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Uno degli aspetti più complessi dell'esperienza dell'ex
URSS è senza dubbio il ruolo giocato dalla classe operaia durante
il settantennio.
Melchionda porta una lunga lista di problemi aperti. Segnala "l'intimo
rapporto esistito tra gli operai e l'esperimento sovietico" e sostiene
che solo una concezione ideologica e mitizzante della classe operaia può
impedire di vedere che "in Unione Sovietica gli operai sono stati classe
centrale ed egemone a tutti gli effetti: tra loro avveniva il reclutamento
dell'élite politica; in loro nome erano tenuti sotto controllo e
repressi (o eliminati, nei casi della borghesia e dell'aristocrazia) gli
altri strati sociali (contadini e intellettuali); per assecondare i loro
interessi corporativi erano istituiti i tanti privilegi economici, assistenziali
e lavorativi; per garantire la loro sopravvivenza e riproduzione come clas-se
si dilatava a dismisura la base industriale. (...) Quel che le interpretazioni
di sinistra non spiegano (...) è perché la classe operaia
si sia fatta espropriare del proprio destino e anzi abbia manifestato un
consenso sostanziale verso il presunto tradimento. (...) non capisco come
una clas- se possa essere giudicata matura per la rivoluzione e non per
la ricerca, una volta insediata al potere, delle soluzioni più adatte
allo sviluppo dell'esperienza, che non consiste necessariamente nell'avanzata
verso il comunismo. Il problema, evidentemente, è più di fondo.
Forse implica un ripensamento del giudizio sulla classe operaia come soggetto
rivoluzionario in quanto tale". Infatti "la classe operaia in
Unione Sovietica, privilegiando le proprie esigenze corporative, ha dimostrato
di non essere in alcun modo la 'classe generale' profetizzata dal marxismo,
nonostante vi disponesse di tutte le condizioni favorevoli".
Fin qui una brevissima sintesi del pensiero dell'Autore su questo specifico
argomento. Io ho una visione differente e non condivido la sua progressione
logica: esporrò, quindi, una serie di fatti e considerazioni che
vanno in una direzione diversa. Tralascerò qualsiasi riflessione
sulla "classe operaia come classe generale" e mi limiterò
al tema della classe operaia russo-sovietica.
Quando Melchionda dice che "la classe operaia non ce l'ha fatta"
non prende in considerazione il fatto che nella storia russa (poi sovietica)
abbiamo in realtà due classi operaie ben distinte per origine, formazione,
esperienza, psicologia sociale e comportamento pubblico: la prima è
quella che si costituì nel breve intervallo in cui grazie a capitali
stranieri si avviò l'industrializzazione del paese, fase storica
che si concluse proprio con la rivoluzione. La seconda classe operaia è
quella che si costituì nel corso dell'industrializzazione a tappe
forzate dei primi piani quinquennali staliniani e la cui parabola si è
conclusa con il collasso dell'URSS nel 1989. Ebbene, se vogliamo impostare
il problema in modo rigoroso, dobbiamo partire dall'esistenza di queste
due differenti realtà storiche e sociologiche e non di una sola,
indistinta, "classe operaia".
La classe operaia russa
Diversi studiosi di storia della rivoluzione russa (e, fatto importante,
studiosi delle tendenze più diverse) hanno messo in risalto le caratteristiche
della classe operaia russa e la sua evoluzione nel tempo, prima, durante
e dopo la rivoluzione stessa. Riasanovskj afferma che "I lavoratori
dell'industria erano ol tre 2 milioni nel 1900 e nel 1914 ammontavano forse
a 3 milioni su una popolazione di circa 170 milioni; per quanto non imponente
sotto il profilo quantitativo rispetto alla popolazione complessiva, il
proletariato in Russia era più densamente accentrato che in altri
paesi. A causa della pesante concentrazione dell'industria locale, avveniva
che oltre la metà delle imprese produttrici impiegassero ciascuna
più di 500 lavoratori, mentre molti erano i datori di lavoro che
ne impiegavano più di un migliaio. Gli operai costituivano pertanto
vasti e compatti gruppi nei centri industriali, comprese Pietroburgo e Mosca.
(...) gli operai russi in generale rimasero in condizioni miserabili. Scarsamene
pagati, costretti a vivere in ambienti di fortissimo sovraffollamento, pressoché
privi di istruzione e altre qualifiche, i proletari della Russia imperiale
costituivano in effetti un ottimo esempio di manodopera derelitta e sfruttata,
caratteristica delle fasi iniziali dello sviluppo capitalistico e (...)
descritta da Marx nel Capitale".
Dobb e Chamberlin confermano sostanzialmente queste cifre aggiungendo circa
750.000 minatori e un milione di ferrovieri. Secondo Panaccione (2001) "si
tratta di una classe operaia che si sviluppa in una situazione di arretratezza
economica e sociale, che è in grandissima parte di origine contadina
anche per la scarsa consistenza di attività artigianali urbane nel
nucleo centrale dell'impero russo, che risulta numericamente molto debole
e molto concentrata rispetto al complesso della popolazione e che fa parte,
nello stesso tempo, di un grande movimento rivoluzionario (...). Dopo il
1905, questa classe operaia si trova però al centro dell'attenzione
del movimento socialista internazionale e anche dei suoi maggiori teorici
(...) non solo per gli effetti di un movimento che scuote dalle fondamenta
(...) il bastione della reazione europea, ma anche per le forme di lotta
che adotta (gli scioperi di massa e lo sciopero generale) e per la rapidissima
creazione, quasi dal nulla e in dimensioni impressionanti, dei più
vari tipi di organizzazione. (...) Origini, professionalità, tipi
di industrie e loro localizzazione concorrono, (...) nella elaborazione
di una immagine necessariamente dualistica della classe operaia (divisa
tra il suo settore cosciente, organizzato, avanzato, effettivamente proletario
e quello ancora privo di coscienza di classe, disorganizzato, arretrato,
semi-contadino o piccolo-borghese), in base alla quale verranno di volta
in volta valutati e spiegati i comportamenti, le forme di socialità,
le manifestazioni di una violenza più o meno primitiva, il rapporto
con il lavoro così come quello con l'alcool, ecc., fino alle scelte
politiche, alla militanza, all'adesione al nuovo regime e ai comportamenti
dopo il 1917".
