temi

 

Malati di lavoro.
Verso le 35 o verso le 45 ore?

di Pietro Basso
 


Questo testo contiene, con piccole modifiche, la prefazione (parte prima) e il quarto capitolo (parte seconda)
della traduzione francese di P. Basso, Tempi moderni, orari antichi. Il tempo di lavoro a fine secolo,
che, con il titolo
Temps modernes, horaires antiques, sta per uscire presso le Editions Page Deux di Lausanne

Parte prima.
Tendenze europee e americane nell'organizzazione del tempo di lavoro.

La società attuale è malata di disoccupazione, dicono molti. Ed è lapalissiano. La stessa Organizzazione internazionale del lavoro stima ormai in un miliardo, su scala mondiale, la massa sterminata dei disoccupati e dei sottoccupati. Pochi, però, vedono che la società malata di disoccupazione è contemporaneamente malata di super-lavoro. E pochissimi mettono in evidenza che nella società di mercato capitalistica le due malattie si alimentano a vicenda, accanendosi sulla medesima parte del "corpo sociale": la classe lavoratrice (o le classi lavoratrici). E' questo, invece, il mio tema: lo sfruttamento intensivo ed estensivo del salariato, vecchio tema di straordinaria attualità.
In Occidente, da almeno venticinque anni, il tempo di lavoro medio dei salariati si sta facendo sempre più pesante ed invadente, sempre più intenso, veloce, variabile e lungo. Tanto nell'industria e in agricoltura, quanto negli altri rami dell'organizzazione sociale; ed in un modo tutto particolare proprio in quel mondo dei "servizi" raffigurato a destra e a manca come l'Eldorado post-moderno del lavoro leggero, pulito, relativamente breve, gratificante.
Una simile tesi può apparire sorprendente, specie nell'anno in cui entra in vigore in Francia la legge sulle 35 ore. Passi per l'intensificazione e la velocizzazione, si dirà; ma che addirittura il tempo di lavoro torni ad allungarsi, è una totale stravaganza che può derivare solo da pregiudizi ideologici estranei ai processi reali. Non è affatto così. Io sono pervenuto a questa conclusione esclusivamente sulla base di uno scrupoloso esame critico dei fatti, che ho esposto nel volume Tempi moderni, orari antichi (1). E chiedo al lettore non prevenuto di verificarlo seguendomi con pazienza.
Il cammino da compiere, lo premetto, è difficoltoso. Innanzitutto perché le fonti ed i metodi di indagine ufficiali sono quasi sempre inattendibili, lasciando fuori dal proprio campo di osservazione una incredibile quantità di tempo di lavoro erogato, dietro compenso e non, dalla comune umanità lavoratrice. Sicché è bene tenere presente dall'inizio alla fine di questa lettura che "gli uomini e le donne lavorano molto di più di quanto non facciano pensare le valutazioni statistiche convenzionali" (2). Questa avvertenza viene non a caso da chi, studiando il lavoro delle donne, si trova davanti alla macroscopica distorsione che fa scomparire dalle statistiche ufficiali, occultandolo, il lavoro quotidianamente svolto dalle donne entro le mura domestiche. Né le falsificazioni contenute in tali statistiche, e da esse socializzate, si fermano qui. Alla loro pigrizia, ai loro - questi sì - ideologici criteri di comodo sfugge anche l'area in grande espansione del lavoro sommerso non domestico (3), del lavoro precario, e la quantità non irrilevante di tempo che, in un'epoca di toyotismo generalizzato, i salariati concedono "volontariamente" alle imprese per provare ad esse la propria fedeltà. Ho fatto perciò un uso limitato e di necessità critico dei dati ufficiali, pur sapendo di potere solo in parte sostituirli con altri capaci di riflettere in pieno il reale stato delle cose.
Ma gli intralci ad un'analisi veritiera dei tempi di lavoro non si limitano alla sfera della statistica. Un secondo genere di difficoltà deriva dall'ottica con cui abitualmente si considera il tempo di lavoro. Essa è, di norma, angustamente nazionale, empirica, appiattita sul presente, e permeata dalla convinzione che in modo più o meno automatico il progresso tecnico ha tagliato nel passato e taglierà in futuro l'orario di lavoro. La mia ottica è differente. Ho preso a costante punto di riferimento il contesto internazionale ed i fortissimi condizionamenti che esso impone a tutti gli ambiti nazionali. Ho adoperato sistematicamente il metodo storico-comparativo, il solo in grado di dare conto in modo unitario di processi sociali che hanno radici, e conseguenze, profonde e lontane. Infine, mi sono tenuto lontano da ogni forma di trionfalismo tecnologico poiché la tecnica, che oggi - mistificando - si presenta come la signora assoluta della vita sociale, non è slegata dai rapporti sociali né sovraordinata ad essi; è semplicemente una potenzialità che può essere usata, anche rispetto al tempo di lavoro, per fini sociali opposti da forze sociali opposte.
L'indagine sugli orari di lavoro effettivi è complicata anche perché esistono nel mondo, e specificamente in Occidente, la sezione del mondo di cui più da vicino ci occuperemo, situazioni e tendenze contraddittorie. Sicché si è inevitabilmente chiamati ad accertare senza arbitrarietà qual è la regola in questa materia e quale l'eccezione, quali spinte giocano a favore del consolidamento della regola, quali contro, ed infine quale nesso c'è tra la regola e le eccezioni. L'intera questione si può schematizzare nei seguenti termini: in fatto di orari di lavoro chi rappresenta al meglio le tendenze di fondo del capitalismo mondializzato, gli Stati Uniti (come ieri il Giappone) o la Francia? A mio avviso la tendenza che sta progressivamente prevalendo è quella "americana", all'appesantimento e all'allungamento del tempo medio di lavoro. Per la gran parte degli studiosi europei, invece, specie se di lingua francese, la risposta scontata è l'altra.
Ho davanti agli occhi un numero speciale di "Croissance", dedicato alle "mille et une façons d'accomoder le temps", che bene esprime un certo modo di pensare. Esso contiene tra l'altro un articolo dal titolo molto esplicito: "Les Américains sont des workaholics fatigués", che con rapidi ed efficaci tratti richiama alla mente il poco allegro record statunitense in fatto di orari di lavoro. Al 1997 un salariato statunitense di sesso maschile, si dice, è tenuto a passare settimanalmente sul luogo di lavoro circa 50 ore, e un 10% oltrepassa abitualmente perfino le 60. Le donne se la cavano con 44 ore, salvo il congruo supplemento di lavoro domestico, considerando il quale si arriva a 65-80 ore di lavoro settimanali, poco meno di 10 o poco più di 11 ore di lavoro effettivo al giorno. Le vacanze? Non più di due settimane l'anno. E se poi si vuole far bella figura con i superiori, con l'impresa, bisogna dedicarle ore supplementari di lavoro col sorriso sulle labbra e, se necessita, donarle anche gli agognati weekend. E' così che la "notion de temps totalement libre, temps pour soi, que l'on peut consacrer à la lecture, à la musique, à la famille, aux amis ou même aux farnientes est un luxe auquel n'ont accès que peu de Nord-Américains" (4). Dunque, gli americani sono ammalati di lavoro-dipendenza. Lo sono fino al punto di subire danni devastanti al proprio "équilibre mental" e alle proprie relazioni personali. Ma da dove viene questo morbo? Quali cause lo hanno generato? Ha un carattere transitorio oppure no? Che ruolo ha giocato e gioca nel forte recupero di concorrenzialità dell'economia statunitense? Quali effetti ha avuto e avrà nel resto dell'Occidente e nel mondo intero? E le condizioni che hanno determinato un allungamento degli orari negli Stati Uniti sono assenti in Europa, o stanno rapidamente formandosi anche qui?
Su tutto ciò è silenzio. Lo rilevo non per cogliere in castagna una giornalista superficiale, ma per additare un modo superficiale di confrontarsi con questo problema che il giornalismo non crea autonomamente, ma assorbe dalla "scienza sociale". Ed in particolare da una sociologia che, in evidente stato di allucinazione, è convinta che "siamo già entrati in una società in cui il tempo libero è superiore al tempo di lavoro" (5), e lascia intendere che prima o poi gli Stati Uniti cambieranno sicuramente "idea", illuminati dal faro di civiltà-Europa. "Les 35 heures aux Etats-Unis? Ce n'est pas pour demain mais l'idée pourrait faire son chemin: les Américains veulent du temps libre", ci si assicura. Che avere più tempo per sé sia il nuovo sogno americano, non si fa fatica a crederlo. Il punto, però, è un altro: perché nel paese che è la locomotiva e il modello del nostro (disgraziato) presente, l'orario di lavoro per i salariati e più ancora per le salariate, per l'intera classe lavoratrice si sta appesantendo e allungando? Perché lì l'esperienza del working longer for less (6) coinvolge ormai, pur se controvoglia, la maggioranza del proletariato proprio nel bel mezzo di una nuova rivoluzione tecnica? Per una risposta di fondo, storico-teorica a questo quesito, debbo rinviare il lettore alla II parte del libro; mi limito ora ad una risposta di tipo descrittivo che consenta un raffronto non impressionistico tra la situazione statunitense e quella europea.
Ebbene, alla base della lavoro-dipendenza statunitense c'è in primo luogo la strisciante riduzione del potere d'acquisto dei salari che va avanti da un ventennio. Ed è un fenomeno di tale portata da far parlare di crisi generale dei salari e da far definire oggi la forza-lavoro statunitense, che appena un quarto di secolo fa era di gran lunga la meglio pagata del mondo, una forza-lavoro a basso costo (7). Il deterioramento dei salari ha coinvolto l'80% degli occupati di sesso maschile ed il 60% delle donne, e contrariamente all'opinione corrente non è rimasto circoscritto ai meno istruiti. Se la rude pressione delle imprese statunitensi a strappare ai propri dipendenti ore su ore di lavoro straordinario (cioè: di vita ordinaria) non ha incontrato in loro la più ostinata opposizione, è stato ed è proprio per effetto della discesa dei salari medi di mercato, e dello stesso salario minimo legale che solo nell'ultimo biennio ha conosciuto una lievissima ripresa. Una discesa a cui ha contribuito non poco il livello tutt'altro che esaltante, quanto a paga e stabilità del lavoro, dei tanto esaltati milioni di "nuovi lavori" creati nell'ambito dei servizi, il cui emblema è e rimane il precario ed ultra-flessibile Mc-job (8).
I bassi salari non sono l'unica causa degli alti orari, s'intende. Nello stesso senso hanno agito anche altri fattori tra loro fortemente interagenti. Il clima d'insicurezza sociale prodotto dall'interminata sequenza dei licenziamenti di massa tra i lavoratori "garantiti" inaugurata nel 1981 dal reaganismo, e proseguita sotto le amministrazioni Clinton con le ristrutturazioni in serie delle corporations (9). La continua erosione dei benefits aziendali e del grado e raggio di copertura sanitaria e pensionistica assicurati dallo stato. La fortissima ripresa dell'immigrazione dall'America latina e dall'Asia che mette a disposizione del capitalismo statunitense una gran quantità di forza-lavoro disposta, per stato di necessità, ad accettare condizioni di lavoro e di orario più pesanti del "normale". Il crescente trasferimento nel Terzo Mondo di produzioni mature o di singoli segmenti di produzione d'avanguardia, e il ricatto che vi si accompagna di procedere a ulteriori trasferimenti. Il declino da lungo tempo della sindacalizzazione dei lavoratori statunitensi, crollata sia per il fallimento strategico della politica delle burocrazie sindacali dell'AFL-CIO (fallimento dal punto di vista degli interessi permanenti dei lavoratori), sia per le specifiche politiche schiaccia-sindacati messe in atto da repubblicani e democratici (10).
Chiediamoci ora se queste condizioni che favoriscono l'appesantimento e l'allungamento del tempo di lavoro negli Stati Uniti non riguardino progressivamente anche l'Europa. L'Europa tutt'intera. A me appare evidente di sì. Quel che si può osservare è, al più, un certo décalage che si spiega con il fatto che l'Europa molto ha recuperato in competitività sugli Stati Uniti dal 1945 al 1975, dato che con il passar del tempo il monopolio danneggia chi lo detiene, mentre almeno per un certo tratto la rovìna da sconfitta bellica avvantaggia gli sconfitti. E che si spiega, anche, con la maggiore combattività ed organizzazione (finora) del proletariato europeo, capace di opporre al corso mondialmente dispiegato del neo-liberismo una resistenza un po' meno disordinata e fragile di quella del proletariato statunitense. Però, a meno di foderarsi gli occhi col prosciutto, la "legge dei lupi" (11) più che mai imperante nel capitalismo mondializzato sta via via imponendosi anche nella "diversa" Europa, Francia compresa.
A moderare prima, e a far descrescere poi, il livello medio dei salari hanno contribuito in progressione i violenti attacchi del thatcherismo, le politiche dei "sacrifici necessari" (necessari a rigonfiare i profitti e le rendite, finanziarie e non) imposte ed auto-imposte dai maggiori sindacati europei, ed infine, con sempre crescente rigore, le politiche anti-inflazionistiche delle banche centrali europee e ora della Banca centrale europea, il cui bersaglio sociale è, come ha affermato J. Halevi, il salario operaio (12). Laddove non hanno potuto arrivare d'un colpo le Thatcher, gli Chirac, i Berlusconi, i Kohl, ci stanno arrivando con più gradualità ma non minore danno (anzi!) per l'autonomia e l'unità della classe lavoratrice, i Blair, i D'Alema, gli Schroeder, i Jospin, sotto la regìa, appunto, dei grandi banchieri. L'Europa crea meno posti di lavoro degli Stati Uniti, è vero; ma li segue in tutto e per tutto nella precarizzazione dei rapporti di lavoro, sì che da due terzi a tre quarti dei nuovi posti di lavoro sono senza le "vecchie" tutele. Il che, lo sanno anche i neonati, indebolisce quanti di esse ancora beneficiano dinanzi alle pressioni per nuove peggiori condizioni di salario e di orario. Del resto, anche in Europa, anche in Francia (13), crescono gli working poor, o no?
