa
disorganizzazione del movimento proletario, perché l'Europa segua
l'America anche per quel che riguarda l'appesantimento e l'allungamento
degli orari di lavoro e la lavoro-dipendenza. Il workaholism non
è una malattia genetica né dei giapponesi, né dei nord-americani;
è solo uno dei portati patologici ("di ogni clima") dell'economia
di mercato capitalistica, mai sazia di profitti, assatanata com'è
di tempo di lavoro non pagato da arraffare.
Si guardi anche alla "tranquilla" Svizzera, e si troverà
la stessa frenesia. Infatti, se le statistiche ufficiali vi registrano un
orario di lavoro pressappoco stabile (l'orario legale settimanale di riferimento
è ancora quello fissato nel 1964, 46 ore), invece tutto il contesto
delle condizioni di lavoro e del mercato del lavoro sta mutando profondamente.
La prestazione lavorativa sta facendosi sempre più intensa e flessibile;
le assenze dal lavoro sono in netta diminuzione; si sta diffondendo la responsabilizzazione
e la reperibilità del salariato anche al di fuori dell'orario di
lavoro; il rapporto di lavoro è sempre più all'insegna della
precarietà; c'è una progressiva de-regolamentazione del tempo
di lavoro; la quota di lavoro straordinario remunerata si riduce; si sta
allungando, per contro, l'orario di apertura dei negozi e dei servizi; ogni
piccola riduzione degli orari viene pagata con concessioni che di fatto
la annullano; si stanno pericolosamente aziendalizzando i contratti di lavoro,
e così via (14). Il risultato
è un deja vu: la condizione di lavoro ed il tempo di lavoro si stanno
appesantendo, e quest'ultimo -nei fatti- si sta facendo sempre più
variabile, "disorganizzato", e lungo. Tale è, secondo P.
Sergi, anche la precezione dei lavoratori:
"Il y a une hypersensibilité à la désorganisation
des heures de travail chez les ouvriers. L'échange du type concession
sur le salaire contre de la flexibilité serait tout à fait
mal reçu, à juste titre.Ce d'autant plus que l'organisation
du travail, sur la journée, implique un calcul du travail effectif
-le temps où les travailleurs sont disponibles pour le patron- le
plus souvent frauduleux: temps de transport pour se rendre sur le chantier,
pauses, temps pour s'habiller, tous `ces temps' ne sont pas inclus dans
le travail effectif. L'impression existe chez les travailleurs que depuis
7 heures du matin à 6 heures du soir, il sont toujours en activité"
(15). Così in un paese che
è tuttora tra i fiori all'occhiello dell'Europa.
Mi preme aggiungere che l'intensificazione, la variabilità e l'allungamento
degli orari di lavoro verificatisi in modo non omogeneo in Europa dal 1975
in qua, si sono ripartiti inegualmente tra i sessi, tra le generazioni,
e tra le razze e le nazionalità. Tra i sessi, perché il peso
maggiore è ricaduto sulle spalle delle donne, che sempre più
numerose si sono affacciate sul mercato del lavoro, sia per propria autonoma
spinta, sia perché il mercato e gli stati abbisognano di molta nuova
forza-lavoro a basso costo, flessibile e in gran parte specializzata nei
duri, delicati servizi alle persone. E per queste donne neo-occupate l'onere
del lavoro salariato extra-domestico è andato, molto spesso, a sommarsi
quasi integralmente a quello del perdurante lavoro domestico, dal momento
che la ripartizione dei compiti domestici tra uomini e donne è variata
solo marginalmente. Del pari, ai più giovani è toccata una
percentuale di lavoro precario, di lavoro pericoloso, di lavoro atipico,
di lavoro notturno, di lavoro intenso e ripetitivo, di lavoro "alla
carta" e anche di prolungamento dell'orario, sproporzionatamente alta,
almeno quanto il corrispondente tasso di disoccupazione (16).
Altrettanto diseguale è stata ed è la ripartizione dei carichi
aggiuntivi tra le razze e le nazionalità. Sia gli orari che le mansioni
di lavoro più pesanti e disagiate sono ricaduti quasi naturalmente,
cioè secondo la natura gerarchizzante e neo-coloniale delle relazioni
esistenti sul mercato mondiale, sui lavoratori immigrati (17).
Sui quali si è abbattuta pure una politica di restrizione degli ingressi,
di moltiplicazione vessatoria dei controlli e di indiscriminata stigmatizzazione
da parte dei governi e delle "opinioni pubbliche" europee, che
ne ha globalmente abbassato le possibilità concrete di auto-difesa
dai meccanismi impersonali (ma bianchi, bianchissimi, occidentali, occidentalissimi)
del supersfruttamento differenziale.
Quale posto ha in questo quadro la novità francese delle 35 ore introdotte
per legge? E' un'eccezione? E' un bluff? E' un'alternativa? E' un modello
che l'Europa, e magari la stessa America, si appresta a copiare? O è
una parziale eccezione che può combinarsi funzionalmente, puntellandola,
con la regola di segno opposto? A questo problema è dedicata la seconda
parte di questo scritto.
Non vorrei lasciare alcun margine di ambiguità sul fatto che la posizione
qui sostenuta è l'esatto contrario di un de profundis per
la classe lavoratrice. La tendenza al peggioramento complessivo delle condizioni
di lavoro e di esistenza per la massa dei lavoratori salariati, all'instaurazione
di orari 'antichi' in tempi moderni, è una tendenza inerente al capitalismo
maturo e alle sue istituzioni culturali e politiche. Ma non è, per
me, una tendenza ineluttabile a cui la classe lavoratrice debba piegarsi
come davanti ad un destino già scritto. Già scritto, e certo,
per chi ha occhi per vedere ed orecchie per intendere, è soltanto
che il capitalismo, anche quello della "new economy", non è
in grado di liberare il lavoro e di liberare dal lavoro come pena, come
esperienza di estraneazione, come svuotamento fisico e psichico svolto per
altri, a cui il salariato è costretto per esigenze di mera sopravvivenza,
o di consumo di merci.
Contro lo spirito dei tempi, qui non si celebra né la progressività
né l'onnipotenza del capitale, e neppure - à la Foucault -
quella del potere politico. Semmai vi si richiama, si evoca, di più
non è dato fare al momento, la sola forza sociale capace di
contrarre il tempo del lavoro coatto per il profitto e di contestare le
sue leggi: la forza della classe lavoratrice. Essa sola, che ha iscritto
da secoli sulle proprie bandiere la lotta per la riduzione della giornata
lavorativa, ha interesse vitale a riprendere questa lotta su nuove basi
con accresciuta intensità ed estensione, a farne una lotta realmente
mondiale e trasversale a tutti i settori dell'attività sociale. Insieme,
non in opposizione, alla lotta contro la malattia della disoccupazione.
Sono convinto che stanno lentamente riunendosi alla scala mondiale tutte
le condizioni perché questa ripresa di lotta avvenga. Oggi, è
vero, se ne parla poco, specie da parte degli affabulatori professionali.
Ed è altrettanto vero che i primi passi - si pensi al primo sciopero
europeo per le 35 ore nell'aprile 1992 o ai primi scioperi intercontinentali
d'impresa (come quello del 1997 all'UPS) - sono stati molto timidi. Ma né
la tradizione di lotta della classe operaia, né la millenaria aspirazione
umana a un lavoro che non spezzi il corpo e lo spirito, ad un lavoro da
uomini liberi liberamente associati, impegnati a soddisfare solidalmente
i più autentici bisogni umani così come questi sono maturati
nel corso della storia delle società, sono andate in archivio. Anzi!
La stessa tecnica, lungi dall'essere quella odiosa minaccia che molti temono,
sembra rivolgersi ai salariati con il seguente invito: "Sono qui, ragazzi,
proprio per soddisfare la vostra più profonda aspirazione. Ma non
posso far tutto da sola, tantopiù se mi lasciate prigioniera tra
gli artigli del capitale. Liberatemi, e vi aiuterò a liberarvi. E'
da un po' che attendo che riprendiate l'iniziativa. Quando diavolo si comincia?".
Già: quando diavolo si ricomincia?
Parte seconda.
Verso le 35 o verso le 45 ore?
Rimane ora da discutere l'eccezione apparentemente piu' rilevante alla tendenza all'aumento del tempo di lavoro, ossia quella che proviene dalla situazione tedesca e da quella francese. In Germania le 35 ore sono un dato di fatto, in alcune categorie, da più di un decennio. In Francia le 35 ore sono divenute addirittura legge dello stato. Non è questa la più solenne delle smentite a quanto si è venuto finora dicendo?
Il caso tedesco
Per quel che riguarda la Germania, francamente non capisco dove sia la smentita,
o l'eccezione. Le 35 ore dei metalmeccanici e dei tipografici, infatti,
sono state il frutto solo ed esclusivamente di un'accesa stagione
di lotte. Non c'è stato nessun dono spontaneo delle imprese o dello
stato. Al contrario, imprese e stato stanno cooperando da anni per svuotare
l'accordo del 1984 e rovesciarlo nel suo contrario anche quando, come nel
caso della Volkswagen, sembrano prefigurare ulteriori tagli permanenti dell'orario.
Fuori della Germania si fa molta fatica ad accettare che il proletariato
tedesco stia più avanti delle altre sezioni del proletariato
europeo. Per un riflesso sciovinistico anti-tedesco che si abbatte anche
sui lavoratori tedeschi, la cosa sembra impossibile: ma è semplicemente
vera. E non da oggi. Nel 1918 furono gli operai di Berlino, di Amburgo,
di Monaco ad ottenere per primi in Europa la giornata di 8 ore. E furono
sempre loro ad aprire la strada a tutti gli altri, nel vivo di una sollevazione
sociale e politica di tipo pre-rivoluzionario che scosse l'intero ordine
capitalistico del continente. Contrariamente alle "ricostruzioni"
storiche razziste alla Goldhagen, fu ancora il proletariato tedesco ad essere
in prima fila nella resistenza alla marea montante del nazi-fascismo. Prima
e dopo l'avvento al potere di Hitler, fino alla vigilia della guerra e perfino,
da posizioni molto più deboli, nel corso di essa (18).
Nel secondo dopoguerra, le democrazie "anti-fasciste" vincitrici
della guerra hanno fatto il possibile per impedire il ritorno in campo in
forze della classe operaia tedesca. Spezzando il paese, l'hanno spezzata
in due tronconi, e con il concorso determinante dello stalinismo l'hanno
mantenuta per mezzo secolo in questa condizione di menomazione fisica e
morale. Mentre non hanno fatto nulla di effettivo per de-nazificare le istituzioni
politiche ed amministrative tedesche (19),
si sono invece premurate di de-comunistizzare a fondo il movimento proletario
tedesco, serrandogli i polsi con un sistema ultra-autoritario di restrizioni
alle sue libertà. Messa fuori legge della Kpd, divieto assoluto dello
sciopero politico, proibizione dell'attività politica per il sindacato,
limitazioni legali del diritto di sciopero anche sul piano sindacale, intensa
pressione alla aziendalizzazione del sindacato, e finanche il tentativo
di impedire al sindacato di andare oltre il livello provinciale: ecco le
misure coattive con cui si è cercato di... lobotomizzare il proletariato
tedesco attraverso un'operazione di autentica ingegneria genetico-sociale
(20). Una operazione dal significato internazionale,
dal momento che questa dura sorte colpiva quella ch'era stata dalla metà
dell'800 la punta di diamante teorica e organizzativa dell'intero movimento
proletario in Europa.
Compartecipe della tragica sconfitta subìta dal proletariato internazionale
negli anni '20, ingiustamente criminalizzata per gli orrori del nazismo,
battuta nel suo tentativo di farsi "portavoce del rinnovamento della
struttura economico-sociale" della Germania, delusa dalla repressione
"sovietica" del moto proletario di Berlino Est nel 1953, la classe
operaia tedesca è ripartita, all'ovest, dall'abisso in cui era stata
precipitata: dalla lotta economica condotta al livello aziendale.