Questa classe operaia, assieme ai contadini e al partito bolscevico, fece
la rivoluzione, costituì l'ossatura dell'apparato statale sovietico,
fronteggiò la guerra civile e sconfisse l'invasione straniera. Questo
complesso di drammatici eventi storici fu, però, l'inizio della sua
dissoluzione fisica come classe.
Carr (1964) ci da un quadro crudo dello sfacelo che colpì l'industria
e la classe operaia russa durante la guerra civile: "Fu solo nel 1919
che gli effetti della crisi industriale cominciarono a farsi sentire in
tutti i sensi. (...) il sintomo forse più allarmante (...) era dato
dal processo di disgregazione del proletariato industriale. In Russia, dove
gli operai (...) raramente rompevano del tutto i legami con la campagna
(...) la crisi nelle città e nelle fabbriche (la carestia, l'interruzione
del lavoro, la disoccupazione ecc.) non dette luogo a un fenomeno di disoccupazione
di tipo occidentale, bensì all'esodo di massa degli operai dalle
città e al loro ritorno alla condizione di contadini e al lavoro
agricolo. Lo sfacelo dell'industria aveva dato inizio a tale processo già
nel primo inverno della rivoluzione. (...) Il processo subì un rapido
sviluppo quando la guerra civile spinse centinaia di migliaia di cittadini,
esausti e affamati, nelle fila degli eserciti di entrambi i contendenti
(...) Tomskij esaminando nel gennaio del 1920 lo sconfortante quadro della
situazione, caratterizzata dalla "generale diminuzione dell'intera
produzione, dalla bassissima produttività della mano d'opera e dall'insufficiente
utilizzazione delle imprese tuttora in grado di lavorare", indicò
le principali cause di tutto ciò "nella fuga degli elementi
validi, capaci di lavorare verso 1) le campagne, 2) l'esercito, 3) le comuni
operaie e le fattorie sovietiche, 4) l'industria rurale e le cooperative
di produzione, e, 5) il servizio statale (squadre annonarie, di vigilanza,
esercito eccetera) e nell'assenza di nuova mano d'opera per l'industria
proveniente dalle campagne". In tal modo, conclude Carr, paradossalmente
"l'instaurazione della "dittatura del proletariato" fu seguita
sul piano economico da una netta diminuzione, sia in senso numerico, sia
dal punto di vista del peso specifico, di quella classe nel cui nome la
dittatura veniva esercitata".
Questo quadro drammatico è confermato da tutti gli storici [1]. Boffa (1990a) descrive così il processo
di disgregazione della classe operaia: "Povertà, carestia, penuria,
conseguenze dell'assedio, dell'intervento e del blocco, quindi deperimento
patologico dell'economia furono il terribile dato che fece da sfondo al
comunismo di guerra. (...) sulla classe operaia incombeva in quegli anni
una catastrofe. Essa era costretta a lottare per la sua sopravvivenza fisica
(...). Numericamente il proletariato industriale si ridusse della metà.
Era colpito proprio nelle sue concentrazioni più cospicue e più
combattive: nel 1918 gli operai metallurgici di Pietrogrado diminuirono
del 78%. Molti - circa mezzo milione - furono chiamati a combattere nell'esercito.
Altri furono assorbiti nei Soviet o da compiti direttivi o amministrativi:
si calcola che fossero 120-150.000. Ma altri ancora - più di un milione
nel 1919 - erano disoccupati, poiché le fabbriche si fermavano: rifluirono
spesso verso le campagne nella speranza di sfuggire alla fame delle città
o cercavano occasionali fonti diguadagno. Decine di migliaia perirono per
la guerra o per le epidemie. Si disgregava tuttavia anche quella parte degli
operai rimasta nelle fabbriche. (...) Col salario nominale l'operaio non
poteva comprare più nulla: (...) il suo potere d'acquisto era caduto
di 50 volte. Per garantire la sua sopravvivenza si cercò compensarlo
in natura, cioè con un minimo di beni alimentari (...) e di servizi,
forniti a prezzi fissi, poi addirittura gratuiti. (...) Incluso il compenso
in natura, il salario arrivò ad essere solo il 27-28 % di quello
anteguerra. Le razioni erano minime, garantite solo ai lavoratori indispensabili,
distribuite irregolarmente e comunque insufficienti per vivere. Il resto
gli operai erano costretti a procurarselo in modo "illegale",
il che significava fabbricare in officina qualcosa per conto proprio coi
materiali trovati sul posto per poi scambiarlo sul mercato nero".
Mettendo insieme le stime fornite da Carr e da Prokopovic si può
compilare questa tabellina che mostra l'evoluzione della classe operaia
russa (tenendo conto che sono esclusi i lavoratori dei trasporti e delle
miniere):
Anno Numero 1913 circa 2.600.000 1917 3.000.000 1918 2.500.000 1920-21 1.480.000 1921-22 meno di 1.240.000 1923-24 1.620.000 1925 stime 1.900.000 1926 stime 2.300.000 1927-28 2.842.000
Questi dati ci permettono di rifiutare l'ipotesi di una classe operaia che trapassa senza scosse dallo zarismo allo stalinismo e che può essere - in qualche modo - considerata responsabile della degenerazione futura del sistema sovietico ("per atti o omissioni"). La vecchia classe operaia russa si è totalmente dissanguata, è scomparsa come classe: la frazione stalinista e J.V. Stalin hanno conquistato il potere nel quadro di una società totalmente esausta, sfinita, ridotta a un livello primitivo e l'hanno riplasmata a loro piacimento. In tali circostanze i resti sparsi della classe non potevano fare granché; inoltre, come nota Di Leo parlando del primo piano quinquennale, l'arrivo "di una manodopera contadina, inesperta sul terreno sindacale e inconsapevole di privilegi politici, costituì un potente fattore di squilibrio e indebolimento del fronte operaio [2]. (...) la compattezza della minoranza operaia attaccata alle sue conquiste, consapevole della legittimità delle sue pretese, poté essere incrinata e in breve tempo ridotta in frantumi perché (...) si venne a creare una contrapposizione tra vecchi e nuovi operai".