Non bastasse poi il processo generale mondiale di globalizzazione della povertà ad offrire ai capitalisti europei appetitose opportunità di decentramento produttivo un po' dovunque nel mondo, è arrivata la manna dell''89. Con il tracollo dei regimi del cosiddetto "socialismo reale" si è aperta, nel patìo dell'Europa, una immensa area per la costruzione di un sistema europeo di migliaia e migliaia di maquiladoras a salari e orari terzomondiali. Polonia, Slovenia, Croazia, Romania, Cechia, Slovacchia, Albania, Bulgaria, Ucraina... E, a coronamento di quel tracollo semi-spontaneo, metodicamente organizzata e condotta in condominio da Stati Uniti ed Europa, la guerra in Jugoslavia ed alla Jugoslavia. In dieci anni, per restare al nostro tema, sono stati spazzati via milioni di posti di lavoro, le 8 ore ed i relativi moderatissimi ritmi di lavoro. Non chiedete lumi, in proposito, alle statistiche ufficiali che non registrano mai nulla o quasi nulla in tempo reale, specie per quello che riguarda il tormento di lavoro imposto alla classe operaia. Ma che le 10-12, e più, ore di lavoro giornaliero stiano dilagando in tutta l'area est-europea è di dominio comune. E stolto, ad essere indulgenti, è chi s'illude e illude che questa potente onda anti-operaia non investirà, non abbia già investito, le condizioni di lavoro e di vita dei salariati europei, a cominciare dai salari e dal tempo di lavoro. In modo indiretto oppure anche in modo diretto, tramite un nuovo, forte sviluppo dei flussi immigratori.
Ci sono dunque tutte le condizioni, salvo - in parte - una: la completa disorganizzazione del movimento proletario, perché l'Europa segua l'America anche per quel che riguarda l'appesantimento e l'allungamento degli orari di lavoro e la lavoro-dipendenza. Il workaholism non è una malattia genetica né dei giapponesi, né dei nord-americani; è solo uno dei portati patologici ("di ogni clima") dell'economia di mercato capitalistica, mai sazia di profitti, assatanata com'è di tempo di lavoro non pagato da arraffare.
Si guardi anche alla "tranquilla" Svizzera, e si troverà la stessa frenesia. Infatti, se le statistiche ufficiali vi registrano un orario di lavoro pressappoco stabile (l'orario legale settimanale di riferimento è ancora quello fissato nel 1964, 46 ore), invece tutto il contesto delle condizioni di lavoro e del mercato del lavoro sta mutando profondamente. La prestazione lavorativa sta facendosi sempre più intensa e flessibile; le assenze dal lavoro sono in netta diminuzione; si sta diffondendo la responsabilizzazione e la reperibilità del salariato anche al di fuori dell'orario di lavoro; il rapporto di lavoro è sempre più all'insegna della precarietà; c'è una progressiva de-regolamentazione del tempo di lavoro; la quota di lavoro straordinario remunerata si riduce; si sta allungando, per contro, l'orario di apertura dei negozi e dei servizi; ogni piccola riduzione degli orari viene pagata con concessioni che di fatto la annullano; si stanno pericolosamente aziendalizzando i contratti di lavoro, e così via (14). Il risultato è un deja vu: la condizione di lavoro ed il tempo di lavoro si stanno appesantendo, e quest'ultimo -nei fatti- si sta facendo sempre più variabile, "disorganizzato", e lungo. Tale è, secondo P. Sergi, anche la precezione dei lavoratori:
"Il y a une hypersensibilité à la désorganisation des heures de travail chez les ouvriers. L'échange du type concession sur le salaire contre de la flexibilité serait tout à fait mal reçu, à juste titre.Ce d'autant plus que l'organisation du travail, sur la journée, implique un calcul du travail effectif -le temps où les travailleurs sont disponibles pour le patron- le plus souvent frauduleux: temps de transport pour se rendre sur le chantier, pauses, temps pour s'habiller, tous `ces temps' ne sont pas inclus dans le travail effectif. L'impression existe chez les travailleurs que depuis 7 heures du matin à 6 heures du soir, il sont toujours en activité" (15). Così in un paese che è tuttora tra i fiori all'occhiello dell'Europa.
Mi preme aggiungere che l'intensificazione, la variabilità e l'allungamento degli orari di lavoro verificatisi in modo non omogeneo in Europa dal 1975 in qua, si sono ripartiti inegualmente tra i sessi, tra le generazioni, e tra le razze e le nazionalità. Tra i sessi, perché il peso maggiore è ricaduto sulle spalle delle donne, che sempre più numerose si sono affacciate sul mercato del lavoro, sia per propria autonoma spinta, sia perché il mercato e gli stati abbisognano di molta nuova forza-lavoro a basso costo, flessibile e in gran parte specializzata nei duri, delicati servizi alle persone. E per queste donne neo-occupate l'onere del lavoro salariato extra-domestico è andato, molto spesso, a sommarsi quasi integralmente a quello del perdurante lavoro domestico, dal momento che la ripartizione dei compiti domestici tra uomini e donne è variata solo marginalmente. Del pari, ai più giovani è toccata una percentuale di lavoro precario, di lavoro pericoloso, di lavoro atipico, di lavoro notturno, di lavoro intenso e ripetitivo, di lavoro "alla carta" e anche di prolungamento dell'orario, sproporzionatamente alta, almeno quanto il corrispondente tasso di disoccupazione (16).
Altrettanto diseguale è stata ed è la ripartizione dei carichi aggiuntivi tra le razze e le nazionalità. Sia gli orari che le mansioni di lavoro più pesanti e disagiate sono ricaduti quasi naturalmente, cioè secondo la natura gerarchizzante e neo-coloniale delle relazioni esistenti sul mercato mondiale, sui lavoratori immigrati (17). Sui quali si è abbattuta pure una politica di restrizione degli ingressi, di moltiplicazione vessatoria dei controlli e di indiscriminata stigmatizzazione da parte dei governi e delle "opinioni pubbliche" europee, che ne ha globalmente abbassato le possibilità concrete di auto-difesa dai meccanismi impersonali (ma bianchi, bianchissimi, occidentali, occidentalissimi) del supersfruttamento differenziale.
Quale posto ha in questo quadro la novità francese delle 35 ore introdotte per legge? E' un'eccezione? E' un bluff? E' un'alternativa? E' un modello che l'Europa, e magari la stessa America, si appresta a copiare? O è una parziale eccezione che può combinarsi funzionalmente, puntellandola, con la regola di segno opposto? A questo problema è dedicata la seconda parte di questo scritto.
Non vorrei lasciare alcun margine di ambiguità sul fatto che la posizione qui sostenuta è l'esatto contrario di un de profundis per la classe lavoratrice. La tendenza al peggioramento complessivo delle condizioni di lavoro e di esistenza per la massa dei lavoratori salariati, all'instaurazione di orari 'antichi' in tempi moderni, è una tendenza inerente al capitalismo maturo e alle sue istituzioni culturali e politiche. Ma non è, per me, una tendenza ineluttabile a cui la classe lavoratrice debba piegarsi come davanti ad un destino già scritto. Già scritto, e certo, per chi ha occhi per vedere ed orecchie per intendere, è soltanto che il capitalismo, anche quello della "new economy", non è in grado di liberare il lavoro e di liberare dal lavoro come pena, come esperienza di estraneazione, come svuotamento fisico e psichico svolto per altri, a cui il salariato è costretto per esigenze di mera sopravvivenza, o di consumo di merci.
Contro lo spirito dei tempi, qui non si celebra né la progressività né l'onnipotenza del capitale, e neppure - à la Foucault - quella del potere politico. Semmai vi si richiama, si evoca, di più non è dato fare al momento, la sola forza sociale capace di contrarre il tempo del lavoro coatto per il profitto e di contestare le sue leggi: la forza della classe lavoratrice. Essa sola, che ha iscritto da secoli sulle proprie bandiere la lotta per la riduzione della giornata lavorativa, ha interesse vitale a riprendere questa lotta su nuove basi con accresciuta intensità ed estensione, a farne una lotta realmente mondiale e trasversale a tutti i settori dell'attività sociale. Insieme, non in opposizione, alla lotta contro la malattia della disoccupazione. Sono convinto che stanno lentamente riunendosi alla scala mondiale tutte le condizioni perché questa ripresa di lotta avvenga. Oggi, è vero, se ne parla poco, specie da parte degli affabulatori professionali. Ed è altrettanto vero che i primi passi - si pensi al primo sciopero europeo per le 35 ore nell'aprile 1992 o ai primi scioperi intercontinentali d'impresa (come quello del 1997 all'UPS) - sono stati molto timidi. Ma né la tradizione di lotta della classe operaia, né la millenaria aspirazione umana a un lavoro che non spezzi il corpo e lo spirito, ad un lavoro da uomini liberi liberamente associati, impegnati a soddisfare solidalmente i più autentici bisogni umani così come questi sono maturati nel corso della storia delle società, sono andate in archivio. Anzi!
La stessa tecnica, lungi dall'essere quella odiosa minaccia che molti temono, sembra rivolgersi ai salariati con il seguente invito: "Sono qui, ragazzi, proprio per soddisfare la vostra più profonda aspirazione. Ma non posso far tutto da sola, tantopiù se mi lasciate prigioniera tra gli artigli del capitale. Liberatemi, e vi aiuterò a liberarvi. E' da un po' che attendo che riprendiate l'iniziativa. Quando diavolo si comincia?". Già: quando diavolo si ricomincia?

Parte seconda.
Verso le 35 o verso le 45 ore?

Rimane ora da discutere l'eccezione apparentemente piu' rilevante alla tendenza all'aumento del tempo di lavoro, ossia quella che proviene dalla situazione tedesca e da quella francese. In Germania le 35 ore sono un dato di fatto, in alcune categorie, da più di un decennio. In Francia le 35 ore sono divenute addirittura legge dello stato. Non è questa la più solenne delle smentite a quanto si è venuto finora dicendo?

Il caso tedesco
Per quel che riguarda la Germania, francamente non capisco dove sia la smentita, o l'eccezione. Le 35 ore dei metalmeccanici e dei tipografici, infatti, sono state il frutto solo ed esclusivamente di un'accesa stagione di lotte. Non c'è stato nessun dono spontaneo delle imprese o dello stato. Al contrario, imprese e stato stanno cooperando da anni per svuotare l'accordo del 1984 e rovesciarlo nel suo contrario anche quando, come nel caso della Volkswagen, sembrano prefigurare ulteriori tagli permanenti dell'orario.
Fuori della Germania si fa molta fatica ad accettare che il proletariato tedesco stia più avanti delle altre sezioni del proletariato europeo. Per un riflesso sciovinistico anti-tedesco che si abbatte anche sui lavoratori tedeschi, la cosa sembra impossibile: ma è semplicemente vera. E non da oggi. Nel 1918 furono gli operai di Berlino, di Amburgo, di Monaco ad ottenere per primi in Europa la giornata di 8 ore. E furono sempre loro ad aprire la strada a tutti gli altri, nel vivo di una sollevazione sociale e politica di tipo pre-rivoluzionario che scosse l'intero ordine capitalistico del continente. Contrariamente alle "ricostruzioni" storiche razziste alla Goldhagen, fu ancora il proletariato tedesco ad essere in prima fila nella resistenza alla marea montante del nazi-fascismo. Prima e dopo l'avvento al potere di Hitler, fino alla vigilia della guerra e perfino, da posizioni molto più deboli, nel corso di essa (18).
Nel secondo dopoguerra, le democrazie "anti-fasciste" vincitrici della guerra hanno fatto il possibile per impedire il ritorno in campo in forze della classe operaia tedesca. Spezzando il paese, l'hanno spezzata in due tronconi, e con il concorso determinante dello stalinismo l'hanno mantenuta per mezzo secolo in questa condizione di menomazione fisica e morale. Mentre non hanno fatto nulla di effettivo per de-nazificare le istituzioni politiche ed amministrative tedesche (19), si sono invece premurate di de-comunistizzare a fondo il movimento proletario tedesco, serrandogli i polsi con un sistema ultra-autoritario di restrizioni alle sue libertà. Messa fuori legge della Kpd, divieto assoluto dello sciopero politico, proibizione dell'attività politica per il sindacato, limitazioni legali del diritto di sciopero anche sul piano sindacale, intensa pressione alla aziendalizzazione del sindacato, e finanche il tentativo di impedire al sindacato di andare oltre il livello provinciale: ecco le misure coattive con cui si è cercato di... lobotomizzare il proletariato tedesco attraverso un'operazione di autentica ingegneria genetico-sociale (20). Una operazione dal significato internazionale, dal momento che questa dura sorte colpiva quella ch'era stata dalla metà dell'800 la punta di diamante teorica e organizzativa dell'intero movimento proletario in Europa.