Ma ha saputo via via recuperare posizioni, connotando progressivamente di
contenuti "operai" la Mitbestimmung, la forma germanica
del "compromesso sociale" post-bellico tra capitale e lavoro (21). Per decenni questo lento ri-accumulo
di forze è avvenuto senza particolari scosse entro le maglie formali
e sostanziali della co-gestione, rimanendo confinato ai temi del salario
e dell'occupazione. Ma nel 1973, l'anno del sessantotto operaio in Germania,
è emerso un fenomeno sociale e politico nuovo: il rifiuto di una
parte della classe lavoratrice (metallurgici in testa) di sottostare ai
deliberati padronali in fatto di tempi e ritmi di lavoro. Questa occasione
di scontro vide anche un'altra importante novità: il protagonismo
dei lavoratori immigrati, duramente discriminati nella società, ma
ormai fortemente presenti nell'organizzazione sindacale (22).
Da quel momento in avanti la Mitbestimmung è stata il terreno
di una contesa sempre più accesa tra capitale e lavoro (23).
L'attività sindacale e, in senso lato, politica del movimento dei
lavoratori si è andata estendendo fino a raggiungere il suo apice
nel giugno 1996, quando si è tenuta a Bonn la più grande manifestazione
sindacale dalla fine della guerra: 300.000 manifestanti "contro l'abbattimento
dei servizi sociali, contro la disoccupazione e contro la riduzione dei
salari imposta dallo Stato" (24).
Una manifestazione contro la politica complessiva del governo Kohl e del
padronato, che replicava, più in grande, la reazione di lotta dei
lavoratori tedeschi alla finanziaria del 1993. Tutto ciò succedeva,
non a caso, dopo la riunificazione della Germania, dopo una serie di agitazioni
operaie nei laender orientali, e dopo un timido inizio di riunificazione
delle condizioni materiali, delle forme organizzative e dei sentimenti del
proletariato tedesco. Il drammatico frazionamento coatto del dopo-guerra
cominciava ad essere una cosa del passato.
La conquista delle 35 ore da parte dei metalmeccanici e dei tipografici,
una piccola conquista se paragonata a quella delle 8 ore, ma pur sempre
tale, si spiega - lo ripeto - solo ed esclusivamente con il risveglio di
lotta della classe operaia tedesca, che dalla metà degli anni '70
ha rivendicato ed ottenuto maggior spazio per le proprie aspettative e i
propri bisogni. Un risveglio, va detto, che non ha mai messo realmente in
discussione i cardini ideologico-politici della cogestione, e che proprio
contro di essi ha finito per infrangersi. Infatti la cogestione si è
rivelata un abito sempre più stretto per le attese dei lavoratori:
il quadro delle compatibilità capitalistiche nazionali e aziendali
all'interno del quale essi speravano di migliorare indefinitamente le loro
condizioni materiali è diventato, invece, sempre più vincolante
e rigido. E' stato proprio in nome delle "superiori" esigenze
della competitività nazionale che la banca e l'imprenditoria della
Germania hanno cominciato a colpire sistematicamente ai fianchi la classe
lavoratrice. Così la classe lavoratrice tedesca ha subìto
la massima erosione strutturale della sua tenuta unitaria, con chiari riflessi
negativi anche sugli orari di lavoro, esattamente nel periodo in cui (gli
anni '90) ha compiuto il massimo sforzo per coordinare in senso unitario
la sua risposta al padronato e al governo. E questo è avvenuto per
il ritardo politico, non dei soli lavoratori tedeschi - s'intende -, a svincolarsi
da una Mitbestimmung oramai dovunque sul viale del tramonto, al pari
dell'impetuoso ciclo di sviluppo post-bellico che l'ha resa possibile.
Neppure in Germania, perciò, che è l'area di gran lunga più
forte del capitalismo europeo, si trova traccia di una spontanea, meccanica,
processuale riduzione del tempo di lavoro mano a mano che si incrementano
il prodotto nazionale lordo, la produttività del lavoro e la redditività
delle imprese. Al contrario, vi troviamo mille e una prove dello sforzo
della borghesia germanica di abrogare quelle 35 ore che è
riuscita comunque a non far generalizzare neppure all'intera industria.
A riguardo le statistiche ufficiali degli orari settimanali del 1997 parlano
chiaro: 42.9 ore in media alla settimana per l'agricoltura (il settore produttivo
dagli orari medi più lunghi, e che quasi mai compare, guarda caso,
nelle statistiche divulgate dai mass media); 40.5 ore per l'insieme dei
"servizi", con cifre record per il comparto degli alberghi e della
ristorazione (44 ore), e medie piuttosto alte anche per i trasporti (41.3)
e il settore dei servizi bancari e finanziari (41 ore), mentre la sola pubblica
amministrazione si trova, di un pelo, al di sotto delle 40 ore (39,7). Nell'industria
la media ufficiale è di 39.3 ore a settimana, con la punta massima
di 40.2 in edilizia e la minima di 39 nell'industria manifatturiera (25). Si tratta, nel complesso, di una radiografia
piuttosto fedele dei rapporti di forza esistenti tra capitale e lavoro salariato
nei differenti settori dell'economia. Dove questo è più concentrato,
organizzato e combattivo, lì il tempo di lavoro medio è inferiore.
Dove, invece, è più disperso, disorganizzato e passivo, lì
il tempo di lavoro medio è superiore.
Dov'è dunque l'eccezione tedesca? dov'è il regno delle 35
ore generalizzate, e ottenute una volta per tutte? Non in Germania. Una
ricognizione seria dello stato dei fatti, per la quale sarebbe sufficiente
la mera lettura dei dati governativi, fa vedere che le 35 ore sono una realtà
solo in alcune enclaves industriali, le grandi e medie fabbriche
di un paio di settori, isolate, quasi accerchiate da una situazione globale
di altro segno che evolve a zig zag verso l'appesantimento e l'allungamento
del tempo di lavoro. L'ottenimento nel 1984 delle 35 ore da parte di metalmeccanici
e tipografici (entrate poi in vigore nel 1995) non ha rappresentato
neppure l'inizio di quella "apertura di nuove prospettive di sviluppo
sociale", di quella "svolta qualitativa" nell'organizzazione
della vita sociale che da più parti si era auspicata. Non solo e
non tanto per i gravi limiti della lotta operaia, quanto per l'illimitatezza
della controffensiva capitalistica che da quel momento si è sviluppata
in ogni direzione.
Non starò ora ad inanellare le dichiarazioni esplicite di pentimento
rispetto al Lebercompromise rilasciate da questo o quel dirigente
d'azienda. Di molto maggior peso è l'attacco materiale, di cui quello
verbale è - certo - annuncio e legittimazione, subìto dai
lavoratori, a cominciare da quelli delle imprese "privilegiate".
Qui l'introduzione delle 35 ore è stata accompagnata da un'aggressione
padronale senza tregua a tutti gli elementi unificanti la condizione operaia.
Nuovi turni; massima flessibilità degli orari in dipendenza dagli
insindacabili bisogni aziendali; crescente pressione a trasformare il sabato
(e in prospettiva la domenica) in una giornata lavorativa normale; annualizzazione
ed individualizzazione degli orari, con la diffusione delle banche del tempo
e della relativa pratica degli straordinari non pagati; ricorso metodico,
ovunque possibile, al sub-appalto interno ed esterno, nazionale ed internazionale;
guerra ininterrotta delle direzioni aziendali per appropriarsi anche delle
minime frazioni di secondo; imposizione del calcolo del tempo di lavoro
non più in base al tempo di presenza in fabbrica ma al tempo effettivo
svolto in produzione.
E' opportuno dire qui qualche parola almeno su tre delle innovazioni specifiche
avvenute in materia di tempi di lavoro.
La prima riguarda l'introduzione dei tempi di lavoro "à la carte",
espansisi enormemente nell'ultimo decennio, specie nelle imprese medio-grandi.
"Cette forme d'aménagement du temps de travail se base sur la
volonté d'élargir les horaires-cadre de travail tout en réduisant
ou en abolissant les horaires de travail fixes -ce qui permet de prolonger
le temps de travail effectif de l'enterprise dans son ensemble. Des 'horaires
de fonction' sont ainsi introduits, en lieu et place des horaires fixes,
afin de synchroniser au mieux le temps de travail de chaque employé-e-s
avec les besoins de la production, dans chaque secteur" (26).
Ma gli orari "à la carte", oltre a ridurre tendenzialmente
a zero i tempi "morti" nel lavoro di fabbrica (le imprese sono
libere di "renvoyer à la maison" i propri dipendenti "en
penurie de travail"), "conduisent à l'augmentation de l'intensité
du travail et à un accroissement des heures supplémentaires
invisibles". La "impossibilité de déterminer avec
exactitude la durée de la journée de travail" fa sì
che il confine tra l'orario variabile ed il "surcroit de travail"
diventi sempre più evanescente. Di più: nei fatti essa svuota
di "impact réel" la riduzione dell'orario settimanale a
35 ore, dal momento che i lavoratori debbono essere permanentemente disponibili
-all'istante- a interrompere o a riprendere il lavoro, e sono impossibilitati
a programmare il proprio tempo di non lavoro ancor più di prima.
La seconda innovazione, che ha temporalmente preceduto la nascita degli
orari "à la carte" e che in un certo senso ne rappresenta
il quadro di riferimento "istituzionale", è la cosiddetta
"réglementation des 13/18". Essa permette alle imprese
di "prolonger le temps de travail hebdomadaire", pur fissando
una "quota de temps supplémentaire" da rispettare. Senonché
l'esperienza mostra come un 20% delle imprese sia già stabilmente
oltre le quote, e come le altre abbiano anch'esse -si tratta di un vecchio
vizio dei capitalisti- un interesse morboso "pour l'augmentation du
volume de temps du travail". In una simile tendenza non pochi delegati
sindacali vedono, con realismo, la "porte d'entrée au démantèlement
de la semaine de 35 heures" (27).
La terza innovazione è quella degli Zeitkonten, conti orari
o banche del tempo (28). Questo istituto
prevede che i lavoratori di un'impresa presi in blocco e, soprattutto, i
singoli lavoratori abbiano un libretto del tempo, in cui segnare i propri
crediti (le ore in più lavorate rispetto alle norme contrattuali)
non per chiederne il pagamento come ore di straordinario, ma per poter godere
in cambio, in un dato arco di tempo, di altrettante ore di riposo. E' un
istituto che ha trovato enorme favore presso le imprese perché consente
loro di variare la quantità del tempo di produzione in relazione
alle richieste del mercato, evitando di assumere personale in più
quando questo tira, e di dover sborsare salario supplementare per le ore
di straordinario. Per i lavoratori, la presunta contropartita dovrebbe essere
costituita dalle "maggiori opportunità di gestire il proprio
tempo". Senonché queste opportunità sono pressocché
del tutto teoriche: quando c'è da intensificare la produzione, è
vano sperare in permessi compensativi. Nei fatti i momenti o i periodi di
compensazione sono fissati in linea generale dalle direzioni aziendali.
L'autodecisione dei salariati resta un miraggio. Inoltre, l'arco di tempo
in cui effettuare lo "scambio" si sta di continuo allungando.
Inizialmente esso era limitato a un paio di mesi, poi si è esteso
all'anno, poi ancora si sono sperimentate forme di compensazione pluriennali,
quindi si è arrivati all'intero arco della vita lavorativa ed infine,
in Volkswagen, si è arrivati ad ipotecare anche gli anni della pensione.
L'allungamento senza limiti del periodo di compensazione moltiplica il rischio
di perdite nette da parte dei lavoratori, dal momento che sistematicamente,
in tutti i settori produttivi, i loro crediti superano i loro debiti, non
di un'unghia. Negli acquedotti della Renania-Westfalia troviamo un'asimmetria
spettacolare: +600/-40 (che corrisponde a un orario settimanale medio al
di sopra delle 50 ore!); anche nel settore degli imballaggi ad Amburgo (+224/-170)
o nei macchinari a tecnologia avanzata del Baden-Wurttemberg (+150/-72),
tanto per citare due soli casi, lo sbilanciamento è nettamente a
danno dei salariati. Gli Zeitkonten, dunque, sono - né
potrebbe essere diversamente in un contesto capitalistico - l'ennesima forma
di quello scambio diseguale tra capitale e lavoro, che è la
pietra angolare su cui si poggia tutta l'economia di mercato capitalistica.