Il "rimontaggio" della classe operaia durante la Nep
Lewin afferma che la ripresa della NEP fu segnata "da un peculiare
processo di "rimontaggio" della classe operaia, portato avanti
a partire dai suoi pezzi sopravvissuti e finiti nelle campagne o nell'Armata
Rossa, quando non dalle moltitudini di elementi declassati che si aggiravano
allora per il paese. Le vittime della guerra e coloro che gli avvenimenti
di quegli anni terribili avevano ridotto a rottami umani non si potevano
però più recuperare, e lo stesso valeva per i molti operai
- spesso i migliori - che quegli avvenimenti avevano portato ad occupare
posti di comando e di responsabilità. Si trattava in questo caso
di trovare nuove reclute che colmassero i vuoti, e, come sempre, le campagne
rappresentarono il serbatoio naturale da cui attingere".
Carr (1968) dice che il problema dominante era allora quello della disoccupazione
di massa, "che continuò senza sosta per tutto questo periodo
a dominare la situazione del lavoro (...) Il numero dei disoccupati continuò
a salire costantemente durante la prima metà del 1924" arrivando
a 1.340.000 registrati al 1deg. luglio. Il problema della di-soccupazione
nell'Unione Sovietica differiva dal problema della disoccupazione in Occidente
per un aspetto fondamentale. Fu osservato giustamente che, mentre nei paesi
occidentali la curva della disoccupazione variava inversamente alla curva
dell'occupazione, nell'Unione Sovietica tra il 1924 e il 1926 aumentava
contemporaneamente il numero degli operai disoccupati e di quelli occupati".
Il numero degli operai occupati nell'industria era costantemente risalito
dal minimo toccato nel 1921. "La rapida espansione dell'industria pesante
verificatasi nell'anno seguente portò alla luce un nuovo problema:
una carenza di mano d'opera specializzata senza una corrispondente diminuzione
dell'incidenza della disoccupazione complessiva. (...) La disoccupazione
industriale nell'URSS poteva, quindi, essere chiaramente spiegata come un
riflesso del fenomeno della sovrappopolazione rurale (...). Il rapido incremento
naturale della popolazione concorreva col crescente processo di "differenziazione"
nella campagna a determinare un continuo esodo di contadini, non qualificati
né richiesti, in cerca di occupazione nelle città e nelle
fabbriche".
Se durante la NEP la crescita della classe operaia era stata lenta e
progressiva, con il primo piano quinquennale (1928-1932) e il successivo
(1932-1937) si ebbe un'accelerazione impressionante dei ritmi di crescita
degli operai con modalità di reclutamento, formazione trattamento
e socializzazione da lasciare a bocca aperta.
Sostiene Boffa che "tra il 1928 e il 1932 la società sovietica
(...) conobbe un sommovimento totale con trasformazioni di intere classi
sociali, migrazioni interne di popolazioni, sconvolgimenti di costumi sociali
e modi di vita".
La popolazione continuò a crescere (alla fine del 1932 toccò
i 165,7 milioni); la popolazione urbana salì a circa 40 milioni (24%
del totale).
"Nasceva un nuovo proletariato. La sua crescita numerica fu impetuosa
e assai più cospicua di quanto fosse contemplato da tutte le previsioni
iniziali (...). Nel 1932 su un totale di oltre 22 milioni di salariati,
occupati nei diversi settori dell'economia statale e dell'amministrazione,
gli operai della grande industria erano oltre cinque milioni (oltre 6,5
per l'industria in genere) cioè il doppio del 1928. A loro vanno
aggiunti più di tre milioni di lavoratori edili (...): cifra sei
volte superiore a quella del 1927. Il 1930 e il 1931 furono i due anni in
cui l'afflusso di nuova mano d'opera verso l'industria fu più massiccio,
superando in entrambi i casi il milione di unità. In massima parte,
cioè per più di due terzi, i nuovi operai provenivano dalle
campagne. Vi erano fabbriche appena costruite (...) dove i contadini di
ieri erano l'80 %.
Più in generale fra i 12,5 milioni di nuovi salariati che fecero
il loro ingresso nei diversi settori dell'economia statale fra il `28 e
il `32, 8,5 milioni provenivano dal mondo rurale. Le altre reclute dell'industria
erano artigiani che abbandonavano il loro mestiere, ex-casalinghe, adolescenti
apprendisti. La percentuale di donne aumentò sensibilmente. La classe
operaia conobbe un massiccio ringiovanimento: nel '32 essa era per il 41%
al di sotto dei 23 anni".
Nel giro di un brevissimo periodo la disoccupazione di massa scomparve.
Gli operai venuti di recente dalle campagne e non ancora solidamente installati
nell'industria sopportavano durissime condizioni di vita e così passavano
facilmente da una fabbrica o da una città all'altra e cambiavano
volentieri di mestiere; donde l'instabilità della mano d'opera. Secondo
Prokopovic questa mobilità orizzontale della mano d'opera raggiunse
nel 1930 il suo punto culminante. Quell'anno la percentuale degli operai
che avevano abbandonato la fabbrica nel corso dell'anno raggiunse il 152,4%.
Nel 1935 l'operaio dell'industria lavorava già quattordici mesi,
in media, nella stessa fabbrica e nel 1938 la permanenza media nella stessa
fabbrica era salita a sedici mesi.
La popolazione operaia aumentò ancora di più con il 2°
piano quinquennale. Al riguardo Boffa dice che "Le persone occupate
nell'insieme delle attività statali, economiche e non, aumentarono
da 22 milioni nel '32 a 26,7 milioni nel '37, poi a 31 milioni nel '40.
Gli addetti all'industria passarono contemporaneamente da 8 a 10,1 poi a
11 milioni (...). Vi erano altri settori dove l'impiego si estendeva assai
più in fretta: nei trasporti, ad esempio, si passò da 2 a
3,5 milioni tra il '32 e il '40. (...) Il numero degli operai industriali
superò a sua volta gli 8 milioni nel 1938 (...). Per la maggior parte
questo nuovo afflusso proveniva ancora dai villaggi. Il "reclutamento
organizzato" mediante contatti diretti tra i rappresentanti delle industrie
e i contadini, dentro o fuori dei kolchoz, acquistò un peso
maggiore".