Compartecipe della tragica sconfitta subìta dal proletariato internazionale negli anni '20, ingiustamente criminalizzata per gli orrori del nazismo, battuta nel suo tentativo di farsi "portavoce del rinnovamento della struttura economico-sociale" della Germania, delusa dalla repressione "sovietica" del moto proletario di Berlino Est nel 1953, la classe operaia tedesca è ripartita, all'ovest, dall'abisso in cui era stata precipitata: dalla lotta economica condotta al livello aziendale. Ma ha saputo via via recuperare posizioni, connotando progressivamente di contenuti "operai" la Mitbestimmung, la forma germanica del "compromesso sociale" post-bellico tra capitale e lavoro (21). Per decenni questo lento ri-accumulo di forze è avvenuto senza particolari scosse entro le maglie formali e sostanziali della co-gestione, rimanendo confinato ai temi del salario e dell'occupazione. Ma nel 1973, l'anno del sessantotto operaio in Germania, è emerso un fenomeno sociale e politico nuovo: il rifiuto di una parte della classe lavoratrice (metallurgici in testa) di sottostare ai deliberati padronali in fatto di tempi e ritmi di lavoro. Questa occasione di scontro vide anche un'altra importante novità: il protagonismo dei lavoratori immigrati, duramente discriminati nella società, ma ormai fortemente presenti nell'organizzazione sindacale (22).
Da quel momento in avanti la Mitbestimmung è stata il terreno di una contesa sempre più accesa tra capitale e lavoro (23). L'attività sindacale e, in senso lato, politica del movimento dei lavoratori si è andata estendendo fino a raggiungere il suo apice nel giugno 1996, quando si è tenuta a Bonn la più grande manifestazione sindacale dalla fine della guerra: 300.000 manifestanti "contro l'abbattimento dei servizi sociali, contro la disoccupazione e contro la riduzione dei salari imposta dallo Stato" (24). Una manifestazione contro la politica complessiva del governo Kohl e del padronato, che replicava, più in grande, la reazione di lotta dei lavoratori tedeschi alla finanziaria del 1993. Tutto ciò succedeva, non a caso, dopo la riunificazione della Germania, dopo una serie di agitazioni operaie nei laender orientali, e dopo un timido inizio di riunificazione delle condizioni materiali, delle forme organizzative e dei sentimenti del proletariato tedesco. Il drammatico frazionamento coatto del dopo-guerra cominciava ad essere una cosa del passato.
La conquista delle 35 ore da parte dei metalmeccanici e dei tipografici, una piccola conquista se paragonata a quella delle 8 ore, ma pur sempre tale, si spiega - lo ripeto - solo ed esclusivamente con il risveglio di lotta della classe operaia tedesca, che dalla metà degli anni '70 ha rivendicato ed ottenuto maggior spazio per le proprie aspettative e i propri bisogni. Un risveglio, va detto, che non ha mai messo realmente in discussione i cardini ideologico-politici della cogestione, e che proprio contro di essi ha finito per infrangersi. Infatti la cogestione si è rivelata un abito sempre più stretto per le attese dei lavoratori: il quadro delle compatibilità capitalistiche nazionali e aziendali all'interno del quale essi speravano di migliorare indefinitamente le loro condizioni materiali è diventato, invece, sempre più vincolante e rigido. E' stato proprio in nome delle "superiori" esigenze della competitività nazionale che la banca e l'imprenditoria della Germania hanno cominciato a colpire sistematicamente ai fianchi la classe lavoratrice. Così la classe lavoratrice tedesca ha subìto la massima erosione strutturale della sua tenuta unitaria, con chiari riflessi negativi anche sugli orari di lavoro, esattamente nel periodo in cui (gli anni '90) ha compiuto il massimo sforzo per coordinare in senso unitario la sua risposta al padronato e al governo. E questo è avvenuto per il ritardo politico, non dei soli lavoratori tedeschi - s'intende -, a svincolarsi da una Mitbestimmung oramai dovunque sul viale del tramonto, al pari dell'impetuoso ciclo di sviluppo post-bellico che l'ha resa possibile.
Neppure in Germania, perciò, che è l'area di gran lunga più forte del capitalismo europeo, si trova traccia di una spontanea, meccanica, processuale riduzione del tempo di lavoro mano a mano che si incrementano il prodotto nazionale lordo, la produttività del lavoro e la redditività delle imprese. Al contrario, vi troviamo mille e una prove dello sforzo della borghesia germanica di abrogare quelle 35 ore che è riuscita comunque a non far generalizzare neppure all'intera industria. A riguardo le statistiche ufficiali degli orari settimanali del 1997 parlano chiaro: 42.9 ore in media alla settimana per l'agricoltura (il settore produttivo dagli orari medi più lunghi, e che quasi mai compare, guarda caso, nelle statistiche divulgate dai mass media); 40.5 ore per l'insieme dei "servizi", con cifre record per il comparto degli alberghi e della ristorazione (44 ore), e medie piuttosto alte anche per i trasporti (41.3) e il settore dei servizi bancari e finanziari (41 ore), mentre la sola pubblica amministrazione si trova, di un pelo, al di sotto delle 40 ore (39,7). Nell'industria la media ufficiale è di 39.3 ore a settimana, con la punta massima di 40.2 in edilizia e la minima di 39 nell'industria manifatturiera (25). Si tratta, nel complesso, di una radiografia piuttosto fedele dei rapporti di forza esistenti tra capitale e lavoro salariato nei differenti settori dell'economia. Dove questo è più concentrato, organizzato e combattivo, lì il tempo di lavoro medio è inferiore. Dove, invece, è più disperso, disorganizzato e passivo, lì il tempo di lavoro medio è superiore.
Dov'è dunque l'eccezione tedesca? dov'è il regno delle 35 ore generalizzate, e ottenute una volta per tutte? Non in Germania. Una ricognizione seria dello stato dei fatti, per la quale sarebbe sufficiente la mera lettura dei dati governativi, fa vedere che le 35 ore sono una realtà solo in alcune enclaves industriali, le grandi e medie fabbriche di un paio di settori, isolate, quasi accerchiate da una situazione globale di altro segno che evolve a zig zag verso l'appesantimento e l'allungamento del tempo di lavoro. L'ottenimento nel 1984 delle 35 ore da parte di metalmeccanici e tipografici (entrate poi in vigore nel 1995) non ha rappresentato neppure l'inizio di quella "apertura di nuove prospettive di sviluppo sociale", di quella "svolta qualitativa" nell'organizzazione della vita sociale che da più parti si era auspicata. Non solo e non tanto per i gravi limiti della lotta operaia, quanto per l'illimitatezza della controffensiva capitalistica che da quel momento si è sviluppata in ogni direzione.
Non starò ora ad inanellare le dichiarazioni esplicite di pentimento rispetto al Lebercompromise rilasciate da questo o quel dirigente d'azienda. Di molto maggior peso è l'attacco materiale, di cui quello verbale è - certo - annuncio e legittimazione, subìto dai lavoratori, a cominciare da quelli delle imprese "privilegiate". Qui l'introduzione delle 35 ore è stata accompagnata da un'aggressione padronale senza tregua a tutti gli elementi unificanti la condizione operaia. Nuovi turni; massima flessibilità degli orari in dipendenza dagli insindacabili bisogni aziendali; crescente pressione a trasformare il sabato (e in prospettiva la domenica) in una giornata lavorativa normale; annualizzazione ed individualizzazione degli orari, con la diffusione delle banche del tempo e della relativa pratica degli straordinari non pagati; ricorso metodico, ovunque possibile, al sub-appalto interno ed esterno, nazionale ed internazionale; guerra ininterrotta delle direzioni aziendali per appropriarsi anche delle minime frazioni di secondo; imposizione del calcolo del tempo di lavoro non più in base al tempo di presenza in fabbrica ma al tempo effettivo svolto in produzione.
E' opportuno dire qui qualche parola almeno su tre delle innovazioni specifiche avvenute in materia di tempi di lavoro.
La prima riguarda l'introduzione dei tempi di lavoro "à la carte", espansisi enormemente nell'ultimo decennio, specie nelle imprese medio-grandi. "Cette forme d'aménagement du temps de travail se base sur la volonté d'élargir les horaires-cadre de travail tout en réduisant ou en abolissant les horaires de travail fixes -ce qui permet de prolonger le temps de travail effectif de l'enterprise dans son ensemble. Des 'horaires de fonction' sont ainsi introduits, en lieu et place des horaires fixes, afin de synchroniser au mieux le temps de travail de chaque employé-e-s avec les besoins de la production, dans chaque secteur" (26). Ma gli orari "à la carte", oltre a ridurre tendenzialmente a zero i tempi "morti" nel lavoro di fabbrica (le imprese sono libere di "renvoyer à la maison" i propri dipendenti "en penurie de travail"), "conduisent à l'augmentation de l'intensité du travail et à un accroissement des heures supplémentaires invisibles". La "impossibilité de déterminer avec exactitude la durée de la journée de travail" fa sì che il confine tra l'orario variabile ed il "surcroit de travail" diventi sempre più evanescente. Di più: nei fatti essa svuota di "impact réel" la riduzione dell'orario settimanale a 35 ore, dal momento che i lavoratori debbono essere permanentemente disponibili -all'istante- a interrompere o a riprendere il lavoro, e sono impossibilitati a programmare il proprio tempo di non lavoro ancor più di prima.
La seconda innovazione, che ha temporalmente preceduto la nascita degli orari "à la carte" e che in un certo senso ne rappresenta il quadro di riferimento "istituzionale", è la cosiddetta "réglementation des 13/18". Essa permette alle imprese di "prolonger le temps de travail hebdomadaire", pur fissando una "quota de temps supplémentaire" da rispettare. Senonché l'esperienza mostra come un 20% delle imprese sia già stabilmente oltre le quote, e come le altre abbiano anch'esse -si tratta di un vecchio vizio dei capitalisti- un interesse morboso "pour l'augmentation du volume de temps du travail". In una simile tendenza non pochi delegati sindacali vedono, con realismo, la "porte d'entrée au démantèlement de la semaine de 35 heures" (27).
La terza innovazione è quella degli Zeitkonten, conti orari o banche del tempo (28). Questo istituto prevede che i lavoratori di un'impresa presi in blocco e, soprattutto, i singoli lavoratori abbiano un libretto del tempo, in cui segnare i propri crediti (le ore in più lavorate rispetto alle norme contrattuali) non per chiederne il pagamento come ore di straordinario, ma per poter godere in cambio, in un dato arco di tempo, di altrettante ore di riposo. E' un istituto che ha trovato enorme favore presso le imprese perché consente loro di variare la quantità del tempo di produzione in relazione alle richieste del mercato, evitando di assumere personale in più quando questo tira, e di dover sborsare salario supplementare per le ore di straordinario. Per i lavoratori, la presunta contropartita dovrebbe essere costituita dalle "maggiori opportunità di gestire il proprio tempo". Senonché queste opportunità sono pressocché del tutto teoriche: quando c'è da intensificare la produzione, è vano sperare in permessi compensativi. Nei fatti i momenti o i periodi di compensazione sono fissati in linea generale dalle direzioni aziendali. L'autodecisione dei salariati resta un miraggio. Inoltre, l'arco di tempo in cui effettuare lo "scambio" si sta di continuo allungando. Inizialmente esso era limitato a un paio di mesi, poi si è esteso all'anno, poi ancora si sono sperimentate forme di compensazione pluriennali, quindi si è arrivati all'intero arco della vita lavorativa ed infine, in Volkswagen, si è arrivati ad ipotecare anche gli anni della pensione.
L'allungamento senza limiti del periodo di compensazione moltiplica il rischio di perdite nette da parte dei lavoratori, dal momento che sistematicamente, in tutti i settori produttivi, i loro crediti superano i loro debiti, non di un'unghia. Negli acquedotti della Renania-Westfalia troviamo un'asimmetria spettacolare: +600/-40 (che corrisponde a un orario settimanale medio al di sopra delle 50 ore!); anche nel settore degli imballaggi ad Amburgo (+224/-170) o nei macchinari a tecnologia avanzata del Baden-Wurttemberg (+150/-72), tanto per citare due soli casi, lo sbilanciamento è nettamente a danno dei salariati. Gli Zeitkonten, dunque, sono - né potrebbe essere diversamente in un contesto capitalistico - l'ennesima forma di quello scambio diseguale tra capitale e lavoro, che è la pietra angolare su cui si poggia tutta l'economia di mercato capitalistica. E si può capire perché, non riuscendo ad ottenere dalle imprese le ore, i giorni, le settimane o... i mesi di riposo compensativo spettanti e temendo il peggio, in molti casi i lavoratori chiedano di monetizzare i propri crediti. In questo modo essi svelano la reale natura degli Zeitkonten: quella di essere dei mezzi non solo per rendere più flessibile l'orario di lavoro, ma anche per renderlo più lungo.
Le conseguenze sociali ed individuali di questa flessibilizzazione ed aziendalizzazione dell'orario di lavoro a tutto campo sono di grande portata, anche sul piano politico. In proposito O. Negt ha osservato: "Penso che per le persone sia un grave pericolo se si perdono i tempi collettivi di riposo. Per rispolverare il vecchio adagio biblico, l'idea che dopo alcuni giorni di lavoro tutti devono riposare, mi pare una grande conquista di civiltà. L'uomo `sempre a disposizione' che gli imprenditori vedono come ideale (...) costituisce il prototipo dell'individuo eterodiretto. L'uomo, cioè, che deve restare a disposizione per gli ordini che arrivano da fuori. Quando l'impresa lo chiama, lavora per due giorni, poi sta ad aspettare. (...) Non credo che la flessibilità porti a un aumento dell'autonomia delle persone, ma al contrario a un aumento della loro dipendenza dall'esterno, e alla perdita dei loro legami sociali e familiari. In questo modo viene contemporaneamente creato un nuovo tipo di individuo politicamente manipolabile: quando le persone sono abituate a rispondere a chiamata, diventa anche più elevato il rischio dell'insorgere di autoritarismi in politica. (...) Di questo passo arriveremo all'uomo sempre in azienda, alla società-azienda. Con l'enorme ricchezza che produciamo perché le persone devono diventare più dipendenti di prima, ridotte a puri satelliti del sole del capitalismo?" (29).