E si può capire perché, non riuscendo ad ottenere dalle imprese
le ore, i giorni, le settimane o... i mesi di riposo compensativo spettanti
e temendo il peggio, in molti casi i lavoratori chiedano di monetizzare
i propri crediti. In questo modo essi svelano la reale natura degli Zeitkonten:
quella di essere dei mezzi non solo per rendere più flessibile l'orario
di lavoro, ma anche per renderlo più lungo.
Le conseguenze sociali ed individuali di questa flessibilizzazione ed aziendalizzazione
dell'orario di lavoro a tutto campo sono di grande portata, anche sul piano
politico. In proposito O. Negt ha osservato: "Penso che per le persone
sia un grave pericolo se si perdono i tempi collettivi di riposo. Per rispolverare
il vecchio adagio biblico, l'idea che dopo alcuni giorni di lavoro tutti
devono riposare, mi pare una grande conquista di civiltà. L'uomo
`sempre a disposizione' che gli imprenditori vedono come ideale (...) costituisce
il prototipo dell'individuo eterodiretto. L'uomo, cioè, che deve
restare a disposizione per gli ordini che arrivano da fuori. Quando l'impresa
lo chiama, lavora per due giorni, poi sta ad aspettare. (...) Non credo
che la flessibilità porti a un aumento dell'autonomia delle persone,
ma al contrario a un aumento della loro dipendenza dall'esterno, e alla
perdita dei loro legami sociali e familiari. In questo modo viene contemporaneamente
creato un nuovo tipo di individuo politicamente manipolabile: quando le
persone sono abituate a rispondere a chiamata, diventa anche più
elevato il rischio dell'insorgere di autoritarismi in politica. (...) Di
questo passo arriveremo all'uomo sempre in azienda, alla società-azienda.
Con l'enorme ricchezza che produciamo perché le persone devono diventare
più dipendenti di prima, ridotte a puri satelliti del sole del capitalismo?"
(29).
Già: perché? Perché con tutta l'"enorme ricchezza"
di merci che produciamo, siamo disgraziatamente ancora dentro e sotto il
meccanismo dello "sfruttamento di una classe da parte di un'altra",
dell'oppressione di una classe sull'altra. E questo meccanismo non consente
ripartizioni eque e solidali dei benefici del progresso tecnico ed organizzativo;
procede sempre, come ai tempi della schiavitù formalizzata, in modo
antagonistico. Con le loro lotte i metallurgici e i tipografici tedeschi
sono riusciti a strappare le 35 ad un padronato tutt'altro che consenziente
e contento. Ma questo non ha tardato a contrattaccare, al fine di conquistare
la gestione totalmente unilaterale del tempo di lavoro dei salariati.
Quest'azione sta rendendo l'intera loro esistenza più dipendente
che mai dai comandi del mercato; sta strizzando dal tempo di lavoro ogni
goccia di tempo non lavorato; sta ulteriormente velocizzando il tempo di
lavoro; e sta riuscendo, per ora, a ridurre di numero e a frammentare
la sezione più importante della classe operaia tedesca ed europea,
che era uscita consolidata e più unita dal successo della lotta per
le 35 ore. Quest'azione, alla fin fine, sta gettando le premesse per rendere
reversibile la stessa settimana di 35 ore anche nelle limitate aree
produttive in cui è stata fin qui introdotta.
Altrettanto accanita è stata ed è la parallela offensiva della
confindustria e della Bundesbank contro l'"alto costo del lavoro",
la cui filosofia politica, totalmente trasversale a democristiani e socialdemocratici,
è la seguente:
"La Germania deve imparare dall'America, dove la percentuale dei lavoratori
è superiore, ma i salari sono più bassi, i servizi sociali
sono quasi del tutto assenti, l'orario di lavoro è più lungo
e le condizioni di lavoro sono peggiori. Almeno uno dei fautori di un aumento
dei redditi da capitale ne parla apertamente: `I salari al lordo delle ritenute
devono essere ridotti del 20% se vogliamo tornare al full employment'.
E' questa la formula proposta da Norbert Walter, già direttore dell'Institut
fur Weltwirtschaft a Kiel e attualmente capo della divisione ricerche economiche
presso la Deutsche Bank" (30). Una
formula che lo stesso Schroeder ha fatto propria, sostenendo che per assorbire
la disoccupazione è necessario lavorare di più.
Diligentemente, capitale e stato in Germania stanno imparando la lezione
"americana". Inutile dire come: contro-riformando gli istituti
assicurativi e l'indennità di malattia (31);
usando la leva fiscale per spostare ricchezza verso il capitale; innalzando
i tassi di interesse per imporre una stabile moderazione salariale (32); segando senza pietà gli organici
delle imprese; decentrando produzioni all'estero; svuotando i contratti
nazionali di lavoro; deregolando il mercato del lavoro. A questo riguardo
Ulrich Beck si è spinto fino al punto di parlare di una "brasilianizzazione"
del mercato del lavoro tedesco, e ne ha ben donde. Egli stima che nel 1960
solo il 10% dei lavoratori dipendenti poteva considerarsi in una condizione
d'impiego precaria, mentre questa quota è salita vertiginosamente
negli anni '90, fino a toccare il 33% del lavoro dipendente. In numeri assoluti
si tratta di 13.700.000 salariati suddivisi in molteplici figure differenziate,
non pochi dei quali lavoratori `nomadi' con più contratti part-time.
A cui vanno aggiunti 4.800.000 disoccupati e 3.100.000 in carico all'assistenza
sociale, per un totale di 21.640.000 salariati in condizioni di insicurezza,
a fronte di 38.500.000 con contratti a tempo indeterminato (33).
Una grande, grandissima giungla in espansione che minaccia da vicino le
poche `isole-giardino' delle 35 ore, peraltro già infestate dall'interno
da ogni forma di flessibilità della prestazione di lavoro.
Questo processo di generale precarizzazione delle condizioni e dei rapporti
di lavoro ha avuto un ulteriore impulso per effetto dell'uso capitalistico
della riunificazione della Germania. Si è visto prima come la fine
formale delle due Germanie abbia avvicinato, anche sul piano contrattuale,
i salariati dell'est a quelli dell'ovest. Ma la borghesia tedesca non è
restata a guardare. Anzi. Concessi nei primi anni gli inevitabili aumenti
salariali all'est, essa ha sempre di più usato le buone competenze
ed i più bassi salari dei lavoratori tedesco-orientali (e dell'est
europeo tutto) come arma di ricatto contro i lavoratori tedesco-occidentali.
E il ricatto si è rivelato efficace anche nel campo del tempo di
lavoro, se all'ovest perfino imprese non minuscole del settore metalmeccanico
quali la Viessman di Kassel, la Drager di Lubecca, la Dasa di Amburgo o
la Sinitec-Siemens di Monaco, hanno deliberato l'allungamento non pagato
degli orari, con il ritorno secco alle 38 o alle 40 ore (34).
In modo non meno efficace le imprese hanno saputo usare i peggioramenti
delle condizioni contrattuali e di lavoro imposti per questa via ad ovest
per "abbassare le pretese di integrale parità" emerse ad
est dove, soprattutto negli ultimi anni, è divenuta frequente tanto
l'applicazione al ribasso "des élements contractuels du salaire",
quanto la disapplicazione delle restrizioni contrattuali o legali "dans
les domaines du temps de travail, des heures supplémentaires, de
la flexibilisation du temps de travail annuel" (35).
Un po' per volta, tra colpi inferti all'est e contraccolpi all'ovest e viceversa,
il padronato tedesco sta mettendo in discussione l'intero sistema della
contrattazione collettiva nazionale, affinché gli operai e i salariati
restino sempre più in balìa, da soli, delle singole imprese.
Imprese che non di rado, per sfuggire a qualsiasi forma di vincolo contrattuale
regionale, nazionale o di settore non esitano a rescindere ogni legame con
le proprie associazioni di categoria.
A ben vedere la stessa vicenda della Volkswagen s'inscrive in questo quadro
di crescente durezza, precarietà, ed intensità del lavoro,
sebbene con la anomalia (che credo provvisoria) della riduzione degli orari
al di sotto delle 35 ore.
Intorno al caso Volkswagen, specie in Italia, si è creata una certa
confusione, sicché qualche precisazione si rende necessaria. La proposta
del 1993 fu, lo si ricordi, una proposta dell'azienda, e si trattò
per essa di una difficile scelta obbligata. Non era assolutamente
concepibile che all'indomani dell'unificazione la più grande azienda
germanica licenziasse in tronco 30.000 dipendenti: sarebbe stato un colpo
micidiale al prestigio interno ed esterno dell'economia e della politica
della Germania riunificata (la Volkswagen è, dopotutto, una azienda
a prevalente partecipazione statale). Doveva essere ricercata una
soluzione meno traumatica, per arrivare comunque alle mete che la direzione
dell'azienda si era prefissa: la secca riduzione degli effettivi, l'innalzamento
dei ritmi e della produttività del lavoro, l'abbassamento dei costi
di produzione e il drastico ridimensionamento dell'organizzazione "operaia"
(a Wolfsburg era sindacalizzata la totalità, o quasi, della manodopera).
La soluzione trovata non è stata la riduzione dell'orario di lavoro,
bensì l'altra, nient'affatto equivalente, di ridurre insieme l'orario
e il salario, che ha segnato l'ingresso, in Germania, di una possibilità
fino ad allora sconosciuta: il taglio dei salari, divenuto da allora un
istituto contrattuale anche in altri settori, come quello settore chimico.
Di solito si identifica quell'accordo con l'introduzione del "modello
7x4". Errore. Il numero degli operai che lavora sette ore per quattro
giorni è piuttosto limitato. Più corretto è parlare
di 140 regimi di orario differenti, di cui il 7x4 è solo il regime
più diffuso. E 140 (o, secondo altra stima, 164) tipi di orario differenti
significa, in fabbrica e fuori, la massima frammentazione, desincronizzazione,
individualizzazione dei tempi di lavoro e dei tempi della vita sociale extra-lavorativa
-essendo il tempo di lavoro e quello di non lavoro tra loro indissolubilmente
legati-. Non secondaria è stata anche la diversificazione dei regimi
di orario tra i diversi stabilimenti del gruppo.
Alla Volkswagen non c'è stata, perciò, una pura riduzione
degli orari di lavoro, c'è stata una complessiva riorganizzazione
del processo di produzione e del tempo di lavoro, con l'estensione dei
turni, del lavoro notturno e di quello festivo, della flessibilità,
della mobilità (dentro il singolo stabilimento e tra stabilimenti)
ed infine anche degli straordinari, richiesti dall'azienda e ricercati spesso
dagli stessi operai, perfino nei fine settimana, come forma di almeno parziale
compensazione per la decurtazione del salario (36).
Altro aspetto di rilievo della ristrutturazione dell'organizzazione della
produzione alla Volkswagen è stato il fortissimo incremento dei ritmi
di lavoro, che risulta evidente in tutte le inchieste compiute sul campo
(37). Ma non meno importante, per identificare
il vero segno di classe di questo "esperimento", è che
ci sia stato, tra pre-pensionamenti, blocco del turn-over e trasferimenti,
un salasso occupazionale forzato o "volontario", dal 1993, pari
al 25% circa degli addetti, e dunque che l'accordo non abbia salvaguardato,
come promesso, neppure i posti di lavoro. No, Wolfsburg non è il
gioioso paradiso terrestre dell'orario ridotto e del tempo libero finalmente
conquistato per sé: "il sentimento che (vi) regna è
la paura, si va a lavorare anche malati o in condizioni fisiche
precarie" (38). Ed è proprio
la paura di perdere il posto di lavoro in una Germania con oltre 4 milioni
di disoccupati che fa prevalere, nelle indagini, il numero dei lavoratori
in tutto o in parte soddisfatti sugli insoddisfatti. Si tratta, dopotutto,
della soddisfazione per aver scampato un pericolo più grande: il
licenziamento. Non a caso la percentuale più alta di giudizi positivi
sull'accordo si ha nelle fasce meno qualificate e remunerate della forza
lavoro, le più minacciate dalla disoccupazione e dall'esclusione
sociale, mentre la percentuale più alta di giudizi negativi si ha
nelle fasce a più alto reddito e qualificazione, quelle maggiormente
al riparo da simili rischi (39).