Sulle modalità di questo reclutamento apprendiamo maggiori dettagli
da Deutscher (1968): "Nel corso del 1930 la disoccupazione virtualmente
scomparve e il governo si trovò di fronte a un nuovo problema: come
espandere rapidamente l'industria, mentre l'effettiva forza lavoro industriale
della nazione era già totalmente occupata. (...) La soluzione del
problema consisteva nel trasferire la manodopera eccedente delle campagne
sovrappopolate nei vecchi e nei nuovi centri industriali. Questa era stata,
generalmente, la fonte principale cui avevano attinto la loro manodopera
gli altri paesi nel processo di industrializzazione. Ma in quei paesi, le
masse dei contadini migranti erano coinvolte nel meccanismo dell'offerta
e della domanda sui mercati del lavoro; l'offerta di lavoro non regolata,
"spontanea", determinava entro certi limiti il ritmo di industrializzazione.
(...) Il governo sovietico doveva decidere esso stesso i tempi dell'industrializzazione
e non poteva farlo senza regolamentare il trasferimento all'industria della
popolazione rurale eccedente. Ciò fu disposto nel modo seguente:
le direzioni industriali concludevano degli accordi annuali con le direzioni
delle aziende agricole, in base ai quali queste ultime erano obbligate a
fornire un determinato numero dei loro "membri in eccedenza" alle
fabbriche, alle miniere ecc. Attraverso questa "assunzione organizzata"
di lavoro, l'industria ricevette ogni anno da un milione e mezzo a due milioni
di operai per tutto il periodo dei piani quinquennali prebellici. Fu così
reso possibile un gigantesco trasferimento di popolazione agricola nei centri
urbani dell'Unione Sovietica, trasferimento che è forse senza precedenti
nella storia: esso coinvolse 24 milioni di persone tra il 1926 e il 1939.
[3] (...) in questa "assunzione organizzata"
i sindacati ebbero e hanno tuttora un'importante funzione ausiliaria. I
contratti con le aziende collettive sono firmati dalle direzioni industriali.
Ma il sindacato (...) opera in qualche modo come agente di reclutamento
(...) Il sindacato è responsabile in tutto o in parte del compito
di addestrare il nuovo venuto alla disciplina del lavoro e di insegnargli
le consuetudini e le capacità elementari di un lavoratore industriale.
Spetta al sindacato di vigilare a che il salario del nuovo reclutato, per
quanto possa essere basso nella gerarchia retributiva, non sia in alcun
caso più basso di quelli pagati a un qualsiasi lavoratore di pari
capacità e diligenza. In teoria, i sindacati sono anche corresponsabili
delle condizioni di abitazione del nuovo lavoratore (...) e sono effettivamente
responsabili per quel che riguarda la protezione del lavoro, le assicurazioni
sociali, ecc."
Il compimento del processo di espropriazione
Natoli osserva che fu tra il 1928 e il 1932 che "il distacco fra
il potere statale, proletario per definizione, e la capacità effettiva
della classe operaia di svolgere un'attività di contestazione o resistenza,
o anche solo di partecipazione e intervento, divenne incolmabile e irreversibile.
(...) Il processo (...) di espropriazione della classe operaia, sia della
sua vocazione al potere statale, che di ogni forma di controllo e di gestione
in fabbrica" era già iniziato durante la guerra civile e aveva
ricevuto una sanzione in qualche modo ufficiale al tempo della NEP; esso
"si sarebbe rapidamente concluso in coincidenza con la grande svolta
iniziata nel 1929 e con l'assunzione di tutto il potere da parte di Stalin.
(...) Tra la fine del 1928 e i primi mesi del 1929 il trasferimento e l'assorbimento
dell'iniziativa e dell'organizzazione operaia entro la sfera statale segnò
una tappa importante con il mutamento della direzione dei sindacati. Al
posto di Tomskij, uno degli uomini più vicini a Bucharin, subentrò
Kaganovic che era fra i più fedeli e rigidi esecutori della politica
di Stalin. Di fatto ciò si tradusse in quella statalizzazione dei
sindacati che Lenin aveva respinto nel 1920 (...). Alla fine del 1°
piano quinquennale i tratti essenziali del sistema staliniano erano compiuti".
"La burocrazia, ai più alti livelli, era la depositaria della
gestione del potere dello stato, nonché della economia statalizzata
(...) anch'essa dipendeva in ogni senso dalle decisioni del vertice politico
del Partito e, sempre più marcatamente, dall'attività arbitraria
e senza controllo della GPU (...). Fra burocrazia propriamente detta, dirigenti
delle amministrazioni statali e dirigenti dell'economia, tecnici di un certo
livello, alti dirigenti di aziende (...), esistevano insieme motivi di contraddizione
e opportunità di alleanze. I gradi più elevati erano stretti
da un legame di solidarietà costituito o dalla diretta provenienza
dal Partito (...), ovvero dalla cooptazione, sempre attraverso il Partito,
entro una cerchia gerarchica chiusa (nomenklatura) altrimenti inaccessibile,
cui corrispondeva uno status economico privilegiato. (...) Al di sotto di
questo vertice, cui l'accesso era rigidamente selezionato dall'alto per
via politica, nel settore intermedio della piramide si collocava una fascia
assai variata di funzioni dirigenziali e locali. Fra queste, l'elemento
più dinamico era costituito dai nuovi quadri dell'industria di origine
operaia, dirigenti di aziende piccole e medie, tecnici di livello intermedio,
specialisti, capireparto e capi operai, operai qualificati, "di urto"
(udarniki). Era questo il settore nel quale agivano più vivacemente
la mobilità dal basso, la promozione attraverso l'istruzione professionale,
i successi nell'emulazione socialista e, naturalmente, lo zelo politico
(...) La classe operaia e i contadini formavano i livelli più bassi,
più vasti e numerosi della piramide (...) La politica di formazione
di quadri, di selezione di "gruppi fondamentali" e di capi operai,
provocava una scrematura degli elementi più suscettibili di qualificazione
e di attiva partecipazione alla gara produttivistica; la forzatura delle
differenziazioni salariali legate all'emulazione introduceva divisioni e
contrasti all'interno della classe fra strati più qualificati interessati
alla promozione, strati meno qualificati e massa senza qualifiche. Su queste
pesarono duramente le severe misure circa la disciplina del lavoro introdotte
insieme con gli inizi del 1deg. pia-no quinquennale. Venuta meno ogni residua
funzione di difesa economi-ca da parte dei sindacati, la grande massa operaia
era ormai priva di ogni autonomia organizzativa reale e perfino del controllo
sulle condizioni del proprio lavoro, sul rapporto con le macchine (...).