Già: perché? Perché con tutta l'"enorme ricchezza" di merci che produciamo, siamo disgraziatamente ancora dentro e sotto il meccanismo dello "sfruttamento di una classe da parte di un'altra", dell'oppressione di una classe sull'altra. E questo meccanismo non consente ripartizioni eque e solidali dei benefici del progresso tecnico ed organizzativo; procede sempre, come ai tempi della schiavitù formalizzata, in modo antagonistico. Con le loro lotte i metallurgici e i tipografici tedeschi sono riusciti a strappare le 35 ad un padronato tutt'altro che consenziente e contento. Ma questo non ha tardato a contrattaccare, al fine di conquistare la gestione totalmente unilaterale del tempo di lavoro dei salariati. Quest'azione sta rendendo l'intera loro esistenza più dipendente che mai dai comandi del mercato; sta strizzando dal tempo di lavoro ogni goccia di tempo non lavorato; sta ulteriormente velocizzando il tempo di lavoro; e sta riuscendo, per ora, a ridurre di numero e a frammentare la sezione più importante della classe operaia tedesca ed europea, che era uscita consolidata e più unita dal successo della lotta per le 35 ore. Quest'azione, alla fin fine, sta gettando le premesse per rendere reversibile la stessa settimana di 35 ore anche nelle limitate aree produttive in cui è stata fin qui introdotta.
Altrettanto accanita è stata ed è la parallela offensiva della confindustria e della Bundesbank contro l'"alto costo del lavoro", la cui filosofia politica, totalmente trasversale a democristiani e socialdemocratici, è la seguente:
"La Germania deve imparare dall'America, dove la percentuale dei lavoratori è superiore, ma i salari sono più bassi, i servizi sociali sono quasi del tutto assenti, l'orario di lavoro è più lungo e le condizioni di lavoro sono peggiori. Almeno uno dei fautori di un aumento dei redditi da capitale ne parla apertamente: `I salari al lordo delle ritenute devono essere ridotti del 20% se vogliamo tornare al full employment'. E' questa la formula proposta da Norbert Walter, già direttore dell'Institut fur Weltwirtschaft a Kiel e attualmente capo della divisione ricerche economiche presso la Deutsche Bank" (30). Una formula che lo stesso Schroeder ha fatto propria, sostenendo che per assorbire la disoccupazione è necessario lavorare di più.
Diligentemente, capitale e stato in Germania stanno imparando la lezione "americana". Inutile dire come: contro-riformando gli istituti assicurativi e l'indennità di malattia (31); usando la leva fiscale per spostare ricchezza verso il capitale; innalzando i tassi di interesse per imporre una stabile moderazione salariale (32); segando senza pietà gli organici delle imprese; decentrando produzioni all'estero; svuotando i contratti nazionali di lavoro; deregolando il mercato del lavoro. A questo riguardo Ulrich Beck si è spinto fino al punto di parlare di una "brasilianizzazione" del mercato del lavoro tedesco, e ne ha ben donde. Egli stima che nel 1960 solo il 10% dei lavoratori dipendenti poteva considerarsi in una condizione d'impiego precaria, mentre questa quota è salita vertiginosamente negli anni '90, fino a toccare il 33% del lavoro dipendente. In numeri assoluti si tratta di 13.700.000 salariati suddivisi in molteplici figure differenziate, non pochi dei quali lavoratori `nomadi' con più contratti part-time. A cui vanno aggiunti 4.800.000 disoccupati e 3.100.000 in carico all'assistenza sociale, per un totale di 21.640.000 salariati in condizioni di insicurezza, a fronte di 38.500.000 con contratti a tempo indeterminato (33). Una grande, grandissima giungla in espansione che minaccia da vicino le poche `isole-giardino' delle 35 ore, peraltro già infestate dall'interno da ogni forma di flessibilità della prestazione di lavoro.
Questo processo di generale precarizzazione delle condizioni e dei rapporti di lavoro ha avuto un ulteriore impulso per effetto dell'uso capitalistico della riunificazione della Germania. Si è visto prima come la fine formale delle due Germanie abbia avvicinato, anche sul piano contrattuale, i salariati dell'est a quelli dell'ovest. Ma la borghesia tedesca non è restata a guardare. Anzi. Concessi nei primi anni gli inevitabili aumenti salariali all'est, essa ha sempre di più usato le buone competenze ed i più bassi salari dei lavoratori tedesco-orientali (e dell'est europeo tutto) come arma di ricatto contro i lavoratori tedesco-occidentali. E il ricatto si è rivelato efficace anche nel campo del tempo di lavoro, se all'ovest perfino imprese non minuscole del settore metalmeccanico quali la Viessman di Kassel, la Drager di Lubecca, la Dasa di Amburgo o la Sinitec-Siemens di Monaco, hanno deliberato l'allungamento non pagato degli orari, con il ritorno secco alle 38 o alle 40 ore (34). In modo non meno efficace le imprese hanno saputo usare i peggioramenti delle condizioni contrattuali e di lavoro imposti per questa via ad ovest per "abbassare le pretese di integrale parità" emerse ad est dove, soprattutto negli ultimi anni, è divenuta frequente tanto l'applicazione al ribasso "des élements contractuels du salaire", quanto la disapplicazione delle restrizioni contrattuali o legali "dans les domaines du temps de travail, des heures supplémentaires, de la flexibilisation du temps de travail annuel" (35). Un po' per volta, tra colpi inferti all'est e contraccolpi all'ovest e viceversa, il padronato tedesco sta mettendo in discussione l'intero sistema della contrattazione collettiva nazionale, affinché gli operai e i salariati restino sempre più in balìa, da soli, delle singole imprese. Imprese che non di rado, per sfuggire a qualsiasi forma di vincolo contrattuale regionale, nazionale o di settore non esitano a rescindere ogni legame con le proprie associazioni di categoria.
A ben vedere la stessa vicenda della Volkswagen s'inscrive in questo quadro di crescente durezza, precarietà, ed intensità del lavoro, sebbene con la anomalia (che credo provvisoria) della riduzione degli orari al di sotto delle 35 ore.
Intorno al caso Volkswagen, specie in Italia, si è creata una certa confusione, sicché qualche precisazione si rende necessaria. La proposta del 1993 fu, lo si ricordi, una proposta dell'azienda, e si trattò per essa di una difficile scelta obbligata. Non era assolutamente concepibile che all'indomani dell'unificazione la più grande azienda germanica licenziasse in tronco 30.000 dipendenti: sarebbe stato un colpo micidiale al prestigio interno ed esterno dell'economia e della politica della Germania riunificata (la Volkswagen è, dopotutto, una azienda a prevalente partecipazione statale). Doveva essere ricercata una soluzione meno traumatica, per arrivare comunque alle mete che la direzione dell'azienda si era prefissa: la secca riduzione degli effettivi, l'innalzamento dei ritmi e della produttività del lavoro, l'abbassamento dei costi di produzione e il drastico ridimensionamento dell'organizzazione "operaia" (a Wolfsburg era sindacalizzata la totalità, o quasi, della manodopera). La soluzione trovata non è stata la riduzione dell'orario di lavoro, bensì l'altra, nient'affatto equivalente, di ridurre insieme l'orario e il salario, che ha segnato l'ingresso, in Germania, di una possibilità fino ad allora sconosciuta: il taglio dei salari, divenuto da allora un istituto contrattuale anche in altri settori, come quello settore chimico.
Di solito si identifica quell'accordo con l'introduzione del "modello 7x4". Errore. Il numero degli operai che lavora sette ore per quattro giorni è piuttosto limitato. Più corretto è parlare di 140 regimi di orario differenti, di cui il 7x4 è solo il regime più diffuso. E 140 (o, secondo altra stima, 164) tipi di orario differenti significa, in fabbrica e fuori, la massima frammentazione, desincronizzazione, individualizzazione dei tempi di lavoro e dei tempi della vita sociale extra-lavorativa -essendo il tempo di lavoro e quello di non lavoro tra loro indissolubilmente legati-. Non secondaria è stata anche la diversificazione dei regimi di orario tra i diversi stabilimenti del gruppo.
Alla Volkswagen non c'è stata, perciò, una pura riduzione degli orari di lavoro, c'è stata una complessiva riorganizzazione del processo di produzione e del tempo di lavoro, con l'estensione dei turni, del lavoro notturno e di quello festivo, della flessibilità, della mobilità (dentro il singolo stabilimento e tra stabilimenti) ed infine anche degli straordinari, richiesti dall'azienda e ricercati spesso dagli stessi operai, perfino nei fine settimana, come forma di almeno parziale compensazione per la decurtazione del salario (36).
Altro aspetto di rilievo della ristrutturazione dell'organizzazione della produzione alla Volkswagen è stato il fortissimo incremento dei ritmi di lavoro, che risulta evidente in tutte le inchieste compiute sul campo (37). Ma non meno importante, per identificare il vero segno di classe di questo "esperimento", è che ci sia stato, tra pre-pensionamenti, blocco del turn-over e trasferimenti, un salasso occupazionale forzato o "volontario", dal 1993, pari al 25% circa degli addetti, e dunque che l'accordo non abbia salvaguardato, come promesso, neppure i posti di lavoro. No, Wolfsburg non è il gioioso paradiso terrestre dell'orario ridotto e del tempo libero finalmente conquistato per sé: "il sentimento che (vi) regna è la paura, si va a lavorare anche malati o in condizioni fisiche precarie" (38). Ed è proprio la paura di perdere il posto di lavoro in una Germania con oltre 4 milioni di disoccupati che fa prevalere, nelle indagini, il numero dei lavoratori in tutto o in parte soddisfatti sugli insoddisfatti. Si tratta, dopotutto, della soddisfazione per aver scampato un pericolo più grande: il licenziamento. Non a caso la percentuale più alta di giudizi positivi sull'accordo si ha nelle fasce meno qualificate e remunerate della forza lavoro, le più minacciate dalla disoccupazione e dall'esclusione sociale, mentre la percentuale più alta di giudizi negativi si ha nelle fasce a più alto reddito e qualificazione, quelle maggiormente al riparo da simili rischi (39).
In effetti, uno sguardo attento alle condizioni globali di esistenza dei salariati coglie agevolmente gli effetti dolorosi dell'"esperimento-Volkswagen". Il preesistente livello di socializzazione e di solidarietà operaia è stato spezzato, poiché le occasioni di socializzazione tra i lavoratori all'interno ed all'esterno della fabbrica (come i momenti di ricreazione collettiva) si sono fortemente ridotte. I centri di assistenza agli alcolisti o ai soggetti a rischio di alcolismo si sono popolati di pre-pensionati. Sono aumentati i divorzi, le separazioni e le tensioni in famiglia, spesso collegate al fatto che "c'è più tempo per spendere meno denaro", con tutto quello che ne consegue. Data la nuova condizione di precarietà e la scatenata flessibilità che rendono molto più complicato organizzare una vita extra-lavorativa minimamente decente, non sorprende che tra i lavoratori Volkswagen siano in calo i nuovi matrimoni (-30% tra il 1993 e il 1998). Né può considerarsi un progresso, penso, la tendenza a ritornare in famiglia alla tradizionale divisione dei compiti tra uomo e donna, che era stata almeno in parte messa in causa. Tanto per cambiare, sono state proprio le donne, in particolare quelle con figli in difficoltà a scuola, a pagare il prezzo più salato con il record delle dimissioni "volontarie". Che dire poi della riduzione del tasso di sindacalizzazione, della gestione sempre più unilaterale da parte dell'impresa delle condizioni e degli orari di lavoro, poco e male dissimulata da una pretesa "gestione individuale" di essi, oppure del ritorno a metodi sempre più dispotici da parte della direzione (40)? Certo, si può obiettare, e lo fanno i dirigenti sindacali firmatari dell'intesa, che questi fenomeni sarebbero stati ancora più estesi e drammatici nell'ipotesi dei 30.000 licenziamenti in tronco. Vero; e io sarò l'ultimo a minimizzare la capacità di resistenza degli operai. Nondimeno, il punto cruciale è che l'intesa non è riuscita ad impedire sotto nessun aspetto il lento, inesorabile degrado delle condizioni di lavoro e di esistenza dei lavoratori e della loro forza organizzata.
Sei anni dopo l'accordo, il bilancio che se ne può trarre è il seguente. Primo: non è nato alcun nuovo modello 7x4, né alla Volkswagen, né fuori. Secondo: Wolfsburg non è stato affatto il centro motore di una riduzione generalizzata dell'orario di lavoro; è stato ed è un grande laboratorio in cui si sta utilizzando una provvisoria riduzione dell'orario per incrementare stabilmente la flessibilità e l'intensità della prestazione di lavoro, e per cercare di disgregare in modo permanente l'organizzazione operaia.