In effetti, uno sguardo attento alle condizioni globali di esistenza dei
salariati coglie agevolmente gli effetti dolorosi dell'"esperimento-Volkswagen".
Il preesistente livello di socializzazione e di solidarietà operaia
è stato spezzato, poiché le occasioni di socializzazione tra
i lavoratori all'interno ed all'esterno della fabbrica (come i momenti di
ricreazione collettiva) si sono fortemente ridotte. I centri di assistenza
agli alcolisti o ai soggetti a rischio di alcolismo si sono popolati di
pre-pensionati. Sono aumentati i divorzi, le separazioni e le tensioni in
famiglia, spesso collegate al fatto che "c'è più tempo
per spendere meno denaro", con tutto quello che ne consegue. Data la
nuova condizione di precarietà e la scatenata flessibilità
che rendono molto più complicato organizzare una vita extra-lavorativa
minimamente decente, non sorprende che tra i lavoratori Volkswagen siano
in calo i nuovi matrimoni (-30% tra il 1993 e il 1998). Né può
considerarsi un progresso, penso, la tendenza a ritornare in famiglia alla
tradizionale divisione dei compiti tra uomo e donna, che era stata almeno
in parte messa in causa. Tanto per cambiare, sono state proprio le donne,
in particolare quelle con figli in difficoltà a scuola, a pagare
il prezzo più salato con il record delle dimissioni "volontarie".
Che dire poi della riduzione del tasso di sindacalizzazione, della gestione
sempre più unilaterale da parte dell'impresa delle condizioni e degli
orari di lavoro, poco e male dissimulata da una pretesa "gestione individuale"
di essi, oppure del ritorno a metodi sempre più dispotici da parte
della direzione (40)? Certo, si può
obiettare, e lo fanno i dirigenti sindacali firmatari dell'intesa, che questi
fenomeni sarebbero stati ancora più estesi e drammatici nell'ipotesi
dei 30.000 licenziamenti in tronco. Vero; e io sarò l'ultimo a minimizzare
la capacità di resistenza degli operai. Nondimeno, il punto cruciale
è che l'intesa non è riuscita ad impedire sotto nessun aspetto
il lento, inesorabile degrado delle condizioni di lavoro e di esistenza
dei lavoratori e della loro forza organizzata.
Sei anni dopo l'accordo, il bilancio che se ne può trarre è
il seguente. Primo: non è nato alcun nuovo modello 7x4, né
alla Volkswagen, né fuori. Secondo: Wolfsburg non è stato
affatto il centro motore di una riduzione generalizzata dell'orario di lavoro;
è stato ed è un grande laboratorio in cui si sta utilizzando
una provvisoria riduzione dell'orario per incrementare stabilmente
la flessibilità e l'intensità della prestazione di lavoro,
e per cercare di disgregare in modo permanente l'organizzazione operaia.
Nonostante l'enorme incremento della produttività del lavoro avvenuto
a Wolfsburg, per la direzione della VW altri sono oramai gli stabilimenti-modello
nei quali applicare e superare l'esperimento di Wolfsburg: Resende in Brasile
e Mosel in Sassonia. A Resende, un piccolo stabilimento per la produzione
di camion, la Volkswagen non ha lavoratori diretti, e l'intero impianto
funziona con dei sub-appalti messi in concorrenza tra loro e, si capisce,
senza l'ombra d'un sindacato. A Mosel questo "nuovo concetto dell'organizzazione
del lavoro" (il largo ricorso alle impresine "sous-traitantes")
è stato combinato con gli ultimi ritrovati della tecnologia e dell'intensificazione
della prestazione lavorativa sperimentati a Wolfsburg e Hannover, con l'obiettivo
di dimezzare i tempi di produzione della Golf. Ma la direzione non è
paga neppure dei "miracoli" avvenuti a Resende e a Mosel. Il capo
del personale P. Hartz già prospetta una nuova radicale frontiera
da conquistare: il Programmentgelt, il salario legato non più
al tempo di lavoro erogato ma al raggiungimento degli obiettivi di produzione
programmati dall'impresa. L'operaio, che nel frattempo è stato promosso
linguisticamente al rango di collaboratore dell'impresa (Mitarbeiter),
per ottenere i 5000 marchi promessi come paga globale (non pochi, ma -si
ricordi- anche Ford cominciò in questo modo), sarà tenuto
a lavorare per tutto il tempo necessario a raggiungere il tetto di produzione
fissato dall'impresa. Il limite massimo settimanale previsto è, per
ora, quello delle 48 ore; però, una volta accettato il principio
generale che è alla base di questa "rivoluzione nell'organizzazione
del lavoro", non sarà poi tanto difficile, per le imprese, oltrepassarlo
(41).
E' la mondializzazione che lo richiede, si giustifica Hartz. O si cambia
in questo senso, facendo saltare completamente per aria i vecchi vincoli
di orario (42), o si è battuti
in partenza nella corsa alla riduzione dei costi di produzione. Con un cammino
tortuoso ma piuttosto rapido, alla Volkswagen (e oltre) l'introduzione delle
28 ore sta aprendo la strada, attraverso la completa deregolamentazione
del tempo di lavoro, alle... 48 ore. Alla "brasilianizzazione"
(o "americanizzazione") del mercato del lavoro sta per seguire
ora quella delle condizioni della prestazione lavorativa, a salario, per
il momento, ancora "tedesco".
La mondializzazione... Come si vede, neppure la Germania fa, può
fare storia a sé con il suo "capitalismo renano" chiuso
in un solo paese ad eterna "economia sociale di mercato" pacificata,
secondo il mito che fu di Erhardt e che è stato fatto proprio dalla
socialdemocrazia. Anche lì è in atto un furioso confronto
tra classe capitalistica e classe lavoratrice intorno al tempo di lavoro.
La posta in gioco non è la generalizzazione delle 35 ore o, addirittura,
il passaggio alle 32; è il ritorno all'indietro, a orari lunghi,
oltre che intensissimi e variabili, fissati sempre più autocraticamente
dalle imprese e dallo stato. Finora l'intensificazione del tempo di lavoro
e il suo allungamento sembrano procedere spaiati; ma fino a quando
sarà così? Finora non vi è stato il completo sfondamento
delle linee di difesa del movimento dei lavoratori; tuttavia questo è
nettamente sulla difensiva, e in forti difficoltà. Ne potrà
venire fuori solo prendendo atto che il vecchio compromesso sociale e politico
è finito, e traendone le conseguenze del caso, prima tra tutte la
necessità di riconquistare la propria autonomia di movimento
e di pensiero dai diktat falsamente naturalistici del mercato, del capitalismo
mondializzato. Ma non meno importante sarà la sua capacità
di rovesciare l'attuale tendenza alla divisione e alla frammentazione, e
di ritessere con forti fili una trama unitaria tra disoccupati-precari e
lavoratori più "garantiti", tra i lavoratori dell'ovest
e quelli dell'est, tra i lavoratori tedeschi e gli immigrati, tra i lavoratori
e le lavoratrici, perché è proprio nella divisione e nella
stratificazione gerarchica del salariato accortamente perseguita dal potere
economico e politico che con più facilità affonda la lama
l'offensiva imprenditoriale. Anche sugli orari di lavoro.
Il caso francese
E la Francia? Per quel che riguarda le tendenze di lungo periodo dell'orario
di lavoro, l'originalità francese si pavoneggia di sfumature, di
accenti. Al di sotto di piccole variazioni numeriche, infatti, vi operano
le medesime tendenze di fondo dell'intero Occidente. Un giudizio affrettato?
Non mi pare. Nonostante le apparenze, questo giudizio può essere
confermato, nella sua sostanza, anche per quel che riguarda la più
recente evoluzione dell'orario di lavoro.
Partiamo naturalmente dallo stato reale delle cose, non dai programmi,
dalle intenzioni, o dalle leggi, di cui comunque ci occuperemo in seguito.
Ebbene, anche in questo caso basterebbero le statistiche ufficiali a fare
piazza pulita della presunta eccezione francese e dell'ancor più
presunto "modello francese". Esse ci dicono, infatti, che nel
1997 l'orario di lavoro medio nell'industria era di 39,9 ore alla settimana
-1,2 ore in più, non in meno, rispetto al 1987; quello in
agricoltura era di 40,8 ore, mentre nei trasporti e comunicazioni eravamo
alle 40,6 e nel settore degli hotel e della ristorazione a 43,6. E' cresciuta
anche la percentuale dei lavoratori che dichiarano di lavorare più
di 45 ore a settimana: era del 15,4% nel 1983, è diventata del 22,6%
nel 1995. Ben il 44,2% dei lavoratori dichiara un orario settimanale superiore
alle 42 ore. Se questi sono i riscontri ufficiali (43),
una ricognizione sul campo fatta in prima persona dà risultati ancor
più inequivocabili.
Nel suo Travail jetable, G. Filoche ci dà una descrizione
viva e competente (si tratta di un inspecteur du travail) dell'amplissima
area dell'economia francese nella quale "5 à 7 millions de salariés
sont constraints de travailler près de 45, 50 ou 60 heures par semaine
au lieu des fameuses 39 heures légales" (44).
Dalle ditte di téléphone rose alle botteghe di coiffeuses
et esthéticiennes; dal mondo degli spettacoli, ai café e ai
grands magazines de mode; dalla restauration (700.000 addetti) in cui "50
ou 60 heures, 70 heures hebdomadaires sont des durées courantes",
al secteur du nettoyage in cui addizionando due-tre lavori part-time non
è raro che un salariato o una salariata lavori fino a 250-280 ore
al mese; dalla maroquinerie de luxe a l'horlogerie; dal settore del transport
routier a quello degli chauffeurs de taxi in cui si fanno talvolta le 35
heures sì, ma... deux fois par semaine; dal secteur des soins hospitaliers,
de la santé, des soins à domicile, de l'assistance sociale
(743.000 salariati) nel quale ci sono "horaires à rallonge qui
se multiplient, turn-over, équipes insuffisantes, week-ends de plus
en plus rares", al secteur du batiment che occupa oltre 1,2 milion
de salariés nel quale "n'est pas rare, dans des chantiers de
rénovation, que des ouvriers travaillent sept jours sur sept, dix
heures par jour"; è un panorama impressionante di horaires lunghi
e duri che oltrepassano "outrageusement", che ridicolizzano gli
orari ufficiali o legali di riferimento. E, come osserveremo in seguito
per gli altri paesi dell'Occidente, anche nella "diversa" Francia
è nella confection, un ramo produttivo che ricorre largamente al
supersfruttamento dei lavoratori immigrati, che gli orari di lavoro "ottocenteschi"
conoscono uno dei loro massimi trionfi: "Dans la confection, la situation
dans les ateliers du Sentier, et d'autres ateliers `clandestins' dans les
grandes villes, est connue. Il n'est pas rare de trouver vingt hommes entassés
dans une pièce de quarante mètres carrés derrière
leur machine à coudre: ils y travaillent douze ou quatorze heures
par jour. De l'avis général, le patronat du textile fait partie
de ceux qui se plaignent le plus, qui demandent le plus d'aides, gémissent
sans cesse sur le délocalisations, et réclament toujours davantage
de déréglementation. Il exige meme que soit autorisé
le travail des enfants à partir de quatorze ans en apprentissage
en France! Mais sourtout, après la restauration et le batiment, c'est
là que les patrons pratiquent le plus le travail dissimulé,
le travail des `clandestins', en plein couer des nos grandes villes. Le
grandes marques, hypocritement, se servent de la sous-traitance, elles font
faire des finitions aux plus bas prix possible par ces ateliers illégaux
où des etres humains sont réduits en esclavage. Ils sont presque
séquestrés, doivent rembourser les frais des passeurs de filières
clandestines d'entrée sur le territoire, et travaillent donc de longues
années dans des conditions similaires à celles des pays dont
il sons originaires... en plein coeur de Paris." (45).