Gli operai erano totalmente esclusi dalle funzioni di direzione e comando
e privi di organizzazione e di rappresentanza autonoma, inquadrati in strutture
di massa imposte e centralizzate. In particolare l'operaio dell'industria
riceveva un salario deciso dall'alto, che non aveva contrattato, che non
poteva contestare con la lotta, ma solo aumentare entrando nei meccanismi
di intensificazione del lavoro promossi dalle campagne di emulazione (...).
Anche fra gli operai si andò diffondendo la resistenza passiva, l'assenteismo:
sarà una delle cause della cronica bassa produttività del
sistema sovietico".
Chiedo scusa per questa lunghissima citazione di Natoli, ma credo ne valga
la pena sia perché descrive bene il risultato finale del processo
di costituzione di quella società di classe sui generis che
fu l'URSS, sia perché mi permette di contestare alla radice la tesi
secondo la quale in URSS "gli operai sono stati classe centrale ed
egemone a tutti gli effetti"; oppure che essi "hanno preferito
accontentarsi della "nicchia" che si erano scavati in fabbrica"
e che avrebbero privilegiato "le proprie esigenze corporative".
Infatti, che vuol dire essere "classe centrale e egemone" se poi
quella stessa classe produce un surplus economico di cui viene brutalmente
espropriata? Qualcuno è disposto a credere che una classe sociale
possa essere contemporaneamente egemone e sfruttata? Certamente vi era una
retorica operaista in URSS, ma la retorica, appunto, è retorica e
non si mangia; senza contare poi che col tempo la retorica operaista era
stata integrata, significativamente, da un'altra retorica, quella nazional-popolare.
E infatti: come avrebbe potuto sorreggersi e giustificarsi ideologicamente
la nomenklatura se non mantenendo (sia pure in forma sempre più
ipocrita e debole) quella ideologia giustificativa? Certamente la classe
dirigente (l'apice della piramide descritta da Natoli) proveniva principalmente
dalle fila del proletariato e manteneva moltissimi tratti antropologici
e culturali di tale origine, ma "l'origine sociale non ha importanza
quando, in forza di meccanismi più vari (nell'URSS la cooptazione
di partito) si entra a far parte di un'altra classe. (...) O la storiella
tipo della mitologia americana - il lustrascarpe o l'operaio intraprendente
che diventa grande industriale - dovrà essere presa sul serio? (Canfora)".
Purtroppo non disponiamo di informazioni significative sul comportamento
politico della classe operaia sovietica nel corso dell'arco di tempo 1928-1989.
Nel nostro paese - che pure è la culla di una corrente politico-culturale
definita "operaismo" - manca una tradizione di ricerche storiche
e sociologiche sull'argomento [4]. In assenza
di queste informazioni elementari, ma necessarie per emettere un giudizio
sensato, possiamo ricorrere (in prima approssimazione) a due coordinate
minime per situare la classe operaia sovietica all'interno della società,
per comprenderne l'evoluzione storica e i comportamenti di fronte allo Stato
sovietico (e alla sua dissoluzione).
La prima ce la da Bauman parlando del processo di formazione della classe
operaia inglese (una classe che non possiamo certo definire "rivoluzionaria"),
laddove dice che "l'articolazione della società di classe fu
un processo quasi centenario che culminò nella prima parte del secolo
XIX (...): l'esito finale istituzionalizzò la memoria di quella lotta
come pure le divisioni e le alleanze che si erano cristallizzate nel corso
di essa (...) Sono le strategie di classe memorizzate che forniscono gli
schemi cognitivi e normativi per affrontare la crisi".
Mutatis mutandis ciò vale anche per la classe operaia sovietica,
a patto che si ricerchino le differenze del contesto storico, sociale e
normativo, importanti ai fini dell'evoluzione storica della classe e del
processo di socializzazione politica che essa ha vissuto. La prima differenza
storica è che nei paesi occidentali il movimento operaio organizzato
- al pari del capitalismo - è cresciuto e si è strutturato
in un arco di tempo enormemente più lungo che in URSS dove, invece,
la rivoluzione industriale e la crescita parallela dell'esercito industriale
si è svolto in un periodo di tempo molto più breve [5]. La seconda circostanza è che lo Stato sovietico
(e non una miriade di imprenditori capitalisti) ha gestito l'industrializzazione
e il sistema industriale che ne è seguito. Per gli operai è
ben diverso scontrarsi con un padrone dentro la fabbrica o scontrarsi, invece,
con tutto il "padronato" e con tutto lo Stato coalizzati in un
tutt'uno. Infatti "lo Stato sovietico riuscì a creare una fitta
rete di potenti istituzioni di controllo sociale, sovrintendendo così
al processo di socializzazione svolto da tutte le altre istituzioni. In
questo modo si garantì la base istituzionale per trasformare la tipica
personalità ereditata dalla Russia prerivoluzionaria in una personalità
adatta alla società industriale centralizzata". L'amministrazione
staliniana è riuscita a creare "l'homus sovieticus, rafforzando
selettivamente quei tratti della personalità tipici della società
tradizionale come la passività sociale e l'obbedienza all'autorità.
(...) Identica personalità "stato-dipendente", i cui interessi
principali si limitano al campo della distribuzione, si riscontra nel contadino
sovietico che lavora nel kolchoz, nell'operaio dell'industria, nel
manager dell'amministrazione e nell'intelligencija "proletaria"
tecnica e umanistica (Zaslavsky, 1995)".
La seconda coordinata la fornisce Negt quando spiega che: "è
proprio la mediazione dei conflitti di classe in processi formativi di lungo
respiro a rappresentare l'unica possibilità realistica di trasformare
esperienze immediate (...) in comportamenti socialisti solidi e duraturi
e in coscienza di classe svincolata da situazioni contingenti". Detto
in altri termini - esprimendo il concetto in modo speculare - si tratta
di ricercare quali sono i "meccanismi sociali di alienazione che stanno
alla base della coscienza". Qui entra in gioco la posizione molto particolare
dello Stato, del partito comunista e dei sindacati sovietici e la loro provata
capacità di inibire quei processi di mediazione che secondo Negt
potrebbero trasformare le esperienze immediate in "coscienza di classe".