Nonostante l'enorme incremento della produttività del lavoro avvenuto a Wolfsburg, per la direzione della VW altri sono oramai gli stabilimenti-modello nei quali applicare e superare l'esperimento di Wolfsburg: Resende in Brasile e Mosel in Sassonia. A Resende, un piccolo stabilimento per la produzione di camion, la Volkswagen non ha lavoratori diretti, e l'intero impianto funziona con dei sub-appalti messi in concorrenza tra loro e, si capisce, senza l'ombra d'un sindacato. A Mosel questo "nuovo concetto dell'organizzazione del lavoro" (il largo ricorso alle impresine "sous-traitantes") è stato combinato con gli ultimi ritrovati della tecnologia e dell'intensificazione della prestazione lavorativa sperimentati a Wolfsburg e Hannover, con l'obiettivo di dimezzare i tempi di produzione della Golf. Ma la direzione non è paga neppure dei "miracoli" avvenuti a Resende e a Mosel. Il capo del personale P. Hartz già prospetta una nuova radicale frontiera da conquistare: il Programmentgelt, il salario legato non più al tempo di lavoro erogato ma al raggiungimento degli obiettivi di produzione programmati dall'impresa. L'operaio, che nel frattempo è stato promosso linguisticamente al rango di collaboratore dell'impresa (Mitarbeiter), per ottenere i 5000 marchi promessi come paga globale (non pochi, ma -si ricordi- anche Ford cominciò in questo modo), sarà tenuto a lavorare per tutto il tempo necessario a raggiungere il tetto di produzione fissato dall'impresa. Il limite massimo settimanale previsto è, per ora, quello delle 48 ore; però, una volta accettato il principio generale che è alla base di questa "rivoluzione nell'organizzazione del lavoro", non sarà poi tanto difficile, per le imprese, oltrepassarlo (41).
E' la mondializzazione che lo richiede, si giustifica Hartz. O si cambia in questo senso, facendo saltare completamente per aria i vecchi vincoli di orario (42), o si è battuti in partenza nella corsa alla riduzione dei costi di produzione. Con un cammino tortuoso ma piuttosto rapido, alla Volkswagen (e oltre) l'introduzione delle 28 ore sta aprendo la strada, attraverso la completa deregolamentazione del tempo di lavoro, alle... 48 ore. Alla "brasilianizzazione" (o "americanizzazione") del mercato del lavoro sta per seguire ora quella delle condizioni della prestazione lavorativa, a salario, per il momento, ancora "tedesco".
La mondializzazione... Come si vede, neppure la Germania fa, può fare storia a sé con il suo "capitalismo renano" chiuso in un solo paese ad eterna "economia sociale di mercato" pacificata, secondo il mito che fu di Erhardt e che è stato fatto proprio dalla socialdemocrazia. Anche lì è in atto un furioso confronto tra classe capitalistica e classe lavoratrice intorno al tempo di lavoro. La posta in gioco non è la generalizzazione delle 35 ore o, addirittura, il passaggio alle 32; è il ritorno all'indietro, a orari lunghi, oltre che intensissimi e variabili, fissati sempre più autocraticamente dalle imprese e dallo stato. Finora l'intensificazione del tempo di lavoro e il suo allungamento sembrano procedere spaiati; ma fino a quando sarà così? Finora non vi è stato il completo sfondamento delle linee di difesa del movimento dei lavoratori; tuttavia questo è nettamente sulla difensiva, e in forti difficoltà. Ne potrà venire fuori solo prendendo atto che il vecchio compromesso sociale e politico è finito, e traendone le conseguenze del caso, prima tra tutte la necessità di riconquistare la propria autonomia di movimento e di pensiero dai diktat falsamente naturalistici del mercato, del capitalismo mondializzato. Ma non meno importante sarà la sua capacità di rovesciare l'attuale tendenza alla divisione e alla frammentazione, e di ritessere con forti fili una trama unitaria tra disoccupati-precari e lavoratori più "garantiti", tra i lavoratori dell'ovest e quelli dell'est, tra i lavoratori tedeschi e gli immigrati, tra i lavoratori e le lavoratrici, perché è proprio nella divisione e nella stratificazione gerarchica del salariato accortamente perseguita dal potere economico e politico che con più facilità affonda la lama l'offensiva imprenditoriale. Anche sugli orari di lavoro.

Il caso francese
E la Francia? Per quel che riguarda le tendenze di lungo periodo dell'orario di lavoro, l'originalità francese si pavoneggia di sfumature, di accenti. Al di sotto di piccole variazioni numeriche, infatti, vi operano le medesime tendenze di fondo dell'intero Occidente. Un giudizio affrettato? Non mi pare. Nonostante le apparenze, questo giudizio può essere confermato, nella sua sostanza, anche per quel che riguarda la più recente evoluzione dell'orario di lavoro.
Partiamo naturalmente dallo stato reale delle cose, non dai programmi, dalle intenzioni, o dalle leggi, di cui comunque ci occuperemo in seguito. Ebbene, anche in questo caso basterebbero le statistiche ufficiali a fare piazza pulita della presunta eccezione francese e dell'ancor più presunto "modello francese". Esse ci dicono, infatti, che nel 1997 l'orario di lavoro medio nell'industria era di 39,9 ore alla settimana -1,2 ore in più, non in meno, rispetto al 1987; quello in agricoltura era di 40,8 ore, mentre nei trasporti e comunicazioni eravamo alle 40,6 e nel settore degli hotel e della ristorazione a 43,6. E' cresciuta anche la percentuale dei lavoratori che dichiarano di lavorare più di 45 ore a settimana: era del 15,4% nel 1983, è diventata del 22,6% nel 1995. Ben il 44,2% dei lavoratori dichiara un orario settimanale superiore alle 42 ore. Se questi sono i riscontri ufficiali (43), una ricognizione sul campo fatta in prima persona dà risultati ancor più inequivocabili.
Nel suo Travail jetable, G. Filoche ci dà una descrizione viva e competente (si tratta di un inspecteur du travail) dell'amplissima area dell'economia francese nella quale "5 à 7 millions de salariés sont constraints de travailler près de 45, 50 ou 60 heures par semaine au lieu des fameuses 39 heures légales" (44). Dalle ditte di téléphone rose alle botteghe di coiffeuses et esthéticiennes; dal mondo degli spettacoli, ai café e ai grands magazines de mode; dalla restauration (700.000 addetti) in cui "50 ou 60 heures, 70 heures hebdomadaires sont des durées courantes", al secteur du nettoyage in cui addizionando due-tre lavori part-time non è raro che un salariato o una salariata lavori fino a 250-280 ore al mese; dalla maroquinerie de luxe a l'horlogerie; dal settore del transport routier a quello degli chauffeurs de taxi in cui si fanno talvolta le 35 heures sì, ma... deux fois par semaine; dal secteur des soins hospitaliers, de la santé, des soins à domicile, de l'assistance sociale (743.000 salariati) nel quale ci sono "horaires à rallonge qui se multiplient, turn-over, équipes insuffisantes, week-ends de plus en plus rares", al secteur du batiment che occupa oltre 1,2 milion de salariés nel quale "n'est pas rare, dans des chantiers de rénovation, que des ouvriers travaillent sept jours sur sept, dix heures par jour"; è un panorama impressionante di horaires lunghi e duri che oltrepassano "outrageusement", che ridicolizzano gli orari ufficiali o legali di riferimento. E, come osserveremo in seguito per gli altri paesi dell'Occidente, anche nella "diversa" Francia è nella confection, un ramo produttivo che ricorre largamente al supersfruttamento dei lavoratori immigrati, che gli orari di lavoro "ottocenteschi" conoscono uno dei loro massimi trionfi: "Dans la confection, la situation dans les ateliers du Sentier, et d'autres ateliers `clandestins' dans les grandes villes, est connue. Il n'est pas rare de trouver vingt hommes entassés dans une pièce de quarante mètres carrés derrière leur machine à coudre: ils y travaillent douze ou quatorze heures par jour. De l'avis général, le patronat du textile fait partie de ceux qui se plaignent le plus, qui demandent le plus d'aides, gémissent sans cesse sur le délocalisations, et réclament toujours davantage de déréglementation. Il exige meme que soit autorisé le travail des enfants à partir de quatorze ans en apprentissage en France! Mais sourtout, après la restauration et le batiment, c'est là que les patrons pratiquent le plus le travail dissimulé, le travail des `clandestins', en plein couer des nos grandes villes. Le grandes marques, hypocritement, se servent de la sous-traitance, elles font faire des finitions aux plus bas prix possible par ces ateliers illégaux où des etres humains sont réduits en esclavage. Ils sont presque séquestrés, doivent rembourser les frais des passeurs de filières clandestines d'entrée sur le territoire, et travaillent donc de longues années dans des conditions similaires à celles des pays dont il sons originaires... en plein coeur de Paris." (45).
L'impiego di questa "main-d'oeuvre importée et `esclavagisée' en France meme" (perché sorprendersene?) non è affatto limitato ai settori produttivi maturi. Proprio all'interno dello storico Sentier è nato un distretto della "Internet Economie". E proprio da lì, dov'è regola la soppressione di tutte le regole, il padrone di una di queste nuovissime imprese, la Rosebud, afferma sarcasticamente: sono intenzionato a "lanciare il movimento delle 70 ore", poiché "non ha senso fissare un tetto per legge all'orario di lavoro in un settore in piena espansione, anche occupazionale" (46). Non ha senso fissare un tale tetto per i settori in contrazione per via della concorrenza dell'industria dei paesi del Terzo Mondo, né, ovviamente, ha senso fissarla per i settori in espansione: i capitalisti francesi vecchi e nuovi assomigliano ai loro fratelli-nemici degli altri paesi come si assomigliano due gocce d'acqua. La loro attività preferita? Succhiare più che possono tempo di lavoro non pagato ai propri schiavi salariati, che poi, nella loro magnanimità e nel loro inarrivabile esprit de finesse, si degnano di appellare rispettosamente collaborateurs, collaboratrices, operateurs au operatrices.
Gli orari effettivi lunghi o lunghissimi, e in via di ulteriore allungamento, riguardano soprattutto "le monde des petites enterprises, de la sous-traitance"; ma questo mondo in via di espansione, che copre ormai il 50% degli impieghi salariati privati, ha molteplici e organici nessi con la grande impresa. Nessi di dipendenza, che obbligano i piccoli padroni a non accontentarsi di un profitto, per dir così, normale, ed a ricercare un profitto tale da soddisfare, oltre i loro appetiti, anche quelli ancora maggiori dei "maitres de la mondialisation". Da qui una sorta di coazione, in loro, a violare sistematicamente le leggi, che proviene dai "piani alti" del capitale più concentrato ed "avanzato":
"Ils trichent sur les heures supplémentaires. Il trichent sur les grilles de salaires. Ils trichent sur les `aides' de l'Etat. Ce n'est pas une question de `bon' ou de `mauvais' patron, c'est surtout l'engrenage d'un système [corsivo mio] dont ils sont captifs. L'obligation de recherche du profit maximum les pousse à se comporter en dictateurs, pour `faire sortir le jus' de leurs subordonnés, leur faire effectuer des heures impayées, leur compter chichement leurs salaires, les empecher de s'organiser pour se défendre, limiter le couts exigés pour respecter l'hygiène et la sécurité au travail" (47).
Anche altri autori insistono su questo punto, rappresentando le piccole e medie imprese come il luogo di "une forte dégradation des conditions de travail" degli operai e dei salariati, un vero e proprio regno della "précarité institutionnalisée" al servizio delle grandi imprese (48). Nelle grandi imprese gli orari di lavoro sono in genere più controllati, un po' più conformi alle leggi e ai contratti, ma da tutte le più recenti inchieste emerge un quadro fosco delle condizioni e dei rapporti di lavoro esistenti in esse, in piena conformità con quello che sta avvenendo nelle dimensioni d'impresa minori e negli altri paesi occidentali.
Si nota anzitutto una fortissima intensificazione del lavoro. Alla Renault di Douai, una delle fabbriche auto a più alta produttività del lavoro in Europa, si sta andando alla progressiva abolizione anche delle micro-pause e per evitare qualsiasi interruzione del flusso produttivo, una parte del tempo di pausa è stata spostata a fine turno. La caccia spietata ai "tempi morti" avviene ormai secondo i rigidi dettami del just in time toyotista in vista dell'abbattimento del tempo di fabbricazione di un veicolo a 15 ore (ricordiamo che alla Volkswagen si punta già alle 7,5 ore). Le esigenze dell'impresa vi si impongono in un modo così brutale da produrre una inquietante crescita delle malattie nervose, degl'incidenti e delle morti da superlavoro (49). L'intensificazione del lavoro non è una peculiarità della Renault, è la caratteristica generale della "nuova" organizzazione del lavoro industriale (e non solo di quello industriale) che richiede più attenzione, e un'attenzione costante, nel lavoro, vigilance, disponibilité, concentration, e quindi comporta "un niveau plus élevé d'astreintes psychologiques". Si lavora sotto una crescente pressione a far presto e senza errori, che combina i vecchi metodi tayloristi con la nuova pressione che viene, si dice, "dal cliente", e cioè con i nuovi metodi toyotisti. Cadenze e ritmi di lavoro si fanno sempre più serrati nel quadro di "un travail beaucoup plus constraint" dettato dalla direzione, forse un po' meno penoso sul piano muscolare ma complessivamente più penoso sul piano fisico e mentale (50).
Questo è il clima irrespirabile che gli operai debbono respirare anche nelle usines Peugeot de Sochaux-Montbéliard, dove si fanno sentire pesantemente gli effetti della generale precarizzazione della condizione salariata. "Les salariés se sentent en situation de vulnérabilité objective et subjective et travaillent dans la peur, pour eux-memes et pour leurs enfants". Siamo alla "déstabilisation des stables" esasperata, oltre che dall'evoluzione del mercato del lavoro esterno, anche dalle crescenti difficoltà interne alla fabbrica a lasciare la catena di montaggio e progredire nella stessa ridottissima scala delle categorie operaie, vista la riduzione dei compiti intermedi e il "mouvement vers le bas de la condition ouvrière à travers le rapprochement de la condition des OP et de celle des OS".