L'impiego di questa "main-d'oeuvre importée et `esclavagisée'
en France meme" (perché sorprendersene?) non è affatto
limitato ai settori produttivi maturi. Proprio all'interno dello storico
Sentier è nato un distretto della "Internet Economie".
E proprio da lì, dov'è regola la soppressione di tutte le
regole, il padrone di una di queste nuovissime imprese, la Rosebud, afferma
sarcasticamente: sono intenzionato a "lanciare il movimento delle 70
ore", poiché "non ha senso fissare un tetto per legge all'orario
di lavoro in un settore in piena espansione, anche occupazionale" (46). Non ha senso fissare un tale tetto
per i settori in contrazione per via della concorrenza dell'industria dei
paesi del Terzo Mondo, né, ovviamente, ha senso fissarla per i settori
in espansione: i capitalisti francesi vecchi e nuovi assomigliano ai loro
fratelli-nemici degli altri paesi come si assomigliano due gocce d'acqua.
La loro attività preferita? Succhiare più che possono tempo
di lavoro non pagato ai propri schiavi salariati, che poi, nella loro magnanimità
e nel loro inarrivabile esprit de finesse, si degnano di appellare rispettosamente
collaborateurs, collaboratrices, operateurs au operatrices.
Gli orari effettivi lunghi o lunghissimi, e in via di ulteriore allungamento,
riguardano soprattutto "le monde des petites enterprises, de la sous-traitance";
ma questo mondo in via di espansione, che copre ormai il 50% degli impieghi
salariati privati, ha molteplici e organici nessi con la grande impresa.
Nessi di dipendenza, che obbligano i piccoli padroni a non
accontentarsi di un profitto, per dir così, normale, ed a ricercare
un profitto tale da soddisfare, oltre i loro appetiti, anche quelli ancora
maggiori dei "maitres de la mondialisation". Da qui una sorta
di coazione, in loro, a violare sistematicamente le leggi, che proviene
dai "piani alti" del capitale più concentrato ed "avanzato":
"Ils trichent sur les heures supplémentaires. Il trichent sur
les grilles de salaires. Ils trichent sur les `aides' de l'Etat. Ce n'est
pas une question de `bon' ou de `mauvais' patron, c'est surtout l'engrenage
d'un système [corsivo mio] dont ils sont captifs. L'obligation
de recherche du profit maximum les pousse à se comporter en dictateurs,
pour `faire sortir le jus' de leurs subordonnés, leur faire effectuer
des heures impayées, leur compter chichement leurs salaires, les
empecher de s'organiser pour se défendre, limiter le couts exigés
pour respecter l'hygiène et la sécurité au travail"
(47).
Anche altri autori insistono su questo punto, rappresentando le piccole
e medie imprese come il luogo di "une forte dégradation des
conditions de travail" degli operai e dei salariati, un vero e proprio
regno della "précarité institutionnalisée"
al servizio delle grandi imprese (48).
Nelle grandi imprese gli orari di lavoro sono in genere più controllati,
un po' più conformi alle leggi e ai contratti, ma da tutte
le più recenti inchieste emerge un quadro fosco delle condizioni
e dei rapporti di lavoro esistenti in esse, in piena conformità con
quello che sta avvenendo nelle dimensioni d'impresa minori e negli altri
paesi occidentali.
Si nota anzitutto una fortissima intensificazione del lavoro. Alla Renault
di Douai, una delle fabbriche auto a più alta produttività
del lavoro in Europa, si sta andando alla progressiva abolizione anche delle
micro-pause e per evitare qualsiasi interruzione del flusso produttivo,
una parte del tempo di pausa è stata spostata a fine turno. La caccia
spietata ai "tempi morti" avviene ormai secondo i rigidi dettami
del just in time toyotista in vista dell'abbattimento del tempo di
fabbricazione di un veicolo a 15 ore (ricordiamo che alla Volkswagen si
punta già alle 7,5 ore). Le esigenze dell'impresa vi si impongono
in un modo così brutale da produrre una inquietante crescita delle
malattie nervose, degl'incidenti e delle morti da superlavoro (49).
L'intensificazione del lavoro non è una peculiarità della
Renault, è la caratteristica generale della "nuova" organizzazione
del lavoro industriale (e non solo di quello industriale) che richiede più
attenzione, e un'attenzione costante, nel lavoro, vigilance, disponibilité,
concentration, e quindi comporta "un niveau plus élevé
d'astreintes psychologiques". Si lavora sotto una crescente pressione
a far presto e senza errori, che combina i vecchi metodi tayloristi con
la nuova pressione che viene, si dice, "dal cliente", e cioè
con i nuovi metodi toyotisti. Cadenze e ritmi di lavoro si fanno sempre
più serrati nel quadro di "un travail beaucoup plus constraint"
dettato dalla direzione, forse un po' meno penoso sul piano muscolare ma
complessivamente più penoso sul piano fisico e mentale (50).
Questo è il clima irrespirabile che gli operai debbono respirare
anche nelle usines Peugeot de Sochaux-Montbéliard, dove si fanno
sentire pesantemente gli effetti della generale precarizzazione della condizione
salariata. "Les salariés se sentent en situation de vulnérabilité
objective et subjective et travaillent dans la peur, pour eux-memes et pour
leurs enfants". Siamo alla "déstabilisation des stables"
esasperata, oltre che dall'evoluzione del mercato del lavoro esterno, anche
dalle crescenti difficoltà interne alla fabbrica a lasciare la catena
di montaggio e progredire nella stessa ridottissima scala delle categorie
operaie, vista la riduzione dei compiti intermedi e il "mouvement vers
le bas de la condition ouvrière à travers le rapprochement
de la condition des OP et de celle des OS".
A chi si rifiuta di vedere il peggioramento complessivo della condizione
operaia in atto da anni grazie alle politiche neo-liberiste ed alla flessibilità
sembrerà incomprensibile che i lavoratori della Peugeot vivano il
passaggio alle 35 ore come une regréssion. A loro, la declassificazione
del sabato a giornata lavorativa normale e la esclusione delle pause dal
tempo di lavoro effettivo appaiono come una perdita più grande, in
termini materiali e "simbolici", dell'aver guadagnato sulla
carta una riduzione dell'orario settimanale di un'ora e mezza-due ore
(51). E hanno ragione, perché
l'abrogazione di queste due importanti regole-quadro della vecchia organizzazione
del tempo di lavoro fa parte di quella più complessiva de-regolamentazione
degli orari di lavoro che prelude alla "suppression meme de la notion
de durée légale du travail" (52),
e non promette nulla di buono per la classe operaia.
Dov'è dunque la vantata originalità francese? Tra horaires
à la carte e banche del tempo, tra annualizzazione diffusa degli
orari di lavoro (che Filoche definisce "le pire système d'exploitation")
e horaires bousculés dalla loro accresciuta variabilità e
dal carattere sempre più aléatoire des temps de repos (53), il quadro è quello, tutt'altro
che specificamente francese, della massima flessibilità degli orari
di lavoro in dipendenza dalle necessità delle imprese, e della gestione
crescentemente unilaterale del tempo di lavoro da parte delle direzioni
aziendali. L'originalità francese -ci si obietterà- non è
nell'atteggiamento del padronato francese, più o meno omogeneo a
quello del padronato degli altri paesi occidentali. E' tutta nel ruolo positivo,
attivo giocato dallo stato e dal governo francesi nel promuovere
la riduzione del tempo di lavoro allo scopo, per dirla con l'Aubry, di "lutter
contre le chomage". Un ruolo unico, poiché nell'ultimo trentennio
nessun altro governo occidentale ha osato prendere l'iniziativa in questa
materia; e, per giunta, motu proprio, in assenza di un vero movimento
di lotta del proletariato.
Un momento. La ripresa d'iniziativa del governo francese, a distanza di
circa vent'anni da quella legge sulle 39 ore che ha avuto effetti pratici
insignificanti, non è affatto scollegata dalla ripresa delle lotte,
anzi. Se è incontestabile una pesante caduta della conflittualità
e degli scioperi nel periodo 1979-1994, è altrettanto certo che il
1995, "l'anno dei grandi scioperi", ha segnato una forte ripresa
delle lotte, che ha avuto degli sviluppi significativi anche negli anni
successivi (54). I trombettieri della
sociologia di stato (o del mercato, è la stessa cosa) alla Touraine
si sono dati da fare per negare al movimento degli scioperi dell'autunno-inverno
1995 non soltanto il suo carattere operaio, ma perfino il suo carattere
sociale (55). A sentir loro, si è
trattato di un'accozzaglia di spinte "individuali" fondamentalmente
corporative e conflittuali al loro stesso interno, "sans project, sans
utopie, sans acteur centrale, non politique, hétérogène,
et sans expression propre", e perciò senza la minima influenza
sul corso sociale e politico né in Francia, né altrove. A
me sembra che le cose stiano diversamente. Quella ripresa di conflittualità,
partita dagli cheminots, il settore più proletario dei salariati
pubblici, ha espresso -in modo embrionale, incompleto quanto si vuole, ma
reale- bisogni fortemente sentiti in tutto l'universo del lavoro salariato.
E ha messo in moto una dinamica unificante, di ricomposizione di questo
universo, intorno alla difesa della "sicurezza sociale" ed al
rifiuto di vedere innalzata l'età della pensione. I grandi scioperi
del 1995, con il ritorno di protagonismo dei lavoratori, hanno incoraggiato
le agitazioni degli chauffeurs routiers, dei sans-papiers, degli impiegati
del Crédit Foncier, dei disoccupati e hanno contribuito a creare
anche fuori della Francia un ambiente favorevole all'eurogrève des
salariés de Renault, all'euromanifestation pour l'emploi di Bruxelles,
alla première marche europeènne des chomeurs del 1997 (56).
Nulla, intendiamoci, che costituisca una svolta storica e neppure una rottura
paragonabile a quella del 1968. Eppure, è stato un campanello d'allarme
più che sufficiente a sollecitare una ripresa dell'intervento statale
a sostegno della "coesione sociale" minacciata da una polarizzazione
sociale non più solo oggettiva, ma anche soggettiva. L'elemento più
significativo dello sciopero dei ferrovieri e di quelli successivi è
stato, infatti, il larghissimo consenso che essi hanno trovato nella
massa della popolazione, benché fosse "colpita" da quegli
stessi scioperi. Qualcosa di molto simile sarebbe successo di lì
a poco negli Stati Uniti con lo sciopero dei lavoratori dell'UPS. Questa
larga simpatia, questo largo sostegno popolare a scioperi in altre circostanze
impopolari si spiegano solo con l'identificazione di tante figure
sociali apparentemente disparate con i lavoratori in lotta (l'esatto contrario
di quel che affermano Touraine e soci) e, al fondo, con la crescente generalizzazione
della condizione salariata e delle sue contraddizioni. Incluse quelle legate
alla tematica degli orari, evidentemente. Lo si è visto con nettezza
nell'agitazione dei camionisti salariati: quando questi, alla fine del 1997,
hanno bloccato l'intera Francia rivendicando l'abbattimento dei loro infernali
orari di lavoro, eccedenti anche le 60 ore settimanali, nonostante i disagi,
l'opinione pubblica dei salariati è stata decisamente dalla loro
parte. Et pour cause! Né si può dire, visti i bassissimi livelli
raggiunti dai tassi di sindacalizzazione in Francia, che questa larga solidarietà
si debba alla forza istituzionale, davvero scarsa, degli apparati sindacali,
per giunta in perenne contrasto tra loro.
Cominciamo, quindi, con il dire che anche in Francia, come in Germania,
la proiezione, più apparente che effettiva peraltro, verso le 35
ore non è scollegata dall'azione dei lavoratori. Tuttavia, ne convengo,
non può essere ridotta a questo solo fattore. In questa vicenda si
esprime anche un'ambiziosa operazione politica del governo Jospin. Un'operazione
neo-corporativa, che l'Aubry stessa ha presentato in questo modo:
"L'Etat doit prendre des initiatives, offrir des perspectives; bref,
donner le la. La loi ne suffit pas. Il faut la mobilisation des partenaires
sociaux. La négotiation sociale est indispensable." (57).