Non credo che esistano dubbi sul fatto che il partito staliniano (e la
sua longa manus repressiva, la polizia, il potere giudiziario) si
impegnasse in modo attivo per prevenire l'attività autonoma degli
operai e la costituzione di una "classe operaia". Forse meno considerato
è il ruolo dei sindacati. Abbiamo già visto il loro ruolo
nel reclutamento e nella formazione dei lavoratori: resta da dire che ad
essi competeva anche la selezione degli operai più validi da avviare
agli istituti di formazione (quindi alla mobilità sociale) o addirittura
la fornitura diretta di propri quadri alla nascente industria affamata di
dirigenti e amministratori.
"I sindacati sovietici sono spesso stati usati dallo Stato imprenditore
come strumenti di coercizione contro la classe operaia. In quanto organizzazione
diretta a forgiare la solidarietà operaia nella lotta per migliori
condizioni di vita, essi hanno sofferto di una totale atrofia. In quanto
organi responsabili della gestione della sicurezza sociale e in quanto istituzioni
per il benessere dei lavoratori, essi hanno certamente adempiuto (...) una
funzione molto utile; ma questa funzione (...) essi l'hanno adempiuta in
quanto organi sussidiari della amministrazione statale e non in quanto organismi
sociali autonomi della classe operaia in senso proprio (Deutscher)".
Zaslavsky (1995) fornisce un elenco di fattori che hanno condizionato la
risposta operaia all'epoca della "rivoluzione dall'alto": "Lo
Stato, che era l'unico datore di lavoro, aveva un potere enorme sulla popolazione
urbana parcellizzata e in continuo aumento. Inoltre, mancando il mercato,
lo Stato aveva il monopolio sulla distribuzione dei generi alimentari. A
mano a mano che la disoccupazione calava, l'amministrazione staliniana prese
misure sempre più drastiche per tenere gli operai legati al loro
posto di lavoro nelle imprese statali. La legislazione staliniana del lavoro
avviò i primi passi con il decreto del 1932, in base al quale l'operaio
e la sua famiglia potevano essere privati della tessera annonaria e sfrattati
per ogni violazione alla disciplina del lavoro fino ad arrivare al decreto
del 1940 che vietava agli operai di cambiare lavoro senza il consenso dell'amministrazione
della fabbrica. Inoltre erano puniti penalmente gli operai che perdevano
una giornata di lavoro o arrivavano in ritardo".
Oltre al bastone, i leaders staliniani usarono anche la carota. "L'antintellettualismo,
connesso all'invidia o al risentimento verso i privilegi, come anche la
xenofobia e l'antisemitismo, erano tipici degli operai della prima generazione
(...) I leaders staliniani seppero ben sfruttare come risorsa politica gli
stati d'animo e le tendenze degli operai della prima generazione dapprima
nella lotta contro i gruppi rivali in seno al partito e, in seguito, per
incanalare l'insoddisfazione degli operai per le proprie misere condizioni
di vita contro la vecchia intelligencija, i cosiddetti "specialisti
borghesi"".
La campagna contro di essi "accrebbe in misura considerevole le opportunità
di avanzamento delle classi inferiori a posizioni sociali dalle quali erano
state escluse dal vecchio regime. Negli anni dell'industrializzazione staliniana
si diffuse il fenomeno della mobilità sociale, cioè la promozione
a posizioni amministrative e manageriali sulla base della lealtà
e della provenienza da classi inferiori. Inoltre la costruzione di nuove
fabbriche e imprese in tutte le aree dell'Unione Sovietica creò le
precondizioni per una mobilità strutturale di massa, giacché
dovevano essere occupate migliaia di nuove posizioni amministrative e manageriali.
Milioni di operai, molti dei quali erano già membri del partito,
mentre altri lo divennero in seguito, furono promossi da lavori manuali
a lavori d'ufficio e a posti amministrativi e manageriali. Si diplomarono
seguendo gli speciali corsi universitari accelerati degli anni Trenta. (...)
Quei giovani (...) beneficiarono di tre distinti processi sociali in atto:
la rapida industralizzazione e la conseguente enorme espansione amministrativa
e burocratica; le politiche che favorirono l'immissione delle classi inferiori
nelle università, nel partito e nelle posizioni amministrative e
manageriali; e, infine, le purghe che liberarono posizioni detenute dalla
vecchia élite rivoluzionaria o dagli specialisti laureati nel periodo
pre-rivoluzionario".
Credo che si debbano valutare nella giusta luce le conseguenze di questo
continuo processo di selezione e promozione degli operai più abili,
attivi e intraprendenti, non solo con riguardo al sostegno che il regime
otteneva dagli operai, ma anche per l'effetto preventivo di qualsiasi attività
organizzata di protesta. La promozione sociale dei più capaci, difatti,
sottraeva potenziali leaders e organizzatori alla protesta operaia, li rendeva
indisponibili a qualsiasi ipotesi di opposizione politica e sociale autonoma
e innalzava le capacità manipolative dell'apparato sulle masse. Tutto
ciò, assieme ai processi di frammentazione e divisione realizzati
tramite la politica salariale e altri artifici ancora, riusciva a mantenere
divisa e controllabile la massa proletaria. [6
] La repressione terroristica (applicata a tutta la società e,
quindi, anche agli operai), restava ovviamente la soluzione ultima a disposizione
del regime per vincere qualsiasi velleità di resistenza [7].
Adler descrive efficacemente la situazione: "privi di una voce che
li difenda, gli operai (...) ricorrono a vie d'uscita multiple, laterali
e verticali. (...) Se si considera infine l'origine di classe - contadina
o almeno rurale - della stragrande maggioranza degli operai sovietici, si
avrà un quadro completo dell'estrema mobilità del proletariato
in quella società in espansione. Nell'URSS staliniana, e in parte
anche in quella post-staliniana, non si nasce operaio, si migliora il proprio
status cessando di esserlo, e durante questo passaggio più o meno
si viaggia molto velocemente da un cantiere a una nuova città, in
condizioni di anomia sociale (celibato, divorzio, convivenza promiscua,
sradicamento dal quadro mentale, e spesso linguistico, della famiglia) molto
poco propizie al sorgere di un'organizzazione sociale".
Il quadro si complica notevolmente se passiamo ad esaminare la seconda
fase della storia dell'URSS: quella della maturità post-staliniana.