A chi si rifiuta di vedere il peggioramento complessivo della condizione operaia in atto da anni grazie alle politiche neo-liberiste ed alla flessibilità sembrerà incomprensibile che i lavoratori della Peugeot vivano il passaggio alle 35 ore come une regréssion. A loro, la declassificazione del sabato a giornata lavorativa normale e la esclusione delle pause dal tempo di lavoro effettivo appaiono come una perdita più grande, in termini materiali e "simbolici", dell'aver guadagnato sulla carta una riduzione dell'orario settimanale di un'ora e mezza-due ore (51). E hanno ragione, perché l'abrogazione di queste due importanti regole-quadro della vecchia organizzazione del tempo di lavoro fa parte di quella più complessiva de-regolamentazione degli orari di lavoro che prelude alla "suppression meme de la notion de durée légale du travail" (52), e non promette nulla di buono per la classe operaia.
Dov'è dunque la vantata originalità francese? Tra horaires à la carte e banche del tempo, tra annualizzazione diffusa degli orari di lavoro (che Filoche definisce "le pire système d'exploitation") e horaires bousculés dalla loro accresciuta variabilità e dal carattere sempre più aléatoire des temps de repos (53), il quadro è quello, tutt'altro che specificamente francese, della massima flessibilità degli orari di lavoro in dipendenza dalle necessità delle imprese, e della gestione crescentemente unilaterale del tempo di lavoro da parte delle direzioni aziendali. L'originalità francese -ci si obietterà- non è nell'atteggiamento del padronato francese, più o meno omogeneo a quello del padronato degli altri paesi occidentali. E' tutta nel ruolo positivo, attivo giocato dallo stato e dal governo francesi nel promuovere la riduzione del tempo di lavoro allo scopo, per dirla con l'Aubry, di "lutter contre le chomage". Un ruolo unico, poiché nell'ultimo trentennio nessun altro governo occidentale ha osato prendere l'iniziativa in questa materia; e, per giunta, motu proprio, in assenza di un vero movimento di lotta del proletariato.
Un momento. La ripresa d'iniziativa del governo francese, a distanza di circa vent'anni da quella legge sulle 39 ore che ha avuto effetti pratici insignificanti, non è affatto scollegata dalla ripresa delle lotte, anzi. Se è incontestabile una pesante caduta della conflittualità e degli scioperi nel periodo 1979-1994, è altrettanto certo che il 1995, "l'anno dei grandi scioperi", ha segnato una forte ripresa delle lotte, che ha avuto degli sviluppi significativi anche negli anni successivi (54). I trombettieri della sociologia di stato (o del mercato, è la stessa cosa) alla Touraine si sono dati da fare per negare al movimento degli scioperi dell'autunno-inverno 1995 non soltanto il suo carattere operaio, ma perfino il suo carattere sociale (55). A sentir loro, si è trattato di un'accozzaglia di spinte "individuali" fondamentalmente corporative e conflittuali al loro stesso interno, "sans project, sans utopie, sans acteur centrale, non politique, hétérogène, et sans expression propre", e perciò senza la minima influenza sul corso sociale e politico né in Francia, né altrove. A me sembra che le cose stiano diversamente. Quella ripresa di conflittualità, partita dagli cheminots, il settore più proletario dei salariati pubblici, ha espresso -in modo embrionale, incompleto quanto si vuole, ma reale- bisogni fortemente sentiti in tutto l'universo del lavoro salariato. E ha messo in moto una dinamica unificante, di ricomposizione di questo universo, intorno alla difesa della "sicurezza sociale" ed al rifiuto di vedere innalzata l'età della pensione. I grandi scioperi del 1995, con il ritorno di protagonismo dei lavoratori, hanno incoraggiato le agitazioni degli chauffeurs routiers, dei sans-papiers, degli impiegati del Crédit Foncier, dei disoccupati e hanno contribuito a creare anche fuori della Francia un ambiente favorevole all'eurogrève des salariés de Renault, all'euromanifestation pour l'emploi di Bruxelles, alla première marche europeènne des chomeurs del 1997 (56).
Nulla, intendiamoci, che costituisca una svolta storica e neppure una rottura paragonabile a quella del 1968. Eppure, è stato un campanello d'allarme più che sufficiente a sollecitare una ripresa dell'intervento statale a sostegno della "coesione sociale" minacciata da una polarizzazione sociale non più solo oggettiva, ma anche soggettiva. L'elemento più significativo dello sciopero dei ferrovieri e di quelli successivi è stato, infatti, il larghissimo consenso che essi hanno trovato nella massa della popolazione, benché fosse "colpita" da quegli stessi scioperi. Qualcosa di molto simile sarebbe successo di lì a poco negli Stati Uniti con lo sciopero dei lavoratori dell'UPS. Questa larga simpatia, questo largo sostegno popolare a scioperi in altre circostanze impopolari si spiegano solo con l'identificazione di tante figure sociali apparentemente disparate con i lavoratori in lotta (l'esatto contrario di quel che affermano Touraine e soci) e, al fondo, con la crescente generalizzazione della condizione salariata e delle sue contraddizioni. Incluse quelle legate alla tematica degli orari, evidentemente. Lo si è visto con nettezza nell'agitazione dei camionisti salariati: quando questi, alla fine del 1997, hanno bloccato l'intera Francia rivendicando l'abbattimento dei loro infernali orari di lavoro, eccedenti anche le 60 ore settimanali, nonostante i disagi, l'opinione pubblica dei salariati è stata decisamente dalla loro parte. Et pour cause! Né si può dire, visti i bassissimi livelli raggiunti dai tassi di sindacalizzazione in Francia, che questa larga solidarietà si debba alla forza istituzionale, davvero scarsa, degli apparati sindacali, per giunta in perenne contrasto tra loro.
Cominciamo, quindi, con il dire che anche in Francia, come in Germania, la proiezione, più apparente che effettiva peraltro, verso le 35 ore non è scollegata dall'azione dei lavoratori. Tuttavia, ne convengo, non può essere ridotta a questo solo fattore. In questa vicenda si esprime anche un'ambiziosa operazione politica del governo Jospin. Un'operazione neo-corporativa, che l'Aubry stessa ha presentato in questo modo: "L'Etat doit prendre des initiatives, offrir des perspectives; bref, donner le la. La loi ne suffit pas. Il faut la mobilisation des partenaires sociaux. La négotiation sociale est indispensable." (57).
Lo Stato, rappresentante del presunto "intéret général", deve creare le condizioni migliori perché "la croissance soit la plus forte possible", per "rechercher toutes les pistes possible pour la rendre plus riche en emplois", per attuare in qualche misura "une redistribution directe de pouvoir d'achat à ceux qui en ont le plus besoin" e "retablir le lien social" tra gli esclusi e la società. L'Etat, l'Etat, encore et toujours l'Etat come regista efficace della vita economica e sociale. Una prospettiva ch'è insieme sub-keynesiana, per la modestia degli obiettivi che lo stato stesso si dà e dei mezzi economici che può mettere in campo, e sub-durkheimiana dato che ha abbandonato il sogno di una generale e crescente cohésion sociale e s'accontenterebbe di retablir il puro e semplice lien sociale là dove si è infranto. E nondimeno una prospettiva ambiziosa perché lo stato punta da un lato a modernizzare le imprese sostenendole nella ricerca della massima produttività del lavoro e nel loro sforzo di "rattraper le retard considérable que nous avons pris sur les nouvelles technologies", e dall'altro a coinvolgere in tale processo di modernizzazione, con l'esca della riduzione dell'orario legale, almeno una parte della classe lavoratrice. Tutto ciò, si badi bene, prestando "aux constraintes économiques" un'attenzione non inferiore a quella dei "milieux patronaux", e avendo quindi la massima cura di "ne pas porter atteinte à la compétitivité de l'enterprise", anzi di migliorarla. E' una vera e propria quadratura del cerchio i cui effetti positivi sull'occupazione e sulla riduzione reale degli orari di lavoro sono ancora tutti da dimostrare, laddove ne sono già piuttosto evidenti le ricadute positive sulle imprese.
Il grande strepito del padronato francese contro l'introduzione delle 35 ore per legge non può far dimenticare che un obiettivo fondamentale del progetto-Aubry è sollecitare le imprese a diventare "plus performantes, en effectuant les memes taches en moins de temps" (58). Come? Anzitutto favorendo e legittimando una totale riorganizzazione del tempo di lavoro, a cominciare dai criteri della sua misurazione. Già con l'avvento delle 39 ore legali ed ancor più ora con quello delle 35 ore, le imprese hanno proceduto al completo ricalcolo del tempo di lavoro, inteso -attenzione- non come tempo di presenza sul posto di lavoro, e tanto meno come tempo di presenza al lavoro più il tempo necessario per andare e tornare dal lavoro (a cui, a rigore, andrebbe anche aggiunto il tempo della formazione), bensì come tempo effettivo di produzione in senso stretto. Il progetto-Aubry dà, con le tipiche astuzie del mitterandismo, un'altra spinta in questa direzione.
"La durée du travail effectiv relève ancore de l'article L 212-4 du Code du travail, qui lui-meme relève d'une loi de Vichy du 28 aout 1942 [si noti che in Germania l'ordinanza Goring sugli orari è rimasta in vigore fino al 1990, e in Italia il decreto regio-fascista del 1923 sulla settimana lavorativa ordinaria di 48 ore è rimasto in vigore fino alla metà degli anni '90...]. C'est cette loi qui a déduit `les temps d'habillage, de casse-croute, les temps d'inaction' du temps de travail. Meme la loi Aubry du 13 juin 1998 s'est refusée in extremis (...) à couper l'article L 212-4: elle a seulement rajouté un autre alinéa précisant que ce temps de travail effectif se définissait par le fait d'etre placé `sous le directives de l'employeur sans pouvoir vaquer librement à ses occupations personnelles'" (59). Un capolavoro di ambiguità che lascia nei fatti le mani libere alle imprese per fare quello che loro più conviene:
"Alors les employeurs continuent de se servir de l'alinéa écrit sous Vichy: lorsque la loi du 13 juin 1998 propose la réduction du temps de travail, ils reculculent les temps en baisse. Ils déduisent les pauses-pipi, les déjeuners sur place, des temps de transport contraintes, des astreintes où le salarié reste poutant subordonné, ou meme ce qu'ils appellent le `présentéism comtemplatif', c'est-à-dire le fait que le salarié ne suit pas toujours à 100% les cadences! Il arrive à certains de pouvoir `rever' sur le lieu de travail, comment soustraire cela de leur temps de travail effectif? Les chefs d'enterprise qui réclament toujours plus de flexibilité deviennent raides lorsqu'il s'agit, à la minute près, de calculer le temps payé de travail. Le décompte de centaines de millions d'heures de travail est en jeu" (60).
Infatti. Attraverso il semplice ricalcolo apparentemente tecnico, in realtà pienamente politico e classista, del tempo di lavoro, il capitale sta compiendo un immenso furto di tempo di lavoro, un immenso furto di tempo di vita ai danni della classe operaia, dell'intero proletariato. In Francia e ovunque. Non minore è il vantaggio che intascano i capitalisti dall'annualizzazione del tempo di lavoro. Essa consente alle imprese di modulare liberamente gli orari espandendoli o contraendoli a seconda delle richieste del mercato, ed in questo modo abolisce di fatto lo straordinario, riducendo i costi salariali per l'impresa e provocando l'abbassamento del salario medio dei lavoratori, già per suo conto "spontaneamente" stagnante (61).
Dunque, il primo pilastro del progetto-Aubry è la razionalizzazione del tempo di lavoro, il massimo avvicinamento tra tempo di presenza al lavoro e tempo di lavoro effettivo, la massima produttività del lavoro raggiunta attraverso l'incremento della sua intensità. Il secondo è l'ulteriore sviluppo della flessibilità degli orari, con lo smantellamento della precedente regolamentazione degli orari, con la massima destrutturazione possibile, purché non diventi disfunzionale, degli orari collettivi e delle pause collettive di lavoro (non è solo alla Renault Douai che si stanno chiudendo le mense), con l'estensione des horaires fractionnés, del lavoro di notte, del lavoro al sabato, etc. (62). Il terzo è la "moderazione salariale", ossia l'accettazione forzata del lento declino del salario reale, ed anche su questo la sua convergenza con il Medef e la politica della Banca centrale europea è piena. Il declino del potere d'acquisto dei salari spinge i lavoratori che vogliono evitare un abbassamento dei loro livelli di vita ad allungare il proprio tempo di lavoro, dentro e fuori la "propria" impresa. Sicché il governo Jospin con la mano sinistra riduce l'orario legale, e con la mano destra crea le condizioni perché aumenti l'orario reale. Tanto con la stasi dei salari, quanto con la generalizzazione del precariato, dal momento che sono proprio il governo e lo stato francese i primi produttori di impieghi precari. La dure vie des travailleurs intérimaires, per i quali "l'intérim est synonyme de travail non qualifié, des missions courtes et de superexploitation" (63) pesa come un ricatto materiale sempre più ravvicinato sulle condizioni di lavoro e gli orari dei lavoratori a tempo indeterminato: in Francia, infatti, non c'è più ormai un solo luogo di lavoro in cui questi non si trovino fianco a fianco degli intérimaires. Il quarto pilastro del progetto-Aubry, infine, è rappresentato dalle provvidenze a favore delle imprese che la seconda legge Aubry non subordina neppure più all'ampliamento degli organici (64).
Ma se è così, perché allora i capitalisti francesi si agitano tanto contro il governo, finanche nelle piazze? Perché essi vorrebbero per sé questa libertà di spremere a volontà gli operai senza neppure concedere loro lo zuccherino della riduzione dell'orario legale. E perseguono quest'obiettivo con accanimento, profittando proprio dell'indebolimento della classe lavoratrice provocato dalla flessibilità, dalla deregolamentazione, dalla precarizzazione. Vogliono tutto e subito: è questa la ragione del loro attrito con l'Aubry. Che da parte sua, concordando con loro in toto sui principi di gestione dell'economia di mercato, chiede loro maggiore lungimiranza e una certa gradualità, per disinnescare il rischio dell'esplosione della "contraddizione operaia" attraverso una piccola concessione formale sull'orario (da reclamizzare adeguatamente), un minimo "relance de la consommation" e alcuni "signes positifs sur l'emploi".