Lo Stato, rappresentante del presunto "intéret général",
deve creare le condizioni migliori perché "la croissance soit
la plus forte possible", per "rechercher toutes les pistes possible
pour la rendre plus riche en emplois", per attuare in qualche misura
"une redistribution directe de pouvoir d'achat à ceux qui en
ont le plus besoin" e "retablir le lien social" tra gli esclusi
e la società. L'Etat, l'Etat, encore et toujours l'Etat come regista
efficace della vita economica e sociale. Una prospettiva ch'è insieme
sub-keynesiana, per la modestia degli obiettivi che lo stato stesso si dà
e dei mezzi economici che può mettere in campo, e sub-durkheimiana
dato che ha abbandonato il sogno di una generale e crescente cohésion
sociale e s'accontenterebbe di retablir il puro e semplice lien sociale
là dove si è infranto. E nondimeno una prospettiva ambiziosa
perché lo stato punta da un lato a modernizzare le imprese sostenendole
nella ricerca della massima produttività del lavoro e nel loro sforzo
di "rattraper le retard considérable que nous avons pris sur
les nouvelles technologies", e dall'altro a coinvolgere in tale processo
di modernizzazione, con l'esca della riduzione dell'orario legale, almeno
una parte della classe lavoratrice. Tutto ciò, si badi bene, prestando
"aux constraintes économiques" un'attenzione non inferiore
a quella dei "milieux patronaux", e avendo quindi la massima cura
di "ne pas porter atteinte à la compétitivité
de l'enterprise", anzi di migliorarla. E' una vera e propria quadratura
del cerchio i cui effetti positivi sull'occupazione e sulla riduzione
reale degli orari di lavoro sono ancora tutti da dimostrare, laddove
ne sono già piuttosto evidenti le ricadute positive sulle imprese.
Il grande strepito del padronato francese contro l'introduzione delle 35
ore per legge non può far dimenticare che un obiettivo fondamentale
del progetto-Aubry è sollecitare le imprese a diventare "plus
performantes, en effectuant les memes taches en moins de temps" (58). Come? Anzitutto favorendo e legittimando
una totale riorganizzazione del tempo di lavoro, a cominciare dai criteri
della sua misurazione. Già con l'avvento delle 39 ore legali ed ancor
più ora con quello delle 35 ore, le imprese hanno proceduto al completo
ricalcolo del tempo di lavoro, inteso -attenzione- non come tempo di presenza
sul posto di lavoro, e tanto meno come tempo di presenza al lavoro più
il tempo necessario per andare e tornare dal lavoro (a cui, a rigore, andrebbe
anche aggiunto il tempo della formazione), bensì come tempo effettivo
di produzione in senso stretto. Il progetto-Aubry dà, con le tipiche
astuzie del mitterandismo, un'altra spinta in questa direzione.
"La durée du travail effectiv relève ancore de l'article
L 212-4 du Code du travail, qui lui-meme relève d'une loi de Vichy
du 28 aout 1942 [si noti che in Germania l'ordinanza Goring sugli orari
è rimasta in vigore fino al 1990, e in Italia il decreto regio-fascista
del 1923 sulla settimana lavorativa ordinaria di 48 ore è rimasto
in vigore fino alla metà degli anni '90...]. C'est cette loi qui
a déduit `les temps d'habillage, de casse-croute, les temps d'inaction'
du temps de travail. Meme la loi Aubry du 13 juin 1998 s'est refusée
in extremis (...) à couper l'article L 212-4: elle a seulement
rajouté un autre alinéa précisant que ce temps de travail
effectif se définissait par le fait d'etre placé `sous le
directives de l'employeur sans pouvoir vaquer librement à ses occupations
personnelles'" (59). Un capolavoro
di ambiguità che lascia nei fatti le mani libere alle imprese per
fare quello che loro più conviene:
"Alors les employeurs continuent de se servir de l'alinéa écrit
sous Vichy: lorsque la loi du 13 juin 1998 propose la réduction du
temps de travail, ils reculculent les temps en baisse. Ils déduisent
les pauses-pipi, les déjeuners sur place, des temps de transport
contraintes, des astreintes où le salarié reste poutant subordonné,
ou meme ce qu'ils appellent le `présentéism comtemplatif',
c'est-à-dire le fait que le salarié ne suit pas toujours à
100% les cadences! Il arrive à certains de pouvoir `rever' sur le
lieu de travail, comment soustraire cela de leur temps de travail effectif?
Les chefs d'enterprise qui réclament toujours plus de flexibilité
deviennent raides lorsqu'il s'agit, à la minute près, de calculer
le temps payé de travail. Le décompte de centaines de millions
d'heures de travail est en jeu" (60).
Infatti. Attraverso il semplice ricalcolo apparentemente tecnico, in realtà
pienamente politico e classista, del tempo di lavoro, il capitale sta compiendo
un immenso furto di tempo di lavoro, un immenso furto di tempo
di vita ai danni della classe operaia, dell'intero proletariato. In
Francia e ovunque. Non minore è il vantaggio che intascano i capitalisti
dall'annualizzazione del tempo di lavoro. Essa consente alle imprese di
modulare liberamente gli orari espandendoli o contraendoli a seconda delle
richieste del mercato, ed in questo modo abolisce di fatto lo straordinario,
riducendo i costi salariali per l'impresa e provocando l'abbassamento del
salario medio dei lavoratori, già per suo conto "spontaneamente"
stagnante (61).
Dunque, il primo pilastro del progetto-Aubry è la razionalizzazione
del tempo di lavoro, il massimo avvicinamento tra tempo di presenza al lavoro
e tempo di lavoro effettivo, la massima produttività del lavoro raggiunta
attraverso l'incremento della sua intensità. Il secondo è
l'ulteriore sviluppo della flessibilità degli orari, con lo smantellamento
della precedente regolamentazione degli orari, con la massima destrutturazione
possibile, purché non diventi disfunzionale, degli orari collettivi
e delle pause collettive di lavoro (non è solo alla Renault Douai
che si stanno chiudendo le mense), con l'estensione des horaires fractionnés,
del lavoro di notte, del lavoro al sabato, etc. (62).
Il terzo è la "moderazione salariale", ossia l'accettazione
forzata del lento declino del salario reale, ed anche su questo la sua convergenza
con il Medef e la politica della Banca centrale europea è piena.
Il declino del potere d'acquisto dei salari spinge i lavoratori che vogliono
evitare un abbassamento dei loro livelli di vita ad allungare il proprio
tempo di lavoro, dentro e fuori la "propria" impresa. Sicché
il governo Jospin con la mano sinistra riduce l'orario legale, e con
la mano destra crea le condizioni perché aumenti l'orario reale.
Tanto con la stasi dei salari, quanto con la generalizzazione del precariato,
dal momento che sono proprio il governo e lo stato francese i primi produttori
di impieghi precari. La dure vie des travailleurs intérimaires, per
i quali "l'intérim est synonyme de travail non qualifié,
des missions courtes et de superexploitation" (63)
pesa come un ricatto materiale sempre più ravvicinato sulle condizioni
di lavoro e gli orari dei lavoratori a tempo indeterminato: in Francia,
infatti, non c'è più ormai un solo luogo di lavoro in cui
questi non si trovino fianco a fianco degli intérimaires. Il quarto
pilastro del progetto-Aubry, infine, è rappresentato dalle provvidenze
a favore delle imprese che la seconda legge Aubry non subordina neppure
più all'ampliamento degli organici (64).
Ma se è così, perché allora i capitalisti francesi
si agitano tanto contro il governo, finanche nelle piazze? Perché
essi vorrebbero per sé questa libertà di spremere a volontà
gli operai senza neppure concedere loro lo zuccherino della riduzione dell'orario
legale. E perseguono quest'obiettivo con accanimento, profittando proprio
dell'indebolimento della classe lavoratrice provocato dalla flessibilità,
dalla deregolamentazione, dalla precarizzazione. Vogliono tutto e subito:
è questa la ragione del loro attrito con l'Aubry. Che da parte sua,
concordando con loro in toto sui principi di gestione dell'economia di mercato,
chiede loro maggiore lungimiranza e una certa gradualità, per disinnescare
il rischio dell'esplosione della "contraddizione operaia" attraverso
una piccola concessione formale sull'orario (da reclamizzare adeguatamente),
un minimo "relance de la consommation" e alcuni "signes positifs
sur l'emploi".
A questo serve la complessa manovra sulle 35 ore. Essa, ben lungi dall'unire,
omogeneizzandola almeno sul lato degli orari, la condizione dei salariati,
la sta ulteriormente frazionando. Ne sono esclusi infatti i milioni e milioni
di addetti delle piccole-medie imprese, i lavoratori intérimaires,
i più giovani, e la gran parte degli immigrati. E quanto poi agli
inclusi, ogni gruppo di fabbrica dovrà sbrigarsela per proprio conto
poiché, con il concorso delle burocrazie sindacali, imprenditori
e stato hanno negli ultimi anni radicato la pratica disastrosa per la classe
operaia degli accordi azienda per azienda, "articolati" (leggi:
disarticolanti) per stabilimento, per reparto, per mansione. Ecco perché
le 35 ore legali dell'Aubry, più che a pianificare la riduzione d'orario,
servono a pianificare la disorganizzazione della classe, la sua stratificazione
gerarchica. Assai indicativo, in questo senso, è il fatto che,
a legge appena approvata, il governo abbia immediatamente ceduto alle proteste
dei proprietari di tir concedendo loro la possibilità di un particolare
"adattamento" della legge, in base al quale sarà consentito
loro di far lavorare i propri salariati fino a 56 ore la settimana e 220
ore al mese. Come inizio, non c'è male.
In Francia, insomma, c'è sì una legislazione sulle 35 ore
(con la piccola contraddizione di un orario effettivo medio di almeno 40
ore); epperò con il concorso determinante del governo Jospin vi si
stanno radicando tutte le condizioni sociali, politiche, aziendali,
sindacali perché di qui a non molto possano generalizzarsi - se non
riprenderà con decisione l'azione organizzata di lotta del proletariato
- orari intensissimi largamente superiori alle 40 ore (65).
Oltre l'Inghilterra, c'è un paese europeo in cui questa dinamica
regressiva è in uno stadio più avanzato che in Francia: è
l'Italia, il solo paese in cui, oltre la Francia, si sia chiacchierato per
un istante, negli scorsi anni, di introdurre le 35 ore per legge. Osservarne
da vicino la più recente evoluzione è utile per ritornare
dalle presunte eccezioni alla vera regola.
Il caso italiano
Anche in Italia, come in tutto l'Occidente, gli anni '80 e '90 hanno visto,
accanto alla diffusione del "sistema Toyota" (49), l'affermarsi
di quelle politiche neo-liberiste da cui deriva automaticamente - è
il caso di dire, questa volta - una degradazione complessiva delle condizioni
del lavoro salariato anche nel campo del tempo di lavoro.
La liberalizzazione del mercato del lavoro è avvenuta in Italia con
modalità particolari. Non si è verificato, finora, quell'assalto
all'arma bianca concentrato e frontale contro i "limiti istituzionali"
allo sfruttamento della forza-lavoro avvenuto in Gran Bretagna con la politica
thatcheriana e negli Stati Uniti con la politica reaganiana. In Italia lo
smantellamento di tali limiti è avvenuto in modo graduale e con la
compartecipazione delle direzioni sindacali attraverso il metodo della "concertazione",
altrettanto - se non più - devastante per la classe lavoratrice.
Il capitalismo italiano è stato obbligato a seguire questa via più
lunga per aggirare e sgretolare gli argini che avevano posto al dominio
assoluto delle imprese le lotte dell'"autunno caldo", argini costituiti
dall'organizzazione e dalla coscienza di classe dei lavoratori ben più
che da contratti, leggi e leggine. In circa un quindicennio è stata
abolita la scala mobile dei salari; sono state liberalizzate le norme sul
collocamento dei lavoratori; sono stati introdotti il lavoro temporaneo
e a tempo determinato, il lavoro interinale, il lavoro in affitto; sono
stati liberalizzati i licenziamenti; e in mezzo a quest'opera di demolizione
delle garanzie difensive dei lavoratori, nel 1993 è stato compiuto
un primo passo nella ricostruzione di rigidità legali a favore delle
imprese, vincolando la crescita dei salari al livello dell'inflazione programmata.