Di Leo, afferma che "ogni fabbrica era un piccolo universo completamente
isolato; quel che gli operai riuscivano a conquistare non diventava patrimonio
comune, non poteva essere rivendicato in altri luoghi di lavoro. Se i fuochisti
di una acciaieria degli Urali ottenevano mezzo litro di latte gratuito al
giorno, non è che questo "traguardo" potesse entrare nel
prossimo contratto collettivo dei fuochisti siderurgici: sia perché
mancavano sino all'inimmaginabile i mezzi di conoscenza e di circolazione
delle rivendicazione operaie, sia perché non c'era un sindacato siderurgico,
sezione fuochisti, che generalizzasse le conquiste locali. La struttura
del sindacato non si basava sui settori merceologici, non c'era un sindacato
tessile ed uno chimico; c'era il sindacato della fabbrica tessile, diretto
dal sindacato del distretto, comprensivo di tutte le fabbriche ivi dislocate;
c'era poi il sindacato regionale e statale, sino al Consiglio centrale dei
sindacati, dove sedevano i rappresentanti di ciascun sindacato delle varie
zone del paese. Insomma, in un modo o nell'altro tutto il peso del "tradunionismo"
ricadeva sulle spalle del sindacalista di base, sempre che fosse disposto
ad assumerlo. I rischi infatti erano tanti. Intanto l'opposizione del sindacalista
era sorretta esclusivamente dagli operai, giacché il sindacato del
distretto non aveva generalmente alcun interesse a mettersi contro il direttore
di quella fabbrica. Così l'operaio eletto funzionario sindacale con
voto pubblico, vale a dire un elemento ritenuto fidato dalla direzione,
poteva scegliere tra confermare la fiducia o farsi strumento delle rivendicazioni
operaie. In quest'ultimo caso, la tensione operaia repressa sfociava in
un clima di tensione tale che terminava quasi sempre con la vittoria degli
operai. Se la conquista ottenuta superava il limite previsto in tali circostanze,
allora la fabbrica cambiava direttore; se quei limiti erano stati superati
rispetto alle possibilità della fabbrica, era il sindacalista a non
essere più presentato come candidato alle successive elezioni. In
un modo o nell'altro, la vittoria sarebbe sempre rimasta "locale",
nemmeno la notizia si sarebbe diffusa".
Uno studioso americano (Lane), nell'esaminare i comportamenti della classe
operaia sovietica moderna individua i seguenti punti caratteristici e significativi
[8]:
1. "L'operaio sovietico è stato impiegato per più di
cinquantanni in un'industria statale, senza quindi essere soggetto alle
leggi di mercato tipiche dell'Occidente. Mentre il processo [9] di produzione si è impostato su linee di
classe assai simili a quelle occidentali, il rapporto classe-proprietà
dei mezzi di produzione è completamente diverso e, se vogliamo analizzare
la struttura di classe di una società, non possiamo fondere questi
due fenomeni.
2. L'unità dei lavoratori dell'industria, dal punto di vista politico
è altrettanto diversa da quella esistente in Occidente. I valori
di classe dei gruppi dirigenti sono legittimati dal riferimento alla classe
operaia in generale. Il partito e i sindacati dell'industria esercitano
un monopolio organizzativo politico, socialmente strutturato. (...)
3. L'URSS ha resistito alle invasioni straniere e (...) ha respinto e sconfitto
l'attacco premeditato da parte del potere capitalistico. (...) il partito
è qui il simbolo dell'identità nazionale.
4. L'operaio sovietico non ha conosciuto alcun sistema borghese di rapporti
industriali (...). C'è una minore concorrenza tra i vari settori
(...). Ciò è stato condizionato dalla rapida e vasta crescita
economica, che ha condotto al reclutamento della classe operaia dalle campagne,
nonché dall'assenza di disoccupazione strutturale e dal livello di
vita, generalmente in ascesa. Va sottolineato anche che l'attuale classe
operaia industriale è stata reclutata da una delle classi contadine
più arretrate d'Europa dal punto di vista culturale".
Lane nota "che la struttura di classe e la cultura politica [10] precludono ogni possibilità
di scontro frontale fra classe operaia e Stato, paragonabile a quello, previsto
dai marxisti, fra borghesia e proletariato nel moderno mondo industriale"
e sostiene, in definitiva, che la classe operaia sovietica sia "molto
più socializzata ed incorporata" che in Occidente. "Da
un lato i lavoratori possono influenzare e anche cercare di alterare il
modello di ricambio tra se stessi e l'elite politica, dall'altro,
il loro potere come classe indipendente è troppo limitato, perché
essi possano opporre resistenza al potere. L'integrazione nel sistema è
tale che le richieste o sono soddisfatte dalle autorità o deviate
dalle elites politiche locali o, ancora annullate se considerate
ostili al potere sovietico. Ciò che, forse, andrebbe sottolineato
è la stratificazione della forza lavoro, che implica forme di "ricambio
ineguale" tra i vari gruppi, come pure uno squilibrio di potere e ricompense
che va a vantaggio degli strati dirigenti dell'impresa. Sebbene ci siano
delle eccezioni, gli operai e gli impiegati più qualificati e istruiti
si impegnano più positivamente nel processo lavorativo, partecipano
al "controllo" nell'ambito della gestione e sono membri del partito
in percentuale più elevata". Anch'egli lamenta che i dati sugli
scioperi siano estremamente frammentari e poco attendibili [11],
ciò nonostante conclude che "l'identificazione dei lavoratori
sovietici con l'impresa è rafforzata dall'ordinamento strutturale
della fabbrica", infatti in essa "troviamo una pluralità
di strutture istituzionali (...): il partito, il governo, il sindacato e
le varie associazioni sono organizzati al fine di esercitare un controllo
sociale, favorire le innovazioni e il miglioramento della produzione e organizzare
le attività del tempo libero".
Zaslavsky (1981) parlando dell'era brezneviana sostiene che - cessata
la fase del terrore staliniano - il sistema monopartitico e la dittatura
ideologica hanno avuto come conseguenza diretta l'atomizzazione della società:
"qualunque attività sociale è prerogativa del partito
o dello Stato e nessuna iniziativa individuale o di gruppo in campo politico,
economico o culturale, nessuna aggregazione fra individui può essere
tollerata se si esprime al di fuori della mediazione del partito o dello
Stato. (...) L'assenza di azioni operaie organizzate dimostra che il regime
riesce a mantenere lo stato di atomizzazione della società".