A questo serve la complessa manovra sulle 35 ore. Essa, ben lungi dall'unire, omogeneizzandola almeno sul lato degli orari, la condizione dei salariati, la sta ulteriormente frazionando. Ne sono esclusi infatti i milioni e milioni di addetti delle piccole-medie imprese, i lavoratori intérimaires, i più giovani, e la gran parte degli immigrati. E quanto poi agli inclusi, ogni gruppo di fabbrica dovrà sbrigarsela per proprio conto poiché, con il concorso delle burocrazie sindacali, imprenditori e stato hanno negli ultimi anni radicato la pratica disastrosa per la classe operaia degli accordi azienda per azienda, "articolati" (leggi: disarticolanti) per stabilimento, per reparto, per mansione. Ecco perché le 35 ore legali dell'Aubry, più che a pianificare la riduzione d'orario, servono a pianificare la disorganizzazione della classe, la sua stratificazione gerarchica. Assai indicativo, in questo senso, è il fatto che, a legge appena approvata, il governo abbia immediatamente ceduto alle proteste dei proprietari di tir concedendo loro la possibilità di un particolare "adattamento" della legge, in base al quale sarà consentito loro di far lavorare i propri salariati fino a 56 ore la settimana e 220 ore al mese. Come inizio, non c'è male.
In Francia, insomma, c'è sì una legislazione sulle 35 ore (con la piccola contraddizione di un orario effettivo medio di almeno 40 ore); epperò con il concorso determinante del governo Jospin vi si stanno radicando tutte le condizioni sociali, politiche, aziendali, sindacali perché di qui a non molto possano generalizzarsi - se non riprenderà con decisione l'azione organizzata di lotta del proletariato - orari intensissimi largamente superiori alle 40 ore (65). Oltre l'Inghilterra, c'è un paese europeo in cui questa dinamica regressiva è in uno stadio più avanzato che in Francia: è l'Italia, il solo paese in cui, oltre la Francia, si sia chiacchierato per un istante, negli scorsi anni, di introdurre le 35 ore per legge. Osservarne da vicino la più recente evoluzione è utile per ritornare dalle presunte eccezioni alla vera regola.

Il caso italiano
Anche in Italia, come in tutto l'Occidente, gli anni '80 e '90 hanno visto, accanto alla diffusione del "sistema Toyota" (49), l'affermarsi di quelle politiche neo-liberiste da cui deriva automaticamente - è il caso di dire, questa volta - una degradazione complessiva delle condizioni del lavoro salariato anche nel campo del tempo di lavoro.
La liberalizzazione del mercato del lavoro è avvenuta in Italia con modalità particolari. Non si è verificato, finora, quell'assalto all'arma bianca concentrato e frontale contro i "limiti istituzionali" allo sfruttamento della forza-lavoro avvenuto in Gran Bretagna con la politica thatcheriana e negli Stati Uniti con la politica reaganiana. In Italia lo smantellamento di tali limiti è avvenuto in modo graduale e con la compartecipazione delle direzioni sindacali attraverso il metodo della "concertazione", altrettanto - se non più - devastante per la classe lavoratrice. Il capitalismo italiano è stato obbligato a seguire questa via più lunga per aggirare e sgretolare gli argini che avevano posto al dominio assoluto delle imprese le lotte dell'"autunno caldo", argini costituiti dall'organizzazione e dalla coscienza di classe dei lavoratori ben più che da contratti, leggi e leggine. In circa un quindicennio è stata abolita la scala mobile dei salari; sono state liberalizzate le norme sul collocamento dei lavoratori; sono stati introdotti il lavoro temporaneo e a tempo determinato, il lavoro interinale, il lavoro in affitto; sono stati liberalizzati i licenziamenti; e in mezzo a quest'opera di demolizione delle garanzie difensive dei lavoratori, nel 1993 è stato compiuto un primo passo nella ricostruzione di rigidità legali a favore delle imprese, vincolando la crescita dei salari al livello dell'inflazione programmata. Si è passati così dalle "rigidità flessibili" e dimezzate degli anni '70 (dimezzate perché ne erano esclusi i lavoratori delle piccole e medie imprese) alle flessibilità inflessibili e globali degli anni '90 (globali perché coinvolgono anche i lavoratori delle grandi imprese). E, come altrove, questo passaggio ha creato l'habitat ideale per l'appesantimento e l'allungamento del tempo di lavoro.
Nel caso italiano le statistiche ufficiali sono pressocché inutilizzabili, mancando in esse ogni forma di seria rilevazione dei reali orari di lavoro. Ma, a differenza di qualche tempo fa, non mancano gli studiosi in grado di riconoscere francamente lo stato dei fatti. Scrive ad esempio M. Paci che in Italia "Gli uomini adulti sono schiacciati dal lavoro (...); il loro orario di lavoro, di fatto comprensivo degli straordinari, è rimasto praticamente immutato da molti anni sopra le 40 ore settimanali e, ad esso, si aggiunge spesso un `secondo lavoro' notevolmente diffuso. Possiamo dire che la vita dell'uomo adulto italiano è caratterizzata da una 'iperpartecipazione' al lavoro e da una forte marginalità delle altre sfere della vita. (...) Le donne, a loro volta, sono schiacciate dalle attività domestiche. E questo è vero sia che esse siano pienamente 'casalinghe', sia che abbiano un lavoro esterno. Esse appaiono - ancora più degli uomini - vincolate nel loro tempo, ricorrendo spesso ad orari atipici nello svolgimento del lavoro esterno e di quello domestico (svolto sempre più la sera, il sabato o la domenica). Questa situazione si va aggravando oggi nella misura in cui si generalizza la cosiddetta 'famiglia lunga' (...). In tal modo il tempo libero delle donne occupate con un figlio non supera le tre ore al giorno, domenica inclusa (e anche quello delle casalinghe resta al di sotto delle quattro ore)." (67).
Lunga è per contro, soprattutto nell'Italia meridionale, la esclusione dei giovani dal lavoro, o almeno dal lavoro stabile, sicché anche nel "caso italiano" ci si ripresenta quella antiteticità nella distribuzione del tempo sociale - tanto carico di lavoro da un lato, tanta disoccupazione e precarietà dall'altro - che milioni di pagine contro la teoria marxista dell'esercito industriale di riserva non sono riusciti a far scomparire dalla realtà dell'economia capitalistica.
Benché faccia riferimento a due fattori dell'allungamento dell'orario medio (doppio lavoro e famiglia lunga), questo ritratto della situazione del tempo di lavoro in Italia è ancora un po' statico. I fattori di allungamento della giornata lavorativa sono, in effetti, molti di più. Lo straordinario, ad esempio, che è in crescita dagli anni '70: nelle grandi imprese, dove era nel 1975 pari al 2,8% delle ore lavorate, è balzato al 5,8% nel 1989 per poi variare negli anni '90 da poco più, poco meno del 5% fino ad oltre l'8% (68). E va considerato che i livelli più alti di straordinario sono nelle imprese minori, su cui mancano del tutto dati ufficiali. In secondo luogo, continua ad espandersi proprio l'area della produzione sommersa (69), che è quella in cui gli orari sono regolarmente fuori regola: in tante piccole imprese, infatti, le ore di straordinario sono obbligatorie e spesso non pagate. E' crollato il tasso di "assenteismo". Si riduce quello delle ferie pagate ed effettivamente godute. Sono stati varati i primi provvedimenti, che prevedibilmente non saranno gli ultimi, di allungamento obbligatorio dell'età della pensione. Si allarga il numero dei giovani che lasciano la scuola prima del tempo o, comunque, che iniziano a lavorare prima, anche molto prima, dei 18 anni.
Guardata dinamicamente, la situazione italiana di questo avvìo dell'"era della flessibilità" vede consolidarsi la tendenza alla crescita del tempo di lavoro medio degli occupati (70). A fine anni '80 Sylos Labini sostenne che la tendenza all'allungamento degli orari era dovuta agli "elementi di rigidità del mercato del lavoro" e al "timore dei lavoratori di perdere il posto di lavoro": era, insomma, colpa dei lavoratori. Dieci anni dopo, saltate gran parte delle deprecate rigidità, gli orari sono divenuti più lunghi di prima; e poiché, nel frattempo, il ricatto della disoccupazione si è fatto più pesante, i salariati sono ora più coatti di prima ad accettare gli straordinari, il doppio lavoro, la flessibilità degli orari, etc. E' un vero, perverso, circolo vizioso.
E che non si tratti di una perversione transitoria ce lo dice il fatto che, sia in Italia che fuori, sia assurto a modello del capitalismo prossimo venturo il Nord-Est. Ora, per quanto la letteratura che lo sponsorizza ami tacere su questo particolare, è palese che una componente fondamentale, se non la componente fondamentale del successo produttivo del Nord-Est italiano è costituita da un'alta tensione della prestazione di lavoro e da una notevole lunghezza del tempo di lavoro, superiore alla media nazionale ed europea, di una manodopera abbondante e a basso costo. Il successo competitivo del Nord-Est italiano seppelisce in un colpo solo tutti i triti stereotipi degli ultimi anni. Saremmo nel post-industriale, ma il modello vincente è quello dell'area a più rapida industrializzazione e a più alto tasso di occupazione industriale. Saremmo nell'era del lavoro iper-qualificato, ma nel Nord-Est il livello medio di qualificazione e quello dell'istruzione sono più bassi che altrove. Saremmo nella società "post-lavorista", quella in cui il tempo dominante sarebbe il tempo libero, o addirittura liberato, ma -guarda caso- è sugli scudi, in termini capitalistici, l'area in cui si lavora di più ed il tempo libero è quasi un optional (71).
Il segreto, un segreto di Pulcinella, di aree come questa è proprio nel "ritorno" a uno sfruttamento estensivo, non solo intensivo, della forza lavoro, nella combinazione tra orari lunghi e orari intensi. Ciò era evidente già qualche anno fa: "Si tratta in primo luogo dello spessore che raggiungono in queste aree gli orari straordinari, ovviamente. Ma anche più in generale della non contrattazione di tutti gli aspetti relativi alla prestazione e alla durata lavorativa (...) Si tratta, per vaste aree della produzione sommersa, di una giornata lavorativa che è normalmente di 9-10 ore e di una settimana lavorativa che altrettanto normalmente comprende il lavoro al sabato. Si tratta di realtà aziendali in cui sono sconosciute le pause, i recuperi, i rimpiazzi, come le varie forme di allentamento dell'intensità lavorativa: in cui i problemi di qualità del lavoro vivono uno stadio primordiale di iniziativa sindacale." (72)
Ancora una volta l'ultima parola della competitività capitalistica è la prima parola del "superatissimo" Taylor nonché l'ottavo zero (non dichiarato) di Ohno: zero organizzazione operaia. E poiché nel frattempo la concorrenza dei paesi dell'Est-Europa e dell'Asia è diventata assai più diretta, la corsa alla flessibilità degli orari ha oltrepassato ogni limite. L'estremo lo si è raggiunto, finora, in una fabbrichetta tessile del Polesine, la G&B di Frassinelle, dove è stato raggiunto tra la padrona e un sindacato autonomo, la Cisal, un accordo che prevede l'estendibilità dell'orario giornaliero a 13 ore (escluse le pause) e dell'orario settimanale a 52 ore su sei giorni, la possibilità di assumere anche fanciulli (73) e la introduzione con il contratto aziendale di paghe inferiori di un terzo a quelle minime previste dal contratto nazionale. Senza troppo rischio di sbagliare previsione, si può anticipare che ovunque uno dei mezzi fondamentali di resistenza delle imprese minori che non hanno potuto fare il salto organizzativo e finanziario ad imprese attrezzate per competere sul mercato mondiale, sarà estendere gli orari di lavoro giornalieri e settimanali.
Scendiamo ancora di un gradino nella scala delle imprese, verso le minuscole imprese familiari-artigiane e i laboratori. Lì la deregolamentazione del tempo di lavoro e la sua capacità di invadere completamente il tempo di vita raggiungono il livello massimo, sia per i lavoratori cosiddetti autonomi, sia per i salariati alle loro dipendenze. Il tempo di lavoro vi è tendenzialmente illimitato. E lo è, ancora una volta, non per libera scelta dei soggetti che vi sono in modo diretto implicati, "autonomi" o salariati che siano, se anche così dovesse sembrare loro, ma per la coazione esercitata su di loro dal capitale ultra-centralizzato che domina tutte le relazioni del mercato mondiale fin negli angoli più riposti di esso.
L'allungamento del tempo di lavoro dei lavoratori "autonomi", così come la sua intensificazione, sono comandati dall'impresa committente attraverso due meccanismi che non lasciano scampo: il taglio dei tempi di consegna (che è il perfetto corrispettivo del tradizionale taglio dei tempi taylorista) e la fissazione del prezzo per i semi-lavorati da consegnare. Vi è una coazione ancora più forte di quella esercitata tramite i comandi dei committenti, che deriva dalla condizione permanente di massima esposizione alle variazioni del mercato propria di tutti i sub-appaltanti. Per costoro, la possibilità di ridurre il "rischio esistenziale" sempre in agguato del fallimento passa, inutile a dirsi, per un accresciuto sforzo di produzione che dal cosiddetto lavoro autonomo si scarica sul lavoro salariato. In modo diretto, sulle operaie e sugli operai occupati nei laboratori; in modo indiretto anche sugli operai delle unità d'impresa maggiori, crescentemente minacciati dalla "esternalizzazione" della produzione dalle grandi aziende a queste micro-unità dipendenti dagli orari praticamente illimitati (74).
La Benetton è un ottimo esempio di impresa multinazionale che ha alle sue dipendenze un vasto sistema di imprese contoterziste: 227 nel 1981, 507 nel 1992, oltre 600 oggi. Si tratta di piccole-piccolissime imprese forzosamente "specializzate" in una sola fase del ciclo produttivo, obbligate - con veri e propri patti leonini - a produrre in modo pressocché esclusivo per la Benetton. Per l'impresa maggiore la convenienza economica immediata, per tacere d'altro, è nella seguente relazione: fatto 100 il costo medio del lavoro nell'industria italiana, il prezzo medio del lavoro che la Benetton paga alle sue ditte di sub-appalto va da 65 a 70, quindi un 30-35% sotto la media. Il modestissimo livello salariale tipico di queste imprese è il miglior incentivo agli orari lunghi (75).
Ma il Nord-Est italiano non è soltanto un grande laboratorio degli orari lunghi, è anche un importante campo di sperimentazione dell'intensificazione del tempo di lavoro. Se nelle imprese nipponiche è previsto di solito un tempo di pausa intorno ai 15-20 minuti nell'arco di 8-9 ore di lavoro, alcune non minuscole imprese del Nord-Est possono vantarsi di fare anche di meglio. Per dirne una, all'Aprilia di Scorzé, nota ditta produttrice di moto, il tempo di pausa è di 14 minuti per turno, e di recente si è acceso un contenzioso tra l'impresa e i lavoratori che chiedono altri 15 minuti di "tempo per respirare". Per dirne un'altra, alla De Longhi di Mignagola, una fabbrica di piccoli elettrodomestici, il conflitto è scoppiato invece intorno alla pausa per i bisogni fisiologici, a seguito di una multa di massa comminata dall'azienda ai lavoratori che avevano sforato i previsti sette minuti di allontanamento dalla linea di montaggio.
In quest'ultima fabbrica una rapida inchiesta operaia ha portato alla luce una densità del tempo di lavoro che è semplicemente allucinante. Il minimo di pezzi che giornalmente passano per le mani di un'operaia (si tratta per lo più, infatti, di giovani donne) è di 600, più di uno al minuto. Il massimo è abitualmente di 1.000-1200, due o più al minuto, come alle friggitrici, dove i pezzi vanno ultimati in 29 secondi. Ma neppure questo è il limite estremo di velocità e di sforzo fisico e psichico richiesto agli operai, lo sforzo deprimente di stare attentissimi a operazioni ultra-frammentate "a prova di stupido"; c'è di peggio. E' quando, per tenere il passo con le richieste del mercato o per recuperare il tempo perso per inconvenienti vari, la cadenza viene elevata fino a 2.000 pezzi a turno, oppure quando si è comandati a seguire le operazioni di due o tre macchine contemporaneamente. In questi casi si deve combinare l'estrema attenzione con il continuo movimento, scappando sensa sosta da una parte all'altra.
"'A volte - dichiara un'operaia - farebbero meglio a pagarmi a chilometro'. Spesso per il robot i pezzi sono troppo piccoli, si ritorna a lavorare a mano, e 'rimani bloccata per ore, alla fine non ti ricordi neanche come si fa a camminare'. (...) Le ragazze che stanno sulla linea hanno margini di lavoro medio che si aggirano sui 12 secondi, chi salta il pezzo deve fare i miracoli e recuperare. 'Alcune devono assemblare in 10 secondi 4 viti per tutto il giorno [il che significa 11.520 viti al giorno per 8 ore piene, 11.060 se si detraggono 15 minuti di pausa] (...) Allo stesso modo, di corsa, lavorano le operaie che devono infilare le mani per assemblare la vaschetta per le macchine del caffè. 'Le riconosci subito', spiega Vladia, e mostra le mani. Le loro mani sono coperte di cerotti per i tagli che ci si fa nella fretta di sbrigarsi con le vaschette. Nel giro di sei anni è sparito il tempo per socializzare tra lavoratori: la pausa pranzo di mezz'ora è una pura finzione. E la mensa, pagata, non esiste: `hanno monetizzato anche quello'..." (76).
Eden degli orari lunghi ed intensi, il Nord-Est è anche un territorio in cui sono molto diffusi i cosiddetti orari atipici, cioè il lavoro a turni 24 ore su 24, quello che è presentato come orario breve perché scambia il lavoro notturno e ad orario variabile con le 35-36 ore. L'Elettrolux-Zanussi ne è l'emblema. Quali siano gli effetti distruttivi dell'orario atipico sulla salute dei lavoratori, sulle loro possibilità di socializzare e sulla loro capacità di auto-difesa organizzata di classe, sentiamolo dalla viva voce di chi lo ha sperimentato sulla propria pelle: "Una delle cose molto importanti che c'erano nella vecchia fabbrica tradizionale erano i momenti della pausa mensa. Nella pausa mensa c'era chi parlava di calcio, c'era chi faceva politica, c'era chi parlava di sindacato, ognuno diceva la sua. Oggi il lavoratore arriva, fa le sue ore in fabbrica , esce. Io molti lavoratori non li conosco proprio, perché questi hanno chiuso la relazione con quello che è il mondo di tutti i giorni. (...) Oggi purtroppo anche le nostre iniziative di lotta sono fatte dopo tre, quattro o cinque giorni, quando tutto riesce bene, perché questi orari, i nostri turni, non ci permettono di vederci. (...) La nuova organizzazione del lavoro impone questi regimi di orari che sono alienanti. Alla Zanussi di Susegana la stragrande maggioranza usa farmaci per dormire e farmaci per tenersi calmo. Questa è una realtà di tutti i giorni. Abbiamo un'infermeria che è sempre frequentata dai lavoratori. Sono diminuiti gli infortuni, però continuano le piccole (o grandi) malattie che portano all'esaurimento nervoso. Abbiamo tantissimi casi di persone esaurite (...), persone che sono veri e propri robot, e questo è il frutto di questa nuova moderna azienda..." (77).
Dunque, il Nord-Est italiano degli anni '90 conferma in pieno le tendenze in atto alla scala dell'intero Occidente, con i suoi orari lunghi, saturi quasi al 100% e crescentemente variabili. Ma anche il Nord-Ovest non scherza. La Lombardia contende alle regioni orientali il primato della precarietà e della flessibilità con il continuo incremento del lavoro irregolare e "atipico" (arrivato a coprire, a Milano, oltre il 60% delle nuove assunzioni); con l'espansione del lavoro domestico familiare e dell'artigianato; con i turni di notte e il lavoro al sabato e alla domenica; con "le ore lavorate ovunque aumentate"; con il salario reale medio diminuito; in breve, con un globale "arretramento della condizione lavorativa" dei salariati proletari e con un'accresciuta "miseria sul piano sociale e delle forme di convivenza" (78).
La fenomenologia dello sfruttamento del lavoro "post-fordista" rimane altrettanto impressionante se scendiamo verso le aree più industrializzate del Centro Italia, in particolare per quel che riguarda gli orari. A fronte di un certo numero di imprese, dislocate soprattutto in Emilia-Romagna, che hanno operato lo scambio tra lavoro a ciclo continuo e piccola riduzione formale dell'orario, troviamo un numero assai maggiore di imprese i cui orari medi sono lontanissimi da quelli legali e contrattuali. Nel distretto tessile di Prato, uno dei più fiorenti in Italia, gli orari settimanali oltrepassano di frequente le 50 e perfino le 60 ore a settimana (79). Nelle imprese maggiori le relazioni industriali sono di tipo meno selvaggio, ma la tendenza di fondo non è diversa, benché si avvalga di forme talvolta più sofisticate. Alla Fiat-Piaggio di Pontedera il toyotismo ha fatto scuola quanto a Treviso o a Melfi. Ed ecco l'impresa tagliare 20 minuti dal tempo giornaliero di pausa, obbligando i lavoratori a dedicarne 10 (poi ridotti a 5) a discutere su come migliorare la qualità del prodotto e altri 10 direttamente alla produzione. O ecco l'Upim di Firenze varare nel 1997 il 1deg. maggio lavorativo per i propri dipendenti in modo da consentire ad altri lavoratori di far compere anche in quel giorno...
L'ulteriore discesa a Sud non fa che presentare un aggravamento della situazione, come è scontato che sia in zone ad alto tasso di disoccupazione. Di Melfi si è già detto. Bisogna aggiungere, però, che c'è di molto peggio, se non in termini di fabbrica integrata (80), di sicuro in quei laboratori contoterzisti che di essa sono quasi sempre dei reparti esterni, e che di quando in quando dal buio dei sotterranei emergono alla luce del sole per qualche casuale ispezione. Così a Martina Franca, a Catania, a Nereto, a Gravina si "scoprono", per un giorno, orari illimitati e arbitrari, adolescenti di 14 anni al lavoro per meno di 500.000 lire al mese, l'uso della violenza fisica sui salariati, realtà che dal buio dell'"illegalità" legale vengono poi immediatamente re-inghiottite. Né sembra che il distretto industriale meridionale di successo sia quel che si dice un keynesiano "regno del tempo libero e dell'abbondanza". Guardare, per credere, al distretto mobiliero di Santeramo. Con gli stabilimenti della Natuzzi, quotata in borsa a Wall Street, primatisti nello straordinario strutturale (con orari fino a 12-13 ore di lavoro al giorno), nel controllo dei tempi, nella messa al bando di ogni attività sindacale e politica dei lavoratori, con il giornale aziendale che lancia la campagna a premi per chi riesce a tenersi al di sotto del tasso di assenteismo del 2% e pubblica solenni elogi di lavoratori-modello capaci di non assentarsi un solo giorno in 6 anni (81).
Come si è visto per l'intero Occidente, poi, anche in Italia il tempo di lavoro nel "terziario" segue abbastanza fedelmente le variazioni determinatesi nell'ambito dell'industria. Sia nella durata, con la liberalizzazione degli orari nel commercio, che porterà con sé il loro allungamento e l'estensione dei turni; sia nell'intensità, con il just in time applicato in modo sistematico ai trasporti privati, o con l'estrema intensificazione delle prestazioni dei lavoratori Telecom (82). E' un processo unitario nel quale "flessibilità" chiama "flessibilità", valorizzazione chiama valorizzazione, in un crescendo intersettoriale ed internazionale in cui le imprese si sforzano di abbattere ogni ostacolo che si frapponga alla loro brama di profitti, e di assimilare sempre nuovi metodi di estrazione del plusvalore.
E anche in Italia, come in tutta Europa, sono sistematicamente i lavoratori immigrati, sottoposti a vessazioni, discriminazioni e forme di sfruttamento tutte speciali, a dover sperimentare sulle proprie carni, per primi, metodi di spremitura che possono tornare utili anche sui lavoratori autoctoni. L'ultima gemma di questo trattamento differenziale per "razze e nazionalità di colore" è rappresentato dal cosiddetto "patto per Milano" firmato da Cisl e Uil con il Comune, che prevede la completa liberalizzazione delle assunzioni a termine e un salario differenziato per gli immigrati. Nessun proclama ariano, anzi: la più chiassosa ripulsa formale di ogni teorizzazione dell'inferiorità delle razze di colore; epperò i lavoratori immigrati vengono metodicamente usati come cavie per tutte le innovazioni peggiorative della condizione operaia (83).
Del pari il Sud di Melfi funge come un campo di sperimentazioni per il Nord di Mirafiori, il Nord-Est per il Nord-Ovest, l'artigianato per l'impresa maggiore, l'industria per i "servizi", e viceversa. Ogni giorno porta una novità (negativa) (84); e in un contesto di rapporti di forza, per ora, sfavorevoli alla classe operaia, la regolamentazione legale del tempo di lavoro è sempre più distanziata e irrisa dalla realtà vera dei rapporti di forza materiali tra capitale e lavoro, tra la classe capitalistica e la classe lavoratrice. Infatti, se l'orario settimanale legale è sceso da 48 a 40 ore, se l'orario contrattuale va addirittura dalle 38 alle 34 ore, l'orario reale medio -l'unico che conta per davvaero- è nettamente superiore e crescente. Va, a seconda delle stime, da 43 a 45-46 ore alla settimana (85). E la cosa è talmente di pubblico dominio da restare sconosciuta solo alla gran parte degli "studiosi" di economia e sociologia del lavoro, specialisti nel chiudere gli occhi davanti a tutti gli aspetti "sgradevoli" della condizione operaia. Che è come dire: specialisti nel chiudere gli occhi davanti alla condizione operaia tout-court.
Anche la situazione italiana dei nostri giorni, quindi, ci riconduce al punto da cui eravamo partiti. Sia pur tra molte difficoltà, l'accumulazione del capitale procede. La quantità del capitale per addetto, che è un buon indicatore della produttività del lavoro, aumenta. La quantità di forza-lavoro in relazione al capitale fisso accumulato non fa che diminuire. Il tasso dei profitti è di nuovo in ripresa. Senonché né il progresso tecnico-scientifico, né l'incremento dei profitti si stanno traducendo in una riduzione del tempo di lavoro. Anzi, contro ogni previsione, salvo la nostra, mentre del chiacchiericcio sulle 35 ore per legge non si sente più in Italia neppure un'eco lontana, il tempo di lavoro si va estendendo progressivamente verso... le 45 ore. Questi sono i fatti, e non soltanto in Italia.
Sarà il caso di tentare di darsi una spiegazione, o almeno un abbozzo di spiegazione, di un simile enigma.