Si è passati così dalle "rigidità flessibili"
e dimezzate degli anni '70 (dimezzate perché ne erano esclusi i lavoratori
delle piccole e medie imprese) alle flessibilità inflessibili e globali
degli anni '90 (globali perché coinvolgono anche i lavoratori delle
grandi imprese). E, come altrove, questo passaggio ha creato l'habitat
ideale per l'appesantimento e l'allungamento del tempo di lavoro.
Nel caso italiano le statistiche ufficiali sono pressocché inutilizzabili,
mancando in esse ogni forma di seria rilevazione dei reali orari di lavoro.
Ma, a differenza di qualche tempo fa, non mancano gli studiosi in grado
di riconoscere francamente lo stato dei fatti. Scrive ad esempio M. Paci
che in Italia "Gli uomini adulti sono schiacciati dal lavoro (...);
il loro orario di lavoro, di fatto comprensivo degli straordinari, è
rimasto praticamente immutato da molti anni sopra le 40 ore settimanali
e, ad esso, si aggiunge spesso un `secondo lavoro' notevolmente diffuso.
Possiamo dire che la vita dell'uomo adulto italiano è caratterizzata
da una 'iperpartecipazione' al lavoro e da una forte marginalità
delle altre sfere della vita. (...) Le donne, a loro volta, sono schiacciate
dalle attività domestiche. E questo è vero sia che esse siano
pienamente 'casalinghe', sia che abbiano un lavoro esterno. Esse appaiono
- ancora più degli uomini - vincolate nel loro tempo, ricorrendo
spesso ad orari atipici nello svolgimento del lavoro esterno e di quello
domestico (svolto sempre più la sera, il sabato o la domenica). Questa
situazione si va aggravando oggi nella misura in cui si generalizza la cosiddetta
'famiglia lunga' (...). In tal modo il tempo libero delle donne occupate
con un figlio non supera le tre ore al giorno, domenica inclusa (e anche
quello delle casalinghe resta al di sotto delle quattro ore)." (67).
Lunga è per contro, soprattutto nell'Italia meridionale, la esclusione
dei giovani dal lavoro, o almeno dal lavoro stabile, sicché anche
nel "caso italiano" ci si ripresenta quella antiteticità
nella distribuzione del tempo sociale - tanto carico di lavoro da un lato,
tanta disoccupazione e precarietà dall'altro - che milioni di pagine
contro la teoria marxista dell'esercito industriale di riserva non sono
riusciti a far scomparire dalla realtà dell'economia capitalistica.
Benché faccia riferimento a due fattori dell'allungamento dell'orario
medio (doppio lavoro e famiglia lunga), questo ritratto della situazione
del tempo di lavoro in Italia è ancora un po' statico. I fattori
di allungamento della giornata lavorativa sono, in effetti, molti di più.
Lo straordinario, ad esempio, che è in crescita dagli anni '70: nelle
grandi imprese, dove era nel 1975 pari al 2,8% delle ore lavorate, è
balzato al 5,8% nel 1989 per poi variare negli anni '90 da poco più,
poco meno del 5% fino ad oltre l'8% (68).
E va considerato che i livelli più alti di straordinario sono nelle
imprese minori, su cui mancano del tutto dati ufficiali. In secondo luogo,
continua ad espandersi proprio l'area della produzione sommersa (69), che è quella in cui gli orari sono
regolarmente fuori regola: in tante piccole imprese, infatti, le ore di
straordinario sono obbligatorie e spesso non pagate. E' crollato il tasso
di "assenteismo". Si riduce quello delle ferie pagate ed effettivamente
godute. Sono stati varati i primi provvedimenti, che prevedibilmente non
saranno gli ultimi, di allungamento obbligatorio dell'età della pensione.
Si allarga il numero dei giovani che lasciano la scuola prima del tempo
o, comunque, che iniziano a lavorare prima, anche molto prima, dei 18 anni.
Guardata dinamicamente, la situazione italiana di questo avvìo dell'"era
della flessibilità" vede consolidarsi la tendenza alla crescita
del tempo di lavoro medio degli occupati (70).
A fine anni '80 Sylos Labini sostenne che la tendenza all'allungamento degli
orari era dovuta agli "elementi di rigidità del mercato del
lavoro" e al "timore dei lavoratori di perdere il posto di lavoro":
era, insomma, colpa dei lavoratori. Dieci anni dopo, saltate gran parte
delle deprecate rigidità, gli orari sono divenuti più lunghi
di prima; e poiché, nel frattempo, il ricatto della disoccupazione
si è fatto più pesante, i salariati sono ora più coatti
di prima ad accettare gli straordinari, il doppio lavoro, la flessibilità
degli orari, etc. E' un vero, perverso, circolo vizioso.
E che non si tratti di una perversione transitoria ce lo dice il fatto che,
sia in Italia che fuori, sia assurto a modello del capitalismo prossimo
venturo il Nord-Est. Ora, per quanto la letteratura che lo sponsorizza ami
tacere su questo particolare, è palese che una componente fondamentale,
se non la componente fondamentale del successo produttivo del Nord-Est
italiano è costituita da un'alta tensione della prestazione di lavoro
e da una notevole lunghezza del tempo di lavoro, superiore alla media
nazionale ed europea, di una manodopera abbondante e a basso costo.
Il successo competitivo del Nord-Est italiano seppelisce in un colpo solo
tutti i triti stereotipi degli ultimi anni. Saremmo nel post-industriale,
ma il modello vincente è quello dell'area a più rapida industrializzazione
e a più alto tasso di occupazione industriale. Saremmo nell'era del
lavoro iper-qualificato, ma nel Nord-Est il livello medio di qualificazione
e quello dell'istruzione sono più bassi che altrove. Saremmo nella
società "post-lavorista", quella in cui il tempo dominante
sarebbe il tempo libero, o addirittura liberato, ma -guarda caso- è
sugli scudi, in termini capitalistici, l'area in cui si lavora di più
ed il tempo libero è quasi un optional (71).
Il segreto, un segreto di Pulcinella, di aree come questa è proprio
nel "ritorno" a uno sfruttamento estensivo, non solo intensivo,
della forza lavoro, nella combinazione tra orari lunghi e orari intensi.
Ciò era evidente già qualche anno fa: "Si tratta in primo
luogo dello spessore che raggiungono in queste aree gli orari straordinari,
ovviamente. Ma anche più in generale della non contrattazione di
tutti gli aspetti relativi alla prestazione e alla durata lavorativa (...)
Si tratta, per vaste aree della produzione sommersa, di una giornata
lavorativa che è normalmente di 9-10 ore e di una settimana lavorativa
che altrettanto normalmente comprende il lavoro al sabato.
Si tratta di realtà aziendali in cui sono sconosciute le pause, i
recuperi, i rimpiazzi, come le varie forme di allentamento dell'intensità
lavorativa: in cui i problemi di qualità del lavoro vivono uno stadio
primordiale di iniziativa sindacale." (72)
Ancora una volta l'ultima parola della competitività capitalistica
è la prima parola del "superatissimo" Taylor nonché
l'ottavo zero (non dichiarato) di Ohno: zero organizzazione operaia. E poiché
nel frattempo la concorrenza dei paesi dell'Est-Europa e dell'Asia è
diventata assai più diretta, la corsa alla flessibilità degli
orari ha oltrepassato ogni limite. L'estremo lo si è raggiunto, finora,
in una fabbrichetta tessile del Polesine, la G&B di Frassinelle, dove
è stato raggiunto tra la padrona e un sindacato autonomo, la Cisal,
un accordo che prevede l'estendibilità dell'orario giornaliero a
13 ore (escluse le pause) e dell'orario settimanale a 52 ore su sei giorni,
la possibilità di assumere anche fanciulli (73)
e la introduzione con il contratto aziendale di paghe inferiori di un terzo
a quelle minime previste dal contratto nazionale. Senza troppo rischio di
sbagliare previsione, si può anticipare che ovunque uno dei mezzi
fondamentali di resistenza delle imprese minori che non hanno potuto fare
il salto organizzativo e finanziario ad imprese attrezzate per competere
sul mercato mondiale, sarà estendere gli orari di lavoro giornalieri
e settimanali.
Scendiamo ancora di un gradino nella scala delle imprese, verso le minuscole
imprese familiari-artigiane e i laboratori. Lì la deregolamentazione
del tempo di lavoro e la sua capacità di invadere completamente il
tempo di vita raggiungono il livello massimo, sia per i lavoratori cosiddetti
autonomi, sia per i salariati alle loro dipendenze. Il tempo di lavoro vi
è tendenzialmente illimitato. E lo è, ancora una volta, non
per libera scelta dei soggetti che vi sono in modo diretto implicati, "autonomi"
o salariati che siano, se anche così dovesse sembrare loro, ma per
la coazione esercitata su di loro dal capitale ultra-centralizzato che domina
tutte le relazioni del mercato mondiale fin negli angoli più riposti
di esso.
L'allungamento del tempo di lavoro dei lavoratori "autonomi",
così come la sua intensificazione, sono comandati dall'impresa committente
attraverso due meccanismi che non lasciano scampo: il taglio dei tempi di
consegna (che è il perfetto corrispettivo del tradizionale taglio
dei tempi taylorista) e la fissazione del prezzo per i semi-lavorati da
consegnare. Vi è una coazione ancora più forte di quella esercitata
tramite i comandi dei committenti, che deriva dalla condizione permanente
di massima esposizione alle variazioni del mercato propria di tutti i sub-appaltanti.
Per costoro, la possibilità di ridurre il "rischio esistenziale"
sempre in agguato del fallimento passa, inutile a dirsi, per un accresciuto
sforzo di produzione che dal cosiddetto lavoro autonomo si scarica sul lavoro
salariato. In modo diretto, sulle operaie e sugli operai occupati nei laboratori;
in modo indiretto anche sugli operai delle unità d'impresa maggiori,
crescentemente minacciati dalla "esternalizzazione" della produzione
dalle grandi aziende a queste micro-unità dipendenti dagli orari
praticamente illimitati (74).
La Benetton è un ottimo esempio di impresa multinazionale che ha
alle sue dipendenze un vasto sistema di imprese contoterziste: 227 nel 1981,
507 nel 1992, oltre 600 oggi. Si tratta di piccole-piccolissime imprese
forzosamente "specializzate" in una sola fase del ciclo produttivo,
obbligate - con veri e propri patti leonini - a produrre in modo pressocché
esclusivo per la Benetton. Per l'impresa maggiore la convenienza economica
immediata, per tacere d'altro, è nella seguente relazione: fatto
100 il costo medio del lavoro nell'industria italiana, il prezzo medio del
lavoro che la Benetton paga alle sue ditte di sub-appalto va da 65 a 70,
quindi un 30-35% sotto la media. Il modestissimo livello salariale tipico
di queste imprese è il miglior incentivo agli orari lunghi (75).
Ma il Nord-Est italiano non è soltanto un grande laboratorio degli
orari lunghi, è anche un importante campo di sperimentazione dell'intensificazione
del tempo di lavoro. Se nelle imprese nipponiche è previsto di solito
un tempo di pausa intorno ai 15-20 minuti nell'arco di 8-9 ore di lavoro,
alcune non minuscole imprese del Nord-Est possono vantarsi di fare anche
di meglio. Per dirne una, all'Aprilia di Scorzé, nota ditta produttrice
di moto, il tempo di pausa è di 14 minuti per turno, e di recente
si è acceso un contenzioso tra l'impresa e i lavoratori che chiedono
altri 15 minuti di "tempo per respirare". Per dirne un'altra,
alla De Longhi di Mignagola, una fabbrica di piccoli elettrodomestici, il
conflitto è scoppiato invece intorno alla pausa per i bisogni fisiologici,
a seguito di una multa di massa comminata dall'azienda ai lavoratori che
avevano sforato i previsti sette minuti di allontanamento dalla linea di
montaggio.
In quest'ultima fabbrica una rapida inchiesta operaia ha portato alla luce
una densità del tempo di lavoro che è semplicemente allucinante.
Il minimo di pezzi che giornalmente passano per le mani di un'operaia (si
tratta per lo più, infatti, di giovani donne) è di 600, più
di uno al minuto. Il massimo è abitualmente di 1.000-1200, due o
più al minuto, come alle friggitrici, dove i pezzi vanno ultimati
in 29 secondi. Ma neppure questo è il limite estremo di velocità
e di sforzo fisico e psichico richiesto agli operai, lo sforzo deprimente
di stare attentissimi a operazioni ultra-frammentate "a prova di stupido";
c'è di peggio. E' quando, per tenere il passo con le richieste del
mercato o per recuperare il tempo perso per inconvenienti vari, la cadenza
viene elevata fino a 2.000 pezzi a turno, oppure quando si è comandati
a seguire le operazioni di due o tre macchine contemporaneamente. In questi
casi si deve combinare l'estrema attenzione con il continuo movimento, scappando
sensa sosta da una parte all'altra.
"'A volte - dichiara un'operaia - farebbero meglio a pagarmi a chilometro'.
Spesso per il robot i pezzi sono troppo piccoli, si ritorna a lavorare a
mano, e 'rimani bloccata per ore, alla fine non ti ricordi neanche come
si fa a camminare'. (...) Le ragazze che stanno sulla linea hanno margini
di lavoro medio che si aggirano sui 12 secondi, chi salta il pezzo deve
fare i miracoli e recuperare. 'Alcune devono assemblare in 10 secondi 4
viti per tutto il giorno [il che significa 11.520 viti al giorno per 8 ore
piene, 11.060 se si detraggono 15 minuti di pausa] (...) Allo stesso modo,
di corsa, lavorano le operaie che devono infilare le mani per assemblare
la vaschetta per le macchine del caffè. 'Le riconosci subito', spiega
Vladia, e mostra le mani. Le loro mani sono coperte di cerotti per i tagli
che ci si fa nella fretta di sbrigarsi con le vaschette. Nel giro di sei
anni è sparito il tempo per socializzare tra lavoratori: la pausa
pranzo di mezz'ora è una pura finzione. E la mensa, pagata, non esiste:
`hanno monetizzato anche quello'..." (76).
Eden degli orari lunghi ed intensi, il Nord-Est è anche un territorio
in cui sono molto diffusi i cosiddetti orari atipici, cioè il lavoro
a turni 24 ore su 24, quello che è presentato come orario breve perché
scambia il lavoro notturno e ad orario variabile con le 35-36 ore. L'Elettrolux-Zanussi
ne è l'emblema. Quali siano gli effetti distruttivi dell'orario atipico
sulla salute dei lavoratori, sulle loro possibilità di socializzare
e sulla loro capacità di auto-difesa organizzata di classe, sentiamolo
dalla viva voce di chi lo ha sperimentato sulla propria pelle: "Una
delle cose molto importanti che c'erano nella vecchia fabbrica tradizionale
erano i momenti della pausa mensa. Nella pausa mensa c'era chi parlava di
calcio, c'era chi faceva politica, c'era chi parlava di sindacato, ognuno
diceva la sua. Oggi il lavoratore arriva, fa le sue ore in fabbrica , esce.
Io molti lavoratori non li conosco proprio, perché questi hanno chiuso
la relazione con quello che è il mondo di tutti i giorni. (...) Oggi
purtroppo anche le nostre iniziative di lotta sono fatte dopo tre, quattro
o cinque giorni, quando tutto riesce bene, perché questi orari, i
nostri turni, non ci permettono di vederci. (...) La nuova organizzazione
del lavoro impone questi regimi di orari che sono alienanti. Alla Zanussi
di Susegana la stragrande maggioranza usa farmaci per dormire e farmaci
per tenersi calmo. Questa è una realtà di tutti i giorni.
Abbiamo un'infermeria che è sempre frequentata dai lavoratori. Sono
diminuiti gli infortuni, però continuano le piccole (o grandi) malattie
che portano all'esaurimento nervoso. Abbiamo tantissimi casi di persone
esaurite (...), persone che sono veri e propri robot, e questo è
il frutto di questa nuova moderna azienda..." (77).
Dunque, il Nord-Est italiano degli anni '90 conferma in pieno le tendenze
in atto alla scala dell'intero Occidente, con i suoi orari lunghi, saturi
quasi al 100% e crescentemente variabili. Ma anche il Nord-Ovest non scherza.
La Lombardia contende alle regioni orientali il primato della precarietà
e della flessibilità con il continuo incremento del lavoro irregolare
e "atipico" (arrivato a coprire, a Milano, oltre il 60% delle
nuove assunzioni); con l'espansione del lavoro domestico familiare e dell'artigianato;
con i turni di notte e il lavoro al sabato e alla domenica; con "le
ore lavorate ovunque aumentate"; con il salario reale medio diminuito;
in breve, con un globale "arretramento della condizione lavorativa"
dei salariati proletari e con un'accresciuta "miseria sul piano sociale
e delle forme di convivenza" (78).
La fenomenologia dello sfruttamento del lavoro "post-fordista"
rimane altrettanto impressionante se scendiamo verso le aree più
industrializzate del Centro Italia, in particolare per quel che riguarda
gli orari. A fronte di un certo numero di imprese, dislocate soprattutto
in Emilia-Romagna, che hanno operato lo scambio tra lavoro a ciclo continuo
e piccola riduzione formale dell'orario, troviamo un numero assai maggiore
di imprese i cui orari medi sono lontanissimi da quelli legali e contrattuali.
Nel distretto tessile di Prato, uno dei più fiorenti in Italia, gli
orari settimanali oltrepassano di frequente le 50 e perfino le 60 ore a
settimana (79). Nelle imprese maggiori
le relazioni industriali sono di tipo meno selvaggio, ma la tendenza di
fondo non è diversa, benché si avvalga di forme talvolta più
sofisticate. Alla Fiat-Piaggio di Pontedera il toyotismo ha fatto scuola
quanto a Treviso o a Melfi. Ed ecco l'impresa tagliare 20 minuti dal tempo
giornaliero di pausa, obbligando i lavoratori a dedicarne 10 (poi ridotti
a 5) a discutere su come migliorare la qualità del prodotto e altri
10 direttamente alla produzione. O ecco l'Upim di Firenze varare nel 1997
il 1deg. maggio lavorativo per i propri dipendenti in modo da consentire
ad altri lavoratori di far compere anche in quel giorno...
L'ulteriore discesa a Sud non fa che presentare un aggravamento della situazione,
come è scontato che sia in zone ad alto tasso di disoccupazione.
Di Melfi si è già detto. Bisogna aggiungere, però,
che c'è di molto peggio, se non in termini di fabbrica integrata
(80), di sicuro in quei laboratori contoterzisti
che di essa sono quasi sempre dei reparti esterni, e che di quando in quando
dal buio dei sotterranei emergono alla luce del sole per qualche casuale
ispezione. Così a Martina Franca, a Catania, a Nereto, a Gravina
si "scoprono", per un giorno, orari illimitati e arbitrari, adolescenti
di 14 anni al lavoro per meno di 500.000 lire al mese, l'uso della violenza
fisica sui salariati, realtà che dal buio dell'"illegalità"
legale vengono poi immediatamente re-inghiottite. Né sembra che
il distretto industriale meridionale di successo sia quel che si dice un
keynesiano "regno del tempo libero e dell'abbondanza". Guardare,
per credere, al distretto mobiliero di Santeramo. Con gli stabilimenti della
Natuzzi, quotata in borsa a Wall Street, primatisti nello straordinario
strutturale (con orari fino a 12-13 ore di lavoro al giorno), nel controllo
dei tempi, nella messa al bando di ogni attività sindacale e politica
dei lavoratori, con il giornale aziendale che lancia la campagna a premi
per chi riesce a tenersi al di sotto del tasso di assenteismo del 2% e pubblica
solenni elogi di lavoratori-modello capaci di non assentarsi un solo giorno
in 6 anni (81).
Come si è visto per l'intero Occidente, poi, anche in Italia il tempo
di lavoro nel "terziario" segue abbastanza fedelmente le variazioni
determinatesi nell'ambito dell'industria. Sia nella durata, con la liberalizzazione
degli orari nel commercio, che porterà con sé il loro allungamento
e l'estensione dei turni; sia nell'intensità, con il just in time
applicato in modo sistematico ai trasporti privati, o con l'estrema intensificazione
delle prestazioni dei lavoratori Telecom (82).
E' un processo unitario nel quale "flessibilità" chiama
"flessibilità", valorizzazione chiama valorizzazione, in
un crescendo intersettoriale ed internazionale in cui le imprese si sforzano
di abbattere ogni ostacolo che si frapponga alla loro brama di profitti,
e di assimilare sempre nuovi metodi di estrazione del plusvalore.
E anche in Italia, come in tutta Europa, sono sistematicamente i lavoratori
immigrati, sottoposti a vessazioni, discriminazioni e forme di sfruttamento
tutte speciali, a dover sperimentare sulle proprie carni, per primi, metodi
di spremitura che possono tornare utili anche sui lavoratori autoctoni.
L'ultima gemma di questo trattamento differenziale per "razze
e nazionalità di colore" è rappresentato dal cosiddetto
"patto per Milano" firmato da Cisl e Uil con il Comune, che prevede
la completa liberalizzazione delle assunzioni a termine e un salario differenziato
per gli immigrati. Nessun proclama ariano, anzi: la più chiassosa
ripulsa formale di ogni teorizzazione dell'inferiorità delle razze
di colore; epperò i lavoratori immigrati vengono metodicamente usati
come cavie per tutte le innovazioni peggiorative della condizione
operaia (83).
Del pari il Sud di Melfi funge come un campo di sperimentazioni per il Nord
di Mirafiori, il Nord-Est per il Nord-Ovest, l'artigianato per l'impresa
maggiore, l'industria per i "servizi", e viceversa. Ogni giorno
porta una novità (negativa) (84);
e in un contesto di rapporti di forza, per ora, sfavorevoli alla classe
operaia, la regolamentazione legale del tempo di lavoro è sempre
più distanziata e irrisa dalla realtà vera dei rapporti di
forza materiali tra capitale e lavoro, tra la classe capitalistica e la
classe lavoratrice. Infatti, se l'orario settimanale legale è
sceso da 48 a 40 ore, se l'orario contrattuale va addirittura dalle
38 alle 34 ore, l'orario reale medio -l'unico che conta per davvaero-
è nettamente superiore e crescente. Va, a seconda delle stime, da
43 a 45-46 ore alla settimana (85). E
la cosa è talmente di pubblico dominio da restare sconosciuta solo
alla gran parte degli "studiosi" di economia e sociologia del
lavoro, specialisti nel chiudere gli occhi davanti a tutti gli aspetti "sgradevoli"
della condizione operaia. Che è come dire: specialisti nel chiudere
gli occhi davanti alla condizione operaia tout-court.
Anche la situazione italiana dei nostri giorni, quindi, ci riconduce al
punto da cui eravamo partiti. Sia pur tra molte difficoltà, l'accumulazione
del capitale procede. La quantità del capitale per addetto, che è
un buon indicatore della produttività del lavoro, aumenta. La quantità
di forza-lavoro in relazione al capitale fisso accumulato non fa che diminuire.
Il tasso dei profitti è di nuovo in ripresa. Senonché né
il progresso tecnico-scientifico, né l'incremento dei profitti si
stanno traducendo in una riduzione del tempo di lavoro. Anzi, contro ogni
previsione, salvo la nostra, mentre del chiacchiericcio sulle 35
ore per legge non si sente più in Italia neppure un'eco lontana,
il tempo di lavoro si va estendendo progressivamente verso... le 45 ore.
Questi sono i fatti, e non soltanto in Italia.
Sarà il caso di tentare di darsi una spiegazione, o almeno un abbozzo
di spiegazione, di un simile enigma.