Zaslavsky ritiene che si possa parlare di una classe operaia sovietica,
divisa in due grandi fasce [12], quella costituita
da operai di qualificazione medio-bassa (circa il 79%) e quella costituita
da operai ad elevata qualificazione (21%). L'A. sostiene che gli operai
qualificati erano attratti nelle imprese "chiuse" (ma c'erano
anche intere città e settori industriali "chiusi"), cioè
quelle tecnologicamente più avanzate, connesse più o meno
direttamente con l'industria bellica (quindi soggette al segreto di Stato,
a controlli severi, ecc.). In queste industrie essi godevano di molti privilegi
economici e svolgevano un lavoro più creativo e qualificato. Con
questa divisione il regime riusciva a neutralizzare lo strato operaio potenzialmente
più pericoloso, ottenendo la rinuncia volontaria all'azione collettiva
e l'accettazione dell'atomizzazione sociale. Infatti gli operai occupati
nelle imprese chiuse erano soggetti a un vincolo politico amministrativo
che si materializzava nell'accettazione di uno speciale "impegno di
segretezza" da parte dell'operaio, impegno che garantiva la sua fedeltà
politica e imponeva severe limitazioni al suo comportamento.
Il regime dei passaporti interni era lo strumento principale con cui il
regime otteneva quell'atomizzazione sociale che gli consentiva l'organizzazione
del consenso. I colcosiani erano privi di passaporto e quindi legati a vita
alla terra. Tra i detentori dei passaporti poi vi erano due gruppi: quelli
che avevano il diritto di risiedere nelle città "chiuse"
e quelli che tale diritto non avevano. Della classe operaia facevano parte
anche altri gruppi operai "di confine" come li definisce Zaslavsky:
gli operai agricoli (intermedi tra operai e kolkosiani, essi disponevano
del passaporto); quello dei limitciki (operai temporaneamente importati
nelle "città chiuse" a causa della carenza di mano d'opera);
gli impiegati di routine, non specialisti (specialmente donne) e meno pagati
degli operai ecc. Anche nell'epoca brezneviana l'operaio godeva del diritto
di autolicenziarsi. Infatti nel 1956 fu abolita la legge staliniana del
1940 che instaurò il lavoro coatto. Poiché l'URSS è
sempre stato un paese con carenza di manodopera, anche in epoca brezneviana
era dunque vigente quel peculiare meccanismo di difesa degli operai che
era la mobilità orizzontale [13].
"L'atomizzazione sociale produce inevitabilmente una situazione in
cui i consumi materiali privati diventano la maggiore fonte di gratificazione
dell'individuo. L'allargamento della produzione di merci e servizi diviene
quindi un fattore primario di stabilità politica del sistema".
Poiché però non era facile per i dirigenti dell'URSS garantire
questo lento e sicuro progresso dei consumi, "un antico espediente
viene in soccorso al regime: il monopolio statale della vodka". Così
"il regime trova una via d'uscita nello sviluppo di un "consumo
illusorio" quale l'alcool. L'alcolismo in URSS non è quindi
solo una tradizione storico-culturale, ma è diventato un elemento
imprescindibile del modo di vita sovietico. La vodka è oggi realmente
"la merce n. 1 del paese". E Zaslavsky riporta i dati del consumo
di vodka, passato dai 6 litri pro capite del 1927 ai 23 litri procapite
del 1960 (dati riferiti alla regione di Mosca).
Conclusioni
Ho fatto ricorso volutamente a lunghe citazioni lasciando, sostanzialmente,
che sia il lettore a trarne le conclusioni in modo libero. Ciò perché
sono convinto che le tesi di Melchionda siano basate su alcuni a priori
e su un'ingiustificata sottovalutazione di fatti storici accessibili anche
al lettore italiano. Dobbiamo invece accettare le conseguenze (anche teoriche)
dei fatti [14] storici.
Indubbiamente la classe operaia russa e sovietica (così come quella
italiana e europea) non è stata all'altezza delle aspettative e dei
sogni di varie generazioni che hanno investito molto di sé nella
politica. Non è una ragione sufficiente per abbandonarsi all'invettiva
rancorosa per ciò che tale classe non ha voluto o potuto realizzare.
La strada da seguire - secondo me - è quella che ho cercato di percorrere
in questo intervento: leggere (o rileggere) la storia, tenersi ai fatti,
ragionare su di essi evitando il più possibile soluzioni preconfezionate
che soddisfino le nostre esigenze (che sono psicologiche, oltreché
ideologiche).
Bibliografia
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S. Bauman, Memorie di classe, Einaudi, 1987
G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica. 1917-1927, Editrice l'Unità, 1990
G. Boffa, Storia dell'Unione Sovietica. 1928-1941, Editrice l'Unità, 1990
L. Canfora, "Lo Stato operaio" su il manifesto del 30.07.1988, ripubblicato in La crisi dell'Est e il PCI,, Edizioni Dedalo, 1990
E.H. Carr, La Rivoluzione bolscevica, 1917-1923 Einaudi, 1964
E.H. Carr, Il socialismo in un solo paese. La politica interna, Einaudi, 1968
W. H. Chamberlin: Storia della rivoluzione Russa, il Saggiatore, 1967
I. Deutscher, I sindacati sovietici, Laterza, 1968
R. Di Leo, Operai e sistema sovietico, Laterza, 1970
M. Dobb, Storia dell'economia sovietica, Editori Riuniti, II Edizione, 1976
D. Lane, "I lavoratori sovietici dell'industria: consenso o dissenso?" in Dissenso e democrazia nei paesi dell'Est, Atti del Convegno Internazionale di Firenze, gennaio 1979. Vallecchi, 1980
M. Lewin, Storia sociale dello stalinismo, Einaudi, 1988
A. Natoli, Sulle origini dello stalinismo, Vallecchi Editore, 1979
O. Negt, Coscienza operaia nella società tecnologica, Laterza, 1973
A. Panaccione, "Culture politiche e identità operaia: la classe operaia russa e qualche confronto con l'Italia (fine Ottocento, primo Novecento)" in Classe operaia - Le identità: storia e prospettiva FrancoAngeli, 2001
S.N. Prokopovic, Storia economica dell'URSS, Editori Laterza, 1957
N.V. Riasanovskj, Storia della Russia, Bompiani, 1989
V. Zaslavsky, Il consenso organizzato, La società sovietica negli anni di Breznev, il Mulino, 1981
V. Zaslavsky, Storia del sistema sovietico, il Mulino, 1